QUESTO FINE SETTIMANA AL CINEMA DON BOSCO DI CONEGLIANO

VI PRESENTO TONI ERDMANN
regia di Maren Ade
Germania, 2016, 162'
con: Peter Simonischek, Sandra Hüller

TRAMA:
Inès è una donna in carriera che lavora in una grande azienda tedesca a Bucarest. La sua vita sembra scorrere tranquilla fino all'arrivo improvviso di Winfried, suo padre, che le pone questa domanda: "sei felice?". La sua incapacità di rispondere alla domanda segna l'inizio di un profondo sconvolgimento. Questo padre ingombrante, sempre pronto a fare scherzi, e di cui lei si vergogna un po' farà di tutto per aiutarla a ritrovare se stessa inventandosi un buffo ed eccentrico personaggio: Toni Erdmann




Commedia intima e anarchica, interiorizzata e farsesca, sottile e divertente, che parla a tutti e parla dello stato del mondo, afflitto da un liberismo truculento e insensato. Insomma Vi presento Toni Erdmann della tedesca Maren Ade, autrice in gran crescita, è un capolavoro. Un’opera che cresce nella testa e nel cuore con il passare del tempo. Sono passati nove mesi dalla sua presentazione in concorso a Cannes, dove ha entusiasmato molta critica.

Un capolavoro per l’angolazione e le modalità scelte per parlare dell’intimo e del collettivo, del micro e del macro, in maniera forte, precisa, profonda e soprattutto inattesa. Elementi che si tengono in un equilibrio perfetto e delicato. Molti film selezionati in concorso a Cannes partivano dall’intimo per parlare dello stato del mondo: per esempio, È solo la fine del mondo di Xavier Dolan, Io, Daniel Blake di Ken Loach, il magnifico Aquarius del brasiliano Kleber Mendonça Filho.

Vi presento Toni Erdmann
ha una regia aerea e naturalistica, con molti piani sequenza, che sembra voler trafiggere simbolicamente tutte le bolle, ed è strutturato per passare da un climax all’altro: la sede della società, l’istituto di piscina-massaggio, il ristorante, il night eccetera. La Romania, cioè il mondo vero che politici, tecnocrati e banchieri non sanno più vedere, appare per spiragli via via sempre più forti da quella bolla ovattata e perduta. La sua prima apparizione è un’inquadratura singola ma di grande bellezza, quando Ines guarda dall’alto del proprio palazzo il mondo esterno in basso: un muro di latta divide il suo mondo da una bella ma povera casa popolare rosa che sembra uscita da una favela brasiliana.

È rifiutata una divisione netta tra la Germania, dove il film si apre e si chiude, e la Romania. I due mondi sono continui: il verde scuro, intenso, dei giardini delle abitazioni tedesche lo ritroviamo in quasi tutti gli interni chic artificiali romeni. Lo scarto diviene più evidente quando la Romania vera riesce a fare breccia nella falsa bolla tedesca. La scena finale in Germania non è altro che la rappresentazione delle vestigia di un mondo che se ne va. In quello che resta avremo forse una coscienza nuova ma, senza più la saggia follia infantile dell’insegnamento paterno, anche la consapevolezza della solitudine nel perseguire scelte (realmente) adulte.

Francesco Boille  internazionale.it


E se oggi per riuscire ancora a vivere un briciolo di verità fosse necessario allestire una messa in scena? Magari allungandone i tempi ossessivamente, puntando su un pedinamento sfrontato, ingombrante, divertente proprio perchè assurdamente falso.
È attraverso il trucco e una innata predisposizione alla gag che papà Winfried vorrebbe riconquistare il cuore della figlia Ines, rampante donna in carriera in trasferta a Bucarest che sta per concludere un complicato accordo con la sua compagnia. L’uomo si inventa così un personaggio. Con parrucca, dentiera e un inglese stentato diventa Toni Erdmann, dentista, uomo d’affari, socio di Ion Tiriac e supervisore di un progetto petrolifero. Segue Ines negli aperitivi, negli appuntamenti di lavoro e nei party aziendali. E la figlia dopo un’iniziale riluttanza comincia a stare al gioco, ad assecondare la squinternata messa in scena del padre, arrivando a denudarsi (letteralmente), forse a liberarsi di una corazza sociale più cinica e dolorosa del camuffamento di Winfried/Toni.

Che film strano quello della cineasta tedesca! Sembra quasi una parabola di John Landis come se l’avesse girata Antonioni. Una commedia senza leggerezza. Forse perchè i tempi che viviamo non possono più permettersi la sintesi di un certo tipo di spettacolo
. È inevitabile allora filmare tutto e svelare il meccanismo, moltiplicare i finali e le sottolineature. Lasciare che la gag irrompa sul set con un sua lunghezza, con il peso specifico di una felicità triste. Perchè la Ade è consapevole che ormai viviamo in un eterno presente dove la fatica e il sorriso sono la stessa cosa. E alla fine in qualche modo questa sua malinconia ci lascia qualcosa.

Carlo Valeri  sentieriselvaggi.it