Giorgio Nebbia ci ha lasciato un anno fa, il 3 luglio del 2019. Chi ha qualche anno di età, ricorderà come Nebbia sia stato una figura fondamentale dell’ambientalismo non solo italiano ma internazionale. Intellettuale – docente universitario di Merceologia a Bologna e poi a Bari e culturalmente nell’intersezione di cristianesimo e marxismo; politico (senatore e deputato per la Sinistra indipendente); attivista e impegnato nella nascita e poi nello sviluppo e sostegno dell’ambientalismo italiano. Ma soprattutto, Nebbia è stato saggista e divulgatore: pacato nel suo ragionare e chiarissimo nel suo stile di scrittura, ma potente nel suo smascherare i falsi miti e le retoriche di un capitalismo in realtà irresponsabile verso il futuro e le prossime generazioni, insostenibile e nichilista per l’ambiente ma anche per la società, disuguagliante per essenza e tendenza. Ai più giovani invece – e pensiamo soprattutto ai tanti dei FfF che hanno riportato d’attualità il tema, quasi dimenticato, dell’ambiente e della crisi climatica – il suo nome forse dice poco, ma allora questa è l’occasione per scoprirlo (e per riscoprirlo, chi è meno giovane).

 È infatti da poco uscito il saggio: La Terra brucia. Per una critica ecologica al capitalismo, edito da Jaca Book nella Collana Dissidenze, curata da Lelio Demichelis. E Nebbia è stato sicuramente un dissidente rispetto al sistema capitalistico e un dissidente nel suo costruire un pensiero diverso e radicaleradicale nel senso di andare alla radice, cioè alla ricerca delle cause dei problemi (il capitalismo), senza limitarsi a un mero problem solving ex post.

 Un testo di e su Nebbia: che raccoglie molti dei suoi interventi scritti nel corso degli anni, alcuni inediti, come è inedito il Carteggio con Dario Paccino, un altro ambientalista oggi dimenticato; con una Introduzione di Pier Paolo Poggio e Marino Ruzzenenti della Fondazione Micheletti di Brescia, dove Nebbia aveva depositato il suo archivio; e con una Biografia di Luigi Piccioni, dell’Università della Calabria (che ha curato anche il Carteggio) e che ripercorre le tappe di una vita davvero intensa. Un testo – come scritto nella quarta di copertina – “di grande attualità anche con la pandemia da coronavirus, per non dimenticare che, ben più grave della pandemia, è proprio il cambiamento climatico”. Ma di attualità anche perché Nebbia – come scrivono Poggio e Ruzzenenti – “propugnava una regolazione politica dell’economia, sulla base di due presupposti (…): a) la cogenza dei limiti ecologici (…), b) una consapevolezza diffusa della crisi ambientale”.

da sbilanciamoci.info del 18.06.2020



Ricordiamo Giorgio Nebbia pubblicando l'ultima sua intervista al mensile di Legambiente "Nuova Ecologia", rilasciata il 28 febbraio 2019



Giorgio Nebbia: “Viviamo sulla Terra come astronauti in una navicella spaziale”


di Elisabetta Galgani

Ha 92 anni e un cervello cristallino. È stato tra i primi ambientalisti e un fervente sostenitore della battaglia contro il nucleare. Parliamo di Giorgio Nebbia, classe 1926, dottore in Chimica, professore di Merceologia, ora emerito, all’università di Bari, con il cuore a sinistra. A lui Nuova Ecologia ha chiesto di consigliare ai ragazzi di oggi le battaglie urgenti per l’ambiente. «Per battersi in sua difesa bisogna capire innanzitutto chi è il nemico: le alterazioni dell’ambiente nascono da conflitti fra diritti».

Quali diritti?

Comincerò con un esempio banale: il diritto elementare più importante, quello di nutrirsi. Il cibo più semplice è il pane, prodotto dal frumento. Coltivato nella pianura padana o nei campi canadesi, richiede l’aggiunta di concimi fosfatici provenienti dalle rocce del Marocco trattate con agenti chimici, o con concimi azotati ottenuti per sintesi dal metano importato dal Nord Africa. I raccolti devono essere protetti dall’attacco di parassiti con prodotti chimici e una parte dei concimi e degli antiparassitari finiscono nelle acque dei pozzi da cui “qualcun altro”, un essere umano come noi, da qualche parte, attingerà acqua contaminata. Ecco dunque che il mio diritto di avere il “bene pane” priva qualcun altro del diritto di avere un bene della natura, l’acqua sicura.

Il diritto delle persone a muoversi per recarsi al lavoro, a scuola, a conoscere altri popoli, richiede mezzi di trasporto che sono fatti di metalli, gomma, vetro, plastica, tutte cose fabbricate con minerali e materie prime trasformati con processi che lasciano scorie e rifiuti. Poi i mezzi di trasporto bruciano combustibili prevalentemente derivati dal petrolio, che immettono nell’atmosfera gas che provocano il riscaldamento del pianeta. Il nostro diritto a muoverci priva altre persone del diritto di abitare sicuri dai pericoli di frane e alluvioni. Il principale compito è come ristabilire la giustizia ambientale. Le risposte sono immediate: chi provoca il riscaldamento globale? Da dove vengono i mucchi di rifiuti? Chi provoca l’erosione del suolo? 

In questo modo l’ambientalismo si può confrontare con la grande battaglia sulle diseguaglianze economiche e sociali.

Le violenze ambientali riguardano i Paesi industriali ma anche i Paesi poveri, da cui quelli ricchi traggono preziose materie economiche a basso prezzo. Le foreste tropicali, prezioso e delicato polmone biologico del pianeta, sono distrutte e le popolazioni native espulse ed espropriate per ricavare pascoli e allevamenti e soddisfare così l’avidità dei divoratori di hamburger. Ma anche per piantagioni di palma da cui viene prodotto l’olio per biscotti e dolciumi e per piantagioni di canna da zucchero da cui ricavare carburanti alternativi al petrolio. La Terra è ferita da pozzi di petrolio e gas naturale e da caverne di carbone, i principali responsabili del riscaldamento globale per la maggior gloria di pochi miliardari. Ai Paesi poveri sono riservate le discariche dei nostri rifiuti tossici che avvelenano intere comunità e il destino di migrare in fuga dalla siccità e da terre desolate verso i Paesi che gli sbarrano le porte dopo essere stati cause delle loro sventure. Capisce che cose intendevo all’inizio parlando di giustizia?

Rimprovera qualche errore al movimento ambientalista delle origini, quello degli anni ’70 e ’80. E se sì, quali?

Ben presto il carattere rivoluzionario della contestazione “ecologica” è stato stemperato dalla “saggezza” della politica e degli affari. Gli ambientalisti, che devono difendere la natura e l’ambiente, non possono dire di no sempre e a tutto: il progresso tecnico e industriale assicura beni migliori e abbondanti a tutti e assicura occupazione ai lavoratori e libera tanti poveri dalla miseria. È vero che qualche sostanza è velenosa e pericolosa, che qualche processo genera fumi e rifiuti, ma oggi grazie all’innovazione è possibile cambiare processi produttivi e filtrare veleni e gas. Occorre un ambientalismo “scientifico” e ragionevole, gli ambientalisti possono dare utili suggerimenti ai politici e agli imprenditori a condizione di procedere nella marcia gloriosa del progresso. Molti ambientalisti sono poi stati incantati dalla promessa di uno ”sviluppo sostenibile”, di merci verdi ed ecologiche ed energie “rinnovabili”, senza rendersi conto di uscire da una trappola tecnologica e ambientale per cascare in un’altra, quella del business. Nel 1970, all’alba di quel movimento rivoluzionario che voleva cambiare il mondo nel nome dell’“ecologia”, sui muri di New York apparvero dei manifesti in cui si vedeva Pogo, un personaggio dei fumetti, un opossum antropizzato che puliva i rifiuti lasciati dai partecipanti a una riunione di ambientalisti. Sconsolato concludeva: “Ho scoperto il nemico e siamo noi”.

Gli obiettivi dell’ambientalismo di oggi sono però differenti rispetto a 20-30 anni fa.

In trent’anni sono quasi raddoppiati gli abitanti della Terra, in molti Paesi industriali è aumentato il numero degli anziani, è raddoppiata la massa dei materiali estratti dalla natura ed è triplicata la quantità di rifiuti. Inoltre, le innovazioni tecnologiche hanno determinato la richiesta di nuove risorse naturali. Si pensi al silicio, a quei piccolissimi pezzetti metallici che azionano telefoni cellulari, satelliti artificiali (e missili nucleari) e ai foglietti capaci di trasformare la radiazione solare in elettricità. Quel magico metallo richiede l’escavazione di milioni di tonnellate di sabbia: materia prima che deve essere trasformata in silicio metallico purissimo in forni elettrici alimentati da centrali che emettono gas che a sua volta altera il clima. Le batterie ricaricabili richiedono litio che deve essere ricavato da enormi laghi salati nelle Ande, con complicati processi di purificazione che lasciano grandi depositi di scorie. In trent’anni sono state prodotte merci sofisticate, si sono dilatate le città, è cresciuta la violenza ambientale e umana, sono sorti nuovi colossi industriali. È cresciuto l’uso dell’energia, aumentata la temperatura media della Terra con drammatici sconvolgimenti climatici. È scomparsa, nel mondo politico, la visione di futuro e la volontà di solidarietà, umana e ambientale. La soluzione va cercata nella lezione fondamentale dell’ecologia: da nessun altro corpo celeste, eccetto la Terra, possiamo trarre le cose necessarie per la vita, anche per quella tecnologica degli umani, in nessun altro posto nello spazio possiamo mettere i nostri rifiuti. Viviamo, insomma, sulla Terra come gli astronauti in una navicella spaziale grande, ricca di foreste, acque, animali, minerali, ma di dimensioni limitate. Le due immagini “Spaceship earth” e “Una sola Terra” furono i pensieri guida della Conferenza di Stoccolma ”sull’ambiente umano” del 1972. I grandi temi furono: come vivere da esseri umani, ricchi e poveri, su un pianeta di risorse limitate? Come usare meglio le sue ricchezze naturali rispettandolo? Tante cose sono cambiate, già vent’anni dopo, nel ’92, la conferenza di Rio aveva come titolo “Ambiente e sviluppo” (l’“uomo” era scomparso). Ad altri vent’anni di distanza la conferenza di Rio del 2012 aveva come titolo “Lo sviluppo sostenibile”: insieme all’uomo, era scomparso anche l’ambiente.

In diverse parti del mondo, compresi gli Stati Uniti, si riprende in mano il marxismo come chiave di lettura del contemporaneo. Succede soprattutto tra i giovani. Perché questo ritorno di “moda”?

Nella metà dell’Ottocento, Marx è stato un acuto osservatore della società capitalistica. Ha denunciato il “dovere” di questo sistema di assicurare un profitto attraverso la produzione di più merci possibile a più basso costo. Dietro ogni violenza ambientale vi è qualche impresa o persona che si arricchisce inducendo a comprare merci a spese dei beni della natura. Merci sempre diverse, di limitata durata e destinate ben presto a trasformarsi in rifiuti. Nella società capitalistica, scrive Marx, “ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica”. Merci il cui “vero godimento consiste nell’autostordimento, che è una soddisfazione del bisogno soltanto apparente, una forma di civiltà dentro la rozza barbarie del bisogno”. L’ecologia può rappresentare uno strumento essenziale per riconoscere i reali bisogni umani, non quelli “creati” e moltiplicati per rendere le persone soggette al potere del denaro e degli oggetti. Per comprendere, insomma, come l’economia capitalistica sia intrinsecamente incompatibile con un’amministrazione umana e solidale dei beni della natura.