Stampa

Un articolo di Marco Marrone pubblicato il 20.03.2020 su Jacobinitalia.it

  In questi giorni di isolamento, sono molti i contributi circolati sugli effetti che la pandemia del Covid-19 sta avendo sulla nostra società nel suo complesso. Due sono le metafore più convincenti: nella prima la pandemia diviene un attore apocalittico, rivelatore delle profonde contraddizioni su cui è costruita la nostra società; nella seconda, invece, le misure eccezionali prese in questi giorni sono viste come un grande esperimento di massa di controllo e di innovazione sociale. 

In entrambi i casi, l’impatto della pandemia sulle nostre vite sembra troppo significativo per pensare che tutto possa tornare come prima. Sebbene sia impossibile prevederne gli esiti, si provano così a cogliere tendenze che forniscano quantomeno un’indicazione sulla direzione che tali trasformazioni stanno intraprendendo. L’ipotesi di chi scrive è che sia necessario considerare il tempo della gestione della fase emergenziale della crisi pandemica non come un tempo vuoto, ma come uno spazio in cui – grazie anche alla complicità dei governi, impegnati nel garantire la continuità dei processi di accumulazione – si articolano inedite operazioni del capitale che rischiano di imprimere una direzione decisiva sugli scenari futuri. Per poterle scorgere, però, è necessario ibridare le due metafore, guardando cioè al modo in cui il capitale sta sperimentando nuove modalità per riuscire a estrarre valore dalle contraddizioni emerse nella fase emergenziale della crisi pandemica.

La polarizzazione del mercato del lavoro nella crisi pandemica

Prima di altri, è toccato all’Italia fare da apripista nella gestione dell’emergenza in occidente. Se in Cina si è puntato tutto su misure particolarmente restrittive, nel nostro paese (e non solo) si è andati con più cautela per timore di mettere a repentaglio la tenuta del nostro sistema economico. Lo scenario in cui la contaminazione ci avrebbe fatto prendere misure drastiche come quelle cinesi terrorizzava Confindustria e il nostro governo più del virus stesso. Onde evitare una nuova crisi economica come quella appena trascorsa, l’imperativo è stato di garantire la continuità delle attività economiche, come ben rappresentato dalla sciagurata campagna #milanononsiferma lanciata da Confcommercio e rimbalzata dal sindaco Giuseppe Sala. In questa direzione sono andati anche gli accorati inviti fatti dal premier Giuseppe Conte sull’impiego dello smart working, per consentire che le persone potessero continuare a lavorare da casa. Inviti, peraltro, seguiti con successo da enti pubblici come le Università, che hanno così avviato la sperimentazione della didattica online, ma che spesso nel settore privato sono caduti nel vuoto, facendo emergere in un colpo solo non solo l’arretratezza dello sviluppo tecnologico del tessuto produttivo italiano ma anche tutti i limiti delle politiche di Industria 4.0.

Non sorprende, dunque, che lo scenario che ha avuto seguito sia stato ben diverso da quello di un paese unito e pacificato. Nei giorni seguenti, infatti, abbiamo visto emergere una conflittualità sui luoghi di lavoro che pensavamo sepolta tra i polverosi annali del secolo scorso. Da un lato, grazie anche alle armi che la politica gli ha fornito in questi anni, abbiamo visto la disciplina datoriale trasformarsi in autoritarismo, minacce e abusi, volti a costringere le persone a lavorare anche in assenza di misure preventive del contagio. Dall’altro, invece, ci sono state esplosioni di lotte spontanee da parte dei lavoratori che non solo hanno messo in luce le condizioni di rischio in cui spesso sono costretti a lavorare, ma anche la natura di parte dell’interesse nel garantire la continuità delle attività economiche. 

Il risultato, complice la crescita vertiginosa di contagi e situazioni critiche, è stato quello di procedere con misure che hanno ulteriormente inasprito la situazione. Si è così giunti alla chiusura di alcuni settori considerati non essenziali, mentre altri restano in funzione regolati da un nuovo accordo con le parti sindacali. C’è però anche chi si trova del tutto scoperto nei confronti del virus, non solo perché costretto a lavorare nei settori che restano attivi, ma anche perché privato della possibilità di accedere alla rappresentanza sindacale a causa del proprio contratto o dell’assenza del sindacato sul luogo di lavoro.

Così, mentre sempre più paesi occidentali seguono traiettorie simili a quelle italiane, come osservava già anche Mike Davis su Jacobin italia qualche giorno fa vediamo emergere una nuova polarizzazione del mercato del lavoro. Da un lato, nella parte alta, coloro che hanno la possibilità di stare a casa, al riparo dal rischio di contagio, la cui vita dipende dallo sfruttamento di una parte bassa fatta da rider, lavoratori della logistica, dipendenti dei servizi commerciali che si trovano invece a operare nel mondo esterno invaso dal virus, esponendo sé stessi e le loro famiglie al rischio di contagio. 

Una polarizzazione considerata necessaria nella situazione di emergenza in cui viviamo, come dimostrato dal passaggio del discorso del premier Conte in cui enfatizza la possibilità di continuare a consumare ordinando a domicilio, minimizzando l’impatto che tale polarizzazione ha per la società e per il suo futuro. Se però, come sostengono alcuni, l’impatto della pandemia è tale da imporre una radicale trasformazione della società che tenga conto della minaccia dei virus, il rischio è che tale polarizzazione permanga anche quando l’emergenza sarà terminata.

Le operazioni del capitale: il caso Amazon e Deliveroo

Per poter visualizzare tale polarizzazione è sufficiente partire da un dato pubblicato qualche giorno su Affari e Finanza di Repubblica che vede l’e-commerce crescere dall’inizio dell’epidemia in Italia per oltre il 55%, divenendo così il settore che più si è espanso durante la fase emergenziale della crisi pandemica. E lo stesso sarebbe probabilmente accaduto nell’ambito del food delivery, se non fosse che da un lato le organizzazioni dei riders si sono prontamente mobilitate per impedire di venire travolte, e dall’altro la composizione di molti locali – ancora spesso a gestione familiare e non di grandi catene della distribuzione come accade in altri paesi – li ha portati a scegliere di chiudere l’attività piuttosto che restare aperti per il solo delivery.

Tuttavia, per poter comprendere fino in fondo le opportunità che la polarizzazione nella fase emergenziale della crisi pandemica offre al capitale è necessario guardare alle operazioni che in questi giorni stanno facendo giganti del settore quali Amazon e Deliveroo. È notizia recente, infatti, che Amazon negli Usa si appresta a reclutare oltre centomila lavoratori per poter far fronte alla crescita di domanda di questo ultimo periodo. Non solo, in barba alle mobilitazioni che negli ultimi decenni hanno messo in luce il peculiare sfruttamento del gigante americano, la scelta di Amazon è stata di aumentare lo stipendio orario di 2$ per questi lavoratori. Una misura eccezionale, ha affermato il vice-presidente mondiale David Clark, perché «vogliamo che le persone sappiano di essere le benvenute nel nostro team finché le cose non torneranno alla normalità e i loro datori di lavoro non saranno pronti a riprenderli nel loro luogo di lavoro». In questa dichiarazione vediamo il cinismo dell’azienda quasi monopolista globale dell’e-commerce che, sfruttando la crisi pandemica, si appresta a espandersi attraverso l’alta domanda di lavoro creata dall’emergenza. Non solo, continua ancora David Clark, loro sono consapevoli che «consegnare a domicilio un bene di prima necessità può essere vitale quando le comunità sono costrette a praticare una distanza sociale, soprattutto per gli anziani e gli altri soggetti vulnerabili. Vediamo che c’è una crescita significativa della domanda che ci chiama oggi a una sfida senza precedenti». L’ultima notizia, infatti, è la scelta da parte di Amazon di dare priorità nella consegna ai prodotti medici, rilanciando così l’immagine di un’azienda dal comportamento responsabile, pronta a fare la sua parte durante la crisi pandemica. 

L’operazione condotta da Amazon, dunque, non si ferma alla semplice espansione di mercato, ma punta a sfruttare la contingenza dell’emergenza per raggiungere il suo obiettivo strategico, ossia candidarsi a essere infrastruttura essenziale del commercio mondiale. È così che il gigante non solo si trova ad approfittare della polarizzazione emergente, ma lo fa riuscendo persino a dipingersi di una retorica umanitaria e solidale ripulendo la propria immagine pubblica. Il messaggio di Amazon è chiaro: nell’era dei virus, la nostra azienda diviene un servizio essenziale perché è l’unica in grado di consentire la tenuta del sistema economico che, come già fatto notare da Marta e Simone Fana su Jacobin Italia qualche tempo fa, viene chiamato a pagare come prezzo per la sua sopravvivenza la necessaria dipendenza nei confronti di Amazon.

A fare eco all’operazione di Amazon è Deliveroo, anch’essa impegnata a condurre una strategia finalizzata non solo ad allargare i margini di mercato, ma anche a mutare pelle agli occhi dell’opinione pubblica. Nonostante l’impatto del virus avrebbe potuto mettere in discussione il modello Deliveroo facendo emergere i rischi dello scaricare sui lavoratori l’impegno a garantire la sicurezza del prodotto, questo rischio sia stato nei fatti aggirato attraverso un’operazione commerciale imponente in cui viene comunicato al lavoratore lo svolgimento di nuovi carichi di lavoro da eseguire – come la disinfettazione del cubo o la consegna a distanza – rassicurando il consumatore sul fatto che la mancata esecuzione dei compiti comporta l’esclusione del lavoratore indisciplinato dalla possibilità di consegna. Assieme alle mail ai lavoratori dove vengono imposte queste norme ne arrivano altrettante ai consumatori dove non solo vengono spiegate le nuove istruzioni per ritirare il prodotto evitando il rischio contagio, ma si viene anche invitati a segnalare i riders indisciplinati. In altre parole, Deliveroo riesce a rovesciare sui lavoratori i rischi della pandemia per la sua azienda trasformandola nell’occasione per rinnovare un patto con i consumatori contro il lavoro che, invece, si trova a dover sostenere costi e rischi non solo del servizio di consegna, ma anche della stessa prevenzione sanitaria. 

Ma non è tutto. Nella seconda settimana di Marzo, ossia quando la pandemia iniziava a dipanarsi in tutta la sua drammaticità, Deliveroo compie anche un’altra operazione comunicando ai clienti la possibilità di ordinare anche la spesa dal supermercato. «Stiamo facendo del nostro meglio per attivare prima possibile negozi e supermercati, per consentire la consegna di questi prodotti in un momento così importante», recita la mail inviata ai consumatori di Deliveroo. Al pari di Amazon, anche in questo caso la fase emergenziale della crisi pandemica diventa il contesto ideale non solo per espandere la propria rete di mercato, coinvolgendo dunque anche la grande distribuzione alimentare, ma anche per riuscire a nascondere il loro proverbiale cinismo dietro una presunta operazione di natura umanitaria.

In entrambi i casi dunque, ci troviamo di fronte a operazioni che non costituiscono semplicemente l’azione di aziende volte a conquistare spazi di mercato, ma mobilitano un significato sociale che allude a una potenziale società «adattata» alla presenza del virus. Come osservano Sandro Mezzadra e Breitt Neilson, questa operazione «non è mai di natura semplicemente tecnica […] non può essere equiparata né all’attività né alla potenzialità; ma, nel fornire un terreno concettuale che ci permette di pensare queste due dimensioni insieme, costituisce un modo teorico e pratico potente per interrogare i meccanismi del capitale». Le operazioni di Amazon e Deliveroo in questi giorni, dunque, ci fanno scorgere che a essere in gioco non è semplicemente la gestione della fase emergenziale della crisi pandemica, ma il dipanarsi di processi che rappresentano il modo in cui il capitalismo sta tentando di interiorizzare l’impatto del virus a suo vantaggio per trasformarlo in un nuovo regime di sfruttamento del lavoro.

Logiche dell’eccezione e retorica patriottica

Tali operazioni, però, non sarebbero state possibili senza la polarizzazione del mercato del lavoro emersa nella fase emergenziale della crisi pandemica, ma anche senza la retorica di solidarietà nazionale che vediamo mobilitata in queste ore. Senza perdere di vista l’importanza del prendersi cura della società nel suo insieme in un momento come questo, la «romanticizzazione» di tale retorica – come abbiamo visto pienamente assunta da due attori mondiali come Amazon e Deliveroo – rischia di legittimare un nuovo regime lavorativo dove la sopravvivenza di una parte dei lavoratori viene fondata sul necessario sfruttamento di altri. In questo senso, è particolarmente significativo ciò che il decreto «cura Italia» non dice, ossia la condizione di quelle figure escluse dalle misure economiche prese dal governo. 

La ratio che sembra ispirare la gestione economica del governo non è infatti quella di alzare il pavimento, ossia stendere uno strato di misure universalistiche volte a coprire tutto il mercato del lavoro per non lasciare indietro nessuno. Piuttosto, è quella del risarcimento, opportunamente frammentato a seconda delle diverse tipologie contrattuali, volto a placare i subbugli che hanno attraversato l’Italia e che oggi vediamo espandersi in tutto il mondo occidentale. L’obiettivo, dunque, è un nuovo equilibrio nella fase emergenziale della crisi pandemica che non si limita a ricercare il consenso, ma allude anche alla fase successiva. Quella in cui, mobilitando un altro filone semantico come quello della guerra al «nemico invisibile» – del tutto inopportuno dato che come osservano i biologi anche questa pandemia è frutto di ciò che gli umani fanno alla natura – viene definita «ricostruzione».

Così, a non essere citati nel decreto economico di Marzo non sono solo i rider, che essendo per la maggior parte contrattualizzati con prestazioni occasionali finiscono per non ricevere nulla, ma anche quell’esercito di disoccupati, lavoratori discontinui e a nero – spesso migranti e impiegati in settori essenziali come l’agricoltura – colf e badanti che si trovano nelle medesime condizioni, se non peggiori. Si tratta, dunque, di figure che, in assenza di alternative, tanto durante quanto al termine della fase emergenziale della crisi pandemica, rischiano di andare a ingrossare l’emergente parte bassa del mercato del lavoro. Una parte fatta non solo da lavoratori del mondo esterno, ossia esposti al rischio contagio, ma anche da quelli privati di strumenti con cui potersi difendere, a partire, in molti casi, dall’assenza di una copertura sindacale. In altre parole, la situazione ideale per favorire operazioni quali quelle di Amazon e Deliveroo che rischiano così di espandersi e di intensificarsi ben oltre il campo dell’e-commerce.

Tuttavia, oltre alla condizione materiale che si è venuta a generare con le misure prese in questi giorni c’è un tentativo di seduzione istituzionale compiuto con le retoriche di una solidarietà nazionale che tramuta chi accetta di esporre sé stesso e i propri familiari al rischio di contaminazione in una sorta di moderno eroe nazionale. La solidarietà nazionale che traspare dal decreto «cura italia» non è quella in cui qualcuno deve rinunciare a qualcosa per far stare meglio tutti, ma dove gli sfruttati devono accettare di continuare a esserlo per consentire al sistema economico come lo abbiamo conosciuto sino a oggi di sopravvivere. Una condizione non limitata ai settori mobilitati sul fronte della crisi pandemica, come il personale medico e infermieristico, ma trasversalmente estesa alla sfera economica.

In questa prospettiva, queste retoriche appaiono non solo funzionali a garantire la continuazione dei processi di accumulazione – consentendo a giganti quali Amazon e Deliveroo di giocarsi una partita per divenire sempre più infrastruttura centrale dell’economia – ma rischiano di essere il volano per tradurre tali operazioni nel nuovo regime lavorativo post-pandemico.

La «romanticizzazione» della quarantena, rischia così di far emergere nelle sue retoriche un nuovo regime lavorativo dove non solo i giganti dell’e-commerce esercitano un’influenza sul resto dell’economia che nessuna azienda è mai riuscita ad avere, neanche la celebre Ford, ma in cui lo sfruttamento del lavoro, in particolare della parte più debole e vulnerabile, appare qualcosa di inevitabile, «naturale», giusto. 

Sottovalutare la portata di queste operazioni rischia di portarci a una minimizzazione fatale una volta usciti dalla fase emergenziale. Disinnescarle, rivendicare tutele universali e pretendere che nessuno venga lasciato indietro è non solo decisivo per riuscire a mettere fine alla pandemia, ma anche per non doverci trovare in un incubo persino peggiore di quello che stiamo vivendo oggi.


Marco Marrone, ricercatore in sociologia presso il Center for Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, è tra i fondatori diRiders Union Bologna.