È da pochi giorni nelle librerie Dalla parte del torto di Tomaso Montanari (Chiarelettere). Un denso saggio che ripercorre le tappe della deriva verso destra e indica come cambiare strada.


Vi invitiamo alla lettura dell'articolo - recensione, di PIERO BEVILACQUA, pubblicato su il manifesto del 30.01.2020


La sinistra che verrà dopo una «lunga notte»

  Che paradossale paese l’Italia! Da noi uno storico dell’arte, studioso autorevole in un settore molto specialistico, può pubblicare un libro di analisi politica radicale che, per padronanza dei problemi e per ampiezza di visione, pochi sociologi ed economisti sarebbero in grado di scrivere. Eppure siamo in Europa gli unici a non avere un partito politico di sinistra. Noi che pure ne abbiamo avuto uno e il maggiore dell’Occidente. Non solo. Noi, «Italiani brava gente», il Paese a cui si è potuto applicare lo stereotipo – non sempre a ragione, se si tengono in conto alcune feroci pagine del nostro passato coloniale – del popolo naturalmente buono e accogliente, alleviamo oggi la destra culturalmente più abietta d’Europa, il più truce rigurgito di odio razzista che i bassifondi di quest’Europa senz’anima riescono ad esprimere.

COM’È POTUTO ACCADERE? Come può accadere che oggi, assai più di ieri, siano cresciuti in Italia quelli che stanno «dalla parte del torto»? Vale a dire dalla parte della giustizia sociale, dell’uguglianza, del riconoscimento della pari dignità delle persone, indipendentemente dal loro sesso, religione, lingua, nazionalità? Dal momento che la ragione pare essersi spostata dalla parte di chi nega tali diritti, che sembravano essere diventati indiscutibili, la stoffa stessa del nostro vivere sociale, religione civile inscritta nelle pagine della Costituzione? Ce lo spiega in un libretto agile e vibrante di passione Tomaso Montanari, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c’è (Chiarelettere, pp.144, euro 15).

E LA RISPOSTA CHIARA, pacata, che per la verità in parte conosciamo grazie a una non esile letteratura eterodossa, ma qui arricchita di rimandi culturali ed espressa in una prosa che si fa ammirare per il coraggio politico che la ispira. «Oggi bisogna capire che quella che stancamante chiamiamo ancora sinistra è di fatto una destra. Una delle tante destre attuali. Dopo trent’anni di resa, quella sinistra (di governo, istituzionale, a vocazione maggioritaria eccetera) ormai non solo agisce, ma pensa come una destra: ed è proprio così che siamo arrivati all’egemonia culturale di destra, e quindi alla presa di potere da parte della destra neofascista (fascista in un modo nuovo)». Non si tratta di un’accusa moralistica. Pur non essendo un testo di storia, il saggio di Montanari riesce a mostrare i passaggi decisivi attraverso cui la sinistra ha intrapreso una politica sempre più antipopolare, cambiato la propria natura, contribuendo in maniera determinante a imbarbarire il senso comune degli italiani.

Si va dalle politiche di liberalizzazione del centro sinistra dei governi Prodi, all’accettazione dell’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione (un gesto di suicidio antikeynesiano che ancora oggi sbalordisce); dall’introduzione delle prime norme di subordinazione della dignità dei lavoratori al mercato del lavoro (legge Treu del 1996), sino alle norme apertamente antioperaie del Jobs Act; dalla trasformazione in senso aziendalistico di scuola e Università, a partire da Luigi Berlinguer sino alle politiche oltraggiose della dignità dei processi formativi della cosiddetta «Buona Scuola»; dalle prime regolamentazioni securitarie dell’immigrazione della legge Turco-Napolitano sino alle misure di segregazione neocoloniale escogitate dall’ex ministro degli Interni Marco Minniti. E trascuriamo di ricordare – salvo rare eccezioni – il nulla di una politica di tutela del paesaggio, accompagnata da una strategia sempre più incline alla mercificazione dei beni culturali e monumentali, sviliti nella loro intima nobiltà e trascinati nella sfera dei beni di consumo: un limbo regolato dal danaro in cui tutte le vacche sono nere e gli uomini diventano necessariamente merci accanto ad altre merci. Lo spirito del capitalismo ha così invaso ogni dimensione umana e l’ha subordinata a sé.

E Montanari ne ha anche per gli amministratori locali dell’ex sinistra e del Pd. Il caso di Firenze (sindaco Leonardo Domenici), è esemplare dell’avvio di una politica del «decoro urbano», una specie di caccia al povero che turba l’estetica degli spazi cittadini. Mentre la città, attraverso i processi di privatizzazione, va perdendo il suo carattere pubblico, si libera di chi non è economicamente utile, non lavora e non consuma. Politica continuata da Renzi e arricchita ulteriormente da Nardella. È da Firenze, dunque che è partita la caccia al misero che sporca e deturpa e si è imposta come regola in gran parte delle nostre città. Ci chiediamo: quanti oggi sanno che, mutatis mutandis, queste norme rispondono alle stesse logiche con cui la corona inglese, per alcuni secoli, tra medioevo ed età moderna, perseguitava i mendicanti che si rifugiavano nelle città e vivevano d’elemosina e di piccoli furti? Questi sventurati vagavano per le città perché cacciati dalle loro terre tramite le «recinzioni» dei fondi effettuati della nobiltà cadetta. E qui venivano puniti, perché privi di fonti di reddito, con il taglio dell’orecchio o con l’impiccagione. Noi oggi cacciamo africani e mediorientali dalle loro terre e quando arrivano nelle nostre città li perseguitiamo come criminali.

MONTANARI NON SI LIMITA alla critica. Si impegna con spirito creativo e realismo a delineare le prospettive della fondazione di una sinistra, con pagine prevalentemente di analisi culturale che prefigurano nuove dimensioni possibili della politica. Su questo terreno, tuttavia, non si fa molte illusioni. Nulla può oggi nascere dalle frantumate élites politiche che tentano di fondare partiti destinati a sicure sconfitte elettorali. La sinistra che vuol davvero costruire sé stessa oggi può solo attraversare una «lunga notte» di ricerca, impegnarsi in uno sforzo di lunga lena per ricucire e rendere egemonici i bisogni, le idee, le culture, le nuove spiritualità che si radicano nella cura dell’ambiente e del mondo vivente, e che nascono dal basso delle mille esperienze in atto. Fermenti di idee e pratiche di conflitto che debbono ambire a una dimensione ormai globale, all’altezza del dominio che ci opprime e ci sfida.



PIERO BEVILACQUA