NON OPPONIBILITA’ : un atto dispotico

di Dante Schiavon

La classe politica italiana ha assunto il verbo del “tecnocrate capitalista di turno”, declinando tutte le sue indicazioni in una produzione legislativa improntata a due concetti chiave: “semplificazione” e “non opponibilità”. In modo autoritario si sono rese “non opponibili” idee che avessero al centro la salute, l’ambiente, il suolo, il clima, il paesaggio, l’agricoltura, la sovranità alimentare, rimuovendo tutto il pensabile e l’immaginabile che si poteva ricavare dall’esperienza della pandemia.

“Non opponibilità”: un atto autoritario nella speranza vana di non perdere il benessere, ma con misure che lo renderanno più vulnerabile. La politica ha delegato il suo compito a “pomposi estranei interessati” e ha scelto la “cieca scorciatoia produttivista”: il Covid-19 non ha insegnato niente. Il “principio di non opponibilità” e la “smania semplificatrice” vengono intimati a coloro che hanno a cuore il bene comune, la salute pubblica, la tutela del paesaggio, uno sviluppo economico che non comprometta le condizioni di vita delle future generazioni. Le misure e gli investimenti previsti per la ripartenza ripropongono quanto di più “antiquato” e “pericoloso” ha contraddistinto “l’involuzione socio-economica e ambientale” di un paese, della sua classe politica e imprenditoriale, incapaci di vedere le macerie affioranti dello “sviluppo scorsoio” di Andrea Zanzotto.

Il Veneto è “capofila” di questo “modello economico involuto”, portatore di alterazioni gravi allo stato dell’ambiente, della salute pubblica, del paesaggio. Il suolo veneto, in particolare, anziché vedere uno “stop immediato” al suo consumo, incassa ulteriori colpi mortali inferti all’unanimità da tutti i partiti presenti in regione, sotto l’ombrello protettivo delle “semplificazioni” del governo nazionale, che incorporano, di fatto, forme di “reale non opponibilità”. In piena crisi climatica vengono stanziati miliardi per grandi, inutili e devastanti infrastrutture stradali che consumano migliaia di ettari e anche quando si introducono norme per la demolizione e ricostruzione di vecchi immobili queste vengono accompagnate da incentivi volumetrici, di superficie e deroghe in piena violazione dell’articolo 9 della Costituzione.

Gli interessi della rendita fondiaria e le lobby del cemento e dell’asfalto hanno prevalso sulla conservazione di una risorsa non rinnovabile e lo hanno potuto fare grazie al silenzio assenso di tutta la partitocrazia. Dal 2012, anno in cui venne fatto fallire il tentativo dell’On. Mario Catania, siamo ancora in attesa di una legge che arresti il consumo di suolo. Quasi 10 anni in cui gli attori della politica partitica hanno dato vita ad uno spettacolo desolante, fatto di opportunismo elettorale, di speculazioni immobiliari, di corruzione, di leggi e pianificazioni urbanistiche interessate, di superficialità e colpevole ignoranza sui “servizi ecosistemici” del suolo libero che vengono sottratti ai cittadini.

In questo vuoto normativo nazionale la giunta Zaia ha potuto emanare “leggi regionali ossimoro” che avevano “propagandisticamente” l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo, riuscendo nel miracolo di consumare più suolo di regioni che non avevano normato la materia. Per contenere le conseguenze delle dinamiche amministrative, affaristiche, pianificatorie e legislative della regione Veneto, che stanno consumando per sempre un bene primario non rinnovabile, necessita un forte, organico, intervento dello stato, supportato dalle associazioni e dai comitati di cittadini che difendono dal degrado i loro territori. Uno Stato che a difesa dello “stato dell’ambiente veneto” nella sua interezza, nella sua coesione ecologica dinamica e paesaggisticamente integrata, faccia prevalere l’interesse generale cassando e impugnando leggi e provvedimenti della regione Veneto che rispondono a logiche perverse, distruttrici di suolo fertile ed eversive nell’uso di una risorsa non rinnovabile che soprassiede mille aspetti ecologici, economici, paesaggistici.

Si applichi la Costituzione, dal punto di vista formale (art. 117 e 127) e valoriale (art. 9, 41 e 42), facendo immediatamente una legge nazionale rigorosa che arresti il consumo di suolo e si impugnino leggi regionali ambientali venete, “deregolatrici” e “deroganti” (sul suolo, sul piano casa, legge ordinamentale, ecc.), contenenti un uso premeditato e affaristico delle deroghe che inficiano, dietro una montagna di bugie e propaganda, la “tutela dell’ambiente”, del “paesaggio”, della “biodiversità”. Uno Stato che smascheri quell'autonomia in “salsa veneto-leghista” che manomette l’ambiente in nome della competenza concorrente del “governo del territorio” (art.117 comma 3), salvo poi chiedere lo “stato di emergenza” e soldi pubblici allo Stato per le conseguenze di tale politica scellerata sullo “stato dell’ambiente” (art. 117 comma 2 lett. s), in termini di dissesto idrogeologico, perdita di servizi ecosistemici forniti dal suolo libero, allagamenti, alluvioni, frane, effetti degli eventi climatici estremi.

Va svelato pubblicamente il giochino leghista dell’autonomia “parassitaria”: massacro il territorio in nome della competenza concorrente sul “governo del territorio” e poi, al verificarsi di eventi estremi che colpiscono l’ambiente, invoco l’aiuto del governo di Roma. Siamo in gravissimo ritardo nello scoprire queste relazioni fra le dinamiche del “governo del territorio” e il loro impatto sullo “stato dell’ambiente” (art.117 comma 2 lett. s). Bisogna anteporre, prima di ogni discorso economico, la necessità ecologica di tutelare l’integrità dei territori, riducendo quel localismo clientelare, figlio spesso di giochi di interesse da parte di Comuni e Regioni che operano sottraendosi alle “compatibilità ambientali”, “climatiche” e “paesaggistiche”, il cui rispetto solo lo Stato può garantire in una visione scientificamente integrata sullo “stato dell’ambiente” in tutte le sue correlazioni territoriali, economiche, ecologiche e paesaggistiche.