di Bruno Bignami

fonte: Altronovecento

L'ultimo numero della rivista Altronovecento, pubblicato in agosto, è interamente dedicato alla cosiddetta “economia circolare”. I contributi pubblicati condividono il filo conduttore di un’analisi critica argomentata e documentata. Vi invitiamo alla lettura dell'articolo di Don Bruno Bignami, Presidente della Fondazione Don Primo Mazzolari e responsabile Cei per la Pastorale del lavoro, sulla nuova visione della questione ambientale introdotta dall’Enciclica Laudato si’ di Francesco.

Ma che cos'è l'economia circolare?
Nel libro "Il Cerchio da chiudere", pubblicato in Italia nel 1972, il biologo americano Barry Commoner constatava che i cicli biologici erano chiusi, alimentati dal sole, senza depauperare né inquinare con rifiuti la biosfera, mentre i processi dell’economia umana della società termoindustriale, basata sui fossili, erano lineari, aperti, sia in entrata con il prelievo irreversibile di risorse, sia in uscita con la dispersione irreversibile di rifiuti inquinanti in ambiente. “Chiudere il cerchio” significava cercare di imitare i cicli della natura e avviare processi economici circolari, meno depredatori di risorse e meno inquinanti. Potremmo considerare quest’opera la base teorica di quella che oggi, quasi mezzo secolo dopo, verrebbe riscoperta come “economia circolare”.


L’economia di Francesco

di  Bruno Bignami


I temi sociali, in genere, e quelli economici, in particolare, sono al centro del pontificato di Francesco. Si avverte nei suoi interventi la forza di un magistero che non guarda malinconicamente ai problemi, ma stimola i credenti a offrire un contributo determinante per risolverli. La sfida è aperta, compresa quella di rifondare l’economia. Vediamo tre tappe nella sua riflessione: a) quella programmatica in Evangelium gaudium (EG); b) la scelta di accompagnare alcune prassi innovative; c) la proposta coraggiosa di Laudato si’ (LS).

Prima tappa: “questa economia uccide”

“Questa economia uccide” (EG 53): l’affermazione ha fatto discutere e storcere il naso a diversi economisti. L’analisi risale all’inizio del pontificato e va interpretata correttamente. Infatti, non è in discussione l’economia come tale, che è un’attività umana fondamentale, ma “questa economia” che genera esclusione sociale. Gli “scarti” umani riempiono le periferie, non abitano i luoghi decisionali e subiscono la violenza del potere economico in mano a pochi privilegiati.

Siamo di fronte a una cultura che anestetizza le coscienze, a tal punto che preoccupa il ribasso di qualche punto della Borsa mondiale e non la morte per freddo di un anziano costretto a vivere per strada. La cultura del benessere addormenta la volontà di cambiare: annienta il desiderio di capire e rimuovere le cause. La disuguaglianza chiude gli occhi, rattrappisce il cuore e genera indifferenza. L’esclusione e l’ingiustizia sono altresì cause di violenza. La preoccupazione di difendersi non può far dimenticare che, senza uguaglianza di opportunità, si prepara il terreno verso nuove forme di aggressione e guerra. Un sistema sociale ed economico iniquo conduce all’uso della violenza dentro spirali incontrollate.

Impoverimento, vite di scarto, esclusioni sono l’esito drammatico di un modello di sviluppo consumistico, dove a essere oggetto di consumo non sono solo le risorse e le cose, ma le persone. L’esito ha un nome preciso: “economia senza volto” (EG 55). A fondamento vi è una mancanza grave di orientamento antropologico. L’uomo è considerato come strumento e non nel suo pieno valore. È ridotto a bene di consumo, secondo la spietata logica dell’usa e getta. A questo riguardo, Francesco coglie l’occasione per un’esplicita contestazione della teoria della “ricaduta favorevole”, secondo la quale nel libero mercato la crescita offrirebbe da sé risposta alla disuguaglianza. La ricchezza prodotta, infatti, scivolerebbe a cascata verso tutta la società e migliorerebbe le condizioni di tutti. Si tratta, in realtà, di un’opinione non confermata dai fatti e che “esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante” (EG 54). La conseguenza è che gli esclusi rimangono al palo. E, soprattutto, si opera una “globalizzazione dell’indifferenza”, che porta all’incapacità di piangere per il dolore altrui e di provare compassione per il grido del povero.

È evidente: il problema sta nella situazione per cui il denaro, invece di servire la vita umana, la domina e governa a seconda dei propri interessi. Come non rendersi conto di ciò che accade in campo lavorativo? Non si debellano la disoccupazione giovanile crescente, il precariato nei contratti, le forme di assistenzialismo di ritorno, il ricatto violento con costrizione di restituire sottobanco una parte dello stipendio, la corruzione, la delocalizzazione dell’impresa con dumping sociale.

È il segno evidente del divorzio tra etica ed economia. Si sono separati in modo netto i due tempi: la produzione della ricchezza e la sua distribuzione. La triste conclusione è l’elogio della filantropia, con l’uscita di scena della giustizia. Si osannano i grandi ricchi di turno, Warren Buffett o Bill Gates, che danno vita a fondazioni filantropiche, mentre sarebbe più opportuno favorire l’interdipendenza dei due momenti fin dal primo istante. L’etica deve guidare anche il momento produttivo, facendo tesoro del valore della persona come protagonista sulla scena economica. Non può accontentarsi di scendere in campo nel secondo tempo della partita, a distribuire una ricchezza già prodotta, magari con metodi discutibili.

La risposta adeguata consiste in una nuova mentalità, che parta da uno sguardo diverso sull’umanità e si metta in ascolto degli ultimi. L’inclusione è possibile solo se si comincia a parlare in termini di comunità, “di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni” (EG 188). La solidarietà è l’atteggiamento etico in grado di riscattare la nostra umanità, prima ancora di quella dei poveri e degli impoveriti.

Seconda tappa: i poeti sociali

Alla luce di queste convinzioni è nato un progetto d’incontro con i movimenti popolari. Sono i poveri, gli scartati, emarginati, che chiedono attenzione. La Chiesa di Francesco ne ascolta le istanze e ne organizza la rinascita. Si tratta di un mondo variegato che va dai contadini brasiliani Sem terra ai Cartoneros argentini, dalle comunità di nativi asiatici ai latinoamericani (es: i Lenca dell’Honduras) o africani (tra essi il Mufis: Union for Informal Sector-Malawi), dai comitati di madri delle mense popolari ai gruppi per il diritto all’acqua, da chi difende l’ambiente a chi tutela il lavoro minorile, dai piccoli artigiani ai venditori ambulanti, dagli operai di fabbriche occupate e imprese recuperate ad alcuni centri sociali, dai contadini che incarnano l’agricoltura familiare ai membri di cooperative, dagli abitanti delle baraccopoli ai collaboratori domestici e badanti. Sono movimenti che creano lavoro dove sembrano prevalere gli “scarti dell’economia idolatrica”.

A Santa Cruz il papa li ha definiti “poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale”. Questi movimenti escono da una condizione di emarginazione sociale attraverso il protagonismo del lavoro. Contestano una visione assistenziale della loro condizione e assumono fino in fondo il principio ecclesiale della destinazione universale dei beni. Alle risposte transitorie e occasionali oppongono un lavoro dignitoso, l’impegno costruttivo, la creatività e solidarietà partecipativa. Di fronte alla tentazione di imporre modelli di consumo uniformi, figli della cultura del pensiero unico dell’usa e getta, i poveri sanno organizzarsi. Si pensano non come parte di un ingranaggio, ma come persone libere.

Terza tappa: l’ecologia integrale

C’è un passaggio di Evangelii gaudium che vale la pena meditare: “In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta” (EG 56). È la terza tappa dell’economia di Francesco: dar voce alla creazione, dono di Dio che rischia di finire calpestato in nome di un materialismo idolatra del denaro, disposto a mercificare ogni cosa. Diventa fondamentale, per una rinnovata economia, l’enciclica Laudato si’, che si colloca nel solco della dottrina sociale della Chiesa, riprendendo il tema della destinazione universale dei beni (cfr. LS 93-95): “Credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente un’eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati” (LS 93).

Ciò comporta che i beni della terra non possono essere a vantaggio solo di alcuni e contesta le forme di ingiustizia che mantengono strutture di peccato, che calpestano la dignità delle persone. La fame nel mondo è una di queste. Anche lo spreco rappresenta una contraddizione plateale: c’è cibo sufficiente per tutti eppure non vi è un’oculata distribuzione che consenta ad ogni persona di sedersi alla mensa dell’umanità. Lo spreco grida doppiamente vendetta agli occhi dei poveri: li esclude da ciò che appartiene loro e consuma molteplici risorse (es. acqua, energia ecc.) per produrre ciò che viene buttato in pattumiera, a danno di tutti.

In questa prospettiva, la visione evangelica e cristiana non può che abbracciare la liberazione dall’ideologia del privato o dell’assoluta libertà individuale che ha dominato nel recente passato. Oggi raccogliamo i cocci di ideologie materialiste, che hanno offerto una visione riduttiva del rapporto dell’uomo con i beni. Invocare una giusta collocazione del principio della partecipazione di tutti ai beni della terra è opera di giustizia del nostro tempo. Si tratta di condividere l’affermazione: “La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale” (EG 200). È in gioco la dignità dei credenti, chiamati a rendere credibile il loro passaggio sulla terra.

LS non teme di considerare il primato della politica sull’economia. Non in nome di una netta separazione, ma di un comune servizio alla vita. Riprendendo un’affermazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (Cdsc), Francesco ricorda che “l’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado difendere o di promuovere adeguatamente” (n. 470). Politica ed economia devono viaggiare a braccetto. LS 194 invoca il coraggio di cambiare modello di sviluppo globale: ciò esige di pensare al senso dell’economia e alla sua finalità. Osserva Francesco che “non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso” (LS 194).

La ricerca della qualità di vita superiore non corrisponde necessariamente alla crescita dell’economia misurabile in termini di Pil: i segnali di un pessimo sviluppo sono visibili nel deteriorarsi dell’ambiente, nella fragile relazionalità tra le persone, nell’esaurimento delle risorse, nella scarsa qualità del cibo. Per questo, LS mette in guardia dal fare della sostenibilità un diversivo e un mezzo per portare il discorso ecologico all’interno della finanza e della tecnocrazia. In tal modo, la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce a spot pubblicitario o a operazione di facciata pur di continuare a fare soldi. In realtà, la conversione ecologica lavora per un’economia che non schiaccia la persona, ma la valorizza per ciò che può offrire al bene comune.

Uno sguardo sintetico

Le tre tappe mostrano un percorso ben definito: l’analisi della realtà con le sue contraddizioni; lo sguardo verso buone pratiche; e la proposta di un’economia in stretta connessione con l’ecologia. I rilievi che il magistero di Francesco fa al modello economico non sono secondari. A questo itinerario possiamo aggiungere una notazione di metodo che viene dall’idea di convocare ad Assisi un’iniziativa come Economy of Francesco (marzo 2020). C’è la volontà di guardare oltre modelli di sviluppo incapaci di giustizia. Per farlo è necessario investire sui giovani, ossia su chi potrebbe essere meno condizionato dai paraocchi ideologici del passato. Talvolta si ha l’impressione che le ideologie del Novecento abbiano conquistato le menti a tal punto da non riuscire a liberare le energie migliori del nuovo secolo. Non è facile, ma la Chiesa di Francesco ha avviato un processo inarrestabile. Un’economia alternativa a quella materialistica e consumistica va ridisegnata con coraggio. Occorrono innovatori sociali, creativi capaci di sognare non solo valori diversi a quelli utilitaristici, ma persino una società dove le relazioni umane trovano spazi adeguati. Solo lo sguardo della giustizia fa vedere in modo nuovo la realtà. Comunque sia, è più facile capirlo che viverlo. Per attuarlo, bisogna incrociare la bellezza della condivisione. La “perfetta letizia” del Terzo Millennio.