Meritocrazia e disuguaglianza, un articolo di Carlo Formenti - da LA PAGINA DEI BLOG di MicroMega 07.02.2020

   Le opere che mettono in luce la stretta relazione fra ideologia meritocratica e aumento delle disuguaglianze sociali sono ormai molte e significative, vedi il recente, monumentale lavoro di Thomas Piketty, Capital e idéologie.

Particolarmente stimolante, ancorché meno pletorico, mi è parso un pamphlet di Mauro Boarelli dal titolo Contro l’ideologia del merito (Ed. Laterza). Boarelli affronta il tema da un punto di vista gramsciano, nel senso che prende le mosse dalla costruzione egemonica di un senso comune fondato su un set di parole che svolgono a priori il ruolo di marcatori di valori positivi, senza che nessuno ne interroghi più il senso.

Si tratta di parole feticcio come trasparenza. Chi oserebbe mettere in dubbio che l’invito a fare delle istituzioni una “casa di vetro” sia di per sé cosa buona e giusta? Peccato che la richiesta di trasparenza nasca dalla crescente sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti della politica, e peccato che li si inviti a guardare nella casa di vetro mentre si vieta loro di mettervi piede (è roba da esperti non da incompetenti) per verificare più da vicino contenuti e meccanismi di funzionamento della cosa pubblica. Oppure del termine azienda, sempre più spesso associato a questo o quel servizio pubblico, il che rinvia implicitamente ai “valori” di efficienza e competitività dell’impresa privata, legittimando la visione – tipicamente neoliberista – secondo cui l’intera struttura sociale funzionerebbe meglio se si adeguasse alle “leggi” e ai principi del libero mercato.

Ma torniamo al merito e alla meritocrazia. L’ideologia liberal progressista delle nuove sinistre si illude di poter distinguere: una cosa è il merito, altra è la meritocrazia. La seconda può ispirare pratiche autoritarie, laddove il primo è, al tempo stesso, un dato “oggettivo” (il vero merito di cui migliaia di aspiranti docenti, funzionari, dirigenti pubblici e privati invocano il rispetto contro il merito “truccato” dalle “caste” burocratiche, politiche, mafiose, ecc.) e un attributo del singolo individuo. Ma le cose stanno davvero così, si chiede Boarelli, per poi smontare questa ingenua visione tracciando una sorta di genealogia dei due concetti che, giustamente, considera di fatto inseparabili.

La diffusione dell’ideologia meritocratica deriva, argomenta l’autore, dal progressivo affermarsi dei concetti anglosassoni di uguaglianza e giustizia sociale nei confronti di quelli europei. Mentre questi ultimi partono dalla constatazione del dato di fatto che la società è divisa in classi, per cui affidano alla politica il compito (come sancisce la nostra Costituzione) di correggere le ingiustizie generate da tale divisione, i primi ignorano le classi e considerano solo gli individui, teorizzando la possibilità di conciliare disuguaglianza e giustizia sociale nella misura in cui siano garantite a ciascuno pari possibilità di successo. La vita è una gara, una competizione in cui tutti devono partire alla pari perché possa vincere il migliore. Il sistema meritocratico dunque presuppone di per sé una disuguaglianza che è giusta nella misura in cui i talenti vengono selezionati sulla base del talento e delle pari opportunità di metterlo in pratica.

Da questa visione derivano alcune importanti conseguenze. In primo luogo, se avere successo dipende esclusivamente dal talento individuale, il mancato successo è una colpa; in altre parole, siamo di fronte a un’ideologia il cui scopo principale è convincere i perdenti della giustezza della loro condizione. In secondo luogo, l’individuo è incoraggiato a investire in capitale umano, definito come la somma delle competenze (altra parola feticcio opportunamente generica, in modo da poterla stiracchiare per giustificare questo o quel meccanismo di esclusione a danno degli “incompetenti”) acquisite nel corso del processo di formazione. Dall’idea di capitale umano si arriva all’idea del lavoratore come impresario di se stesso che compete sul mercato con tutti gli altri. Insomma: competere nella scuola per acquisire più competenze, per poi competere nella vita in una guerra di tutti contro tutti.

Che fine fa il merito in tutto ciò? Ha senso rivendicare il vero merito evitando, nel contempo, di cadere nella trappola della meritocrazia? La difficoltà – o meglio l’impossibilità – di tale pretesa si nasconde nelle seguenti domande: chi può o deve riconoscere il merito? Chi e come può o deve misurarlo? La risposta alla prima domanda rischia di essere del tutto arbitraria e soggettiva: infatti ognuno è intimamente convinto di meritare più degli altri o almeno di molti di essi, e le comunità (ordini professionali, gerarchie, commissioni concorsuali, ecc.) che dovrebbero trascendere questi giudizi arbitrari e soggettivi, sono esposte al sospetto di manipolazioni, accordi sottobanco fra lobby e famiglie, ecc.

Quanto alla misurazione è ovvio che essa è possibile solo nella misura in cui si accetta il principio secondo cui l’economia deve diventare la chiave di lettura di tutti i processi sociali. Ciò è chiarissimo nel campo delle istituzioni educative le quali, dalla scuola primaria all’università, sono il terreno che ha sancito il trionfo di una economia dell’educazione, in ragione della quale la scuola pubblica si sta trasformando in scuola di formazione aziendale, con gli esperti misuratori chiamati a rimpiazzare le anacronistiche velleità pedagogiche del corpo insegnante. Così i test Invalsi “misurano” la produttività scolastica uniformando, banalizzando e decontestualizzando i contenuti (e addestrando gli studenti ad abbandonare curiosità e interessi idiosincrasici per allinearsi opportunisticamente agli standard valutativi). Così l’Anvur costruisce le sue valutazioni della produttività universitaria non sulla qualità delle ricerche, bensì sulla loro quantità e sul numero di citazioni (cioè sull’autoreferenzialità delle corporazioni accademiche).

Insomma meritocrazia e merito, da qualsiasi parte li si prenda, non si sottraggono al ruolo di ingranaggio del dispositivo di legittimazione dell’ideologia liberista, e tutti i tentativi di impugnarli per riformare le istituzioni sono destinati a rinforzare le fondamenta del sistema. Questo circolo vizioso durerà finché lo Stato continuerà a dismettere le proprie funzioni pubbliche e a impegnarsi, per dirla con Boarelli (e ricordando la lezione di Polanyi), non solo per garantire un contesto giuridico che non ostacoli la libera attività dei mercati, ma anche e soprattutto “per istituire mercati dove prima non esistevano”.

Carlo Formenti

 

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