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( fonte: Euronomade.info )  Di TONI NEGRI

Passiamo il Natale fra uno sciopero generale e un altro. Le ferrovie sono a metà bloccate e i metrò parigini altrettanto. Finora tre gigantesche giornate di lotta hanno letteralmente bloccato la Francia e Parigi in particolare. L’anno scorso, in questi giorni, c’erano solo dei gilets jaunes a fare chiasso. Dopo un anno, confrontandosi a queste gigantesche manifestazioni, sono in molti quelli che si chiedono quale sia stato l’effetto gilets jaunes nella massificazione delle lotte sociali in Francia.

È noto che il tema del dissenso è oggi l’ordinamento pensionistico. Il governo vuole sostituire il sistema attuale (per ripartizione) con un sistema a punti – attribuendo a questa operazione un fine solidale, poiché in tal modo verrebbero, a suo dire, distrutte le differenze “corporative” dei trattamenti pensionistici. Di fatto, la riforma di Macron è una tipica riforma neoliberale intesa ad individualizzare il trattamento pensionistico ed a subordinarlo alla governance – e cioè alla capacità di controllare ed eventualmente di ridurre il “salario differito” (del Welfare e delle pensioni) a variabile dipendente del governo dello sviluppo capitalista. Ti impone una macchina imprenditoriale per sfruttarti anche quando sei invecchiato nello sfruttamento. La ciliegina aggiunta a questa torta natalizia è la fissazione dell’età di pensione a 64 anni invece dei 60 attuali.

Si diceva che il rifiuto di questa riforma è stato massiccio. Ma la cosa più interessante da notare è che lo sciopero sulle pensioni contiene molti altri fronti di rifiuto e di lotta. Oltre al settore dei trasporti ferroviari e metropolitani, sono infatti interessati alla lotta gli insegnanti e gli studenti, nonché gli ospedali e il mondo della ricerca – cioè tutti i settori, soprattutto in Francia, “pubblici”. Si può dunque affermare che questi scioperi e queste manifestazioni, questa resistenza che scuote fino in fondo la società francese, non sono semplicemente contro il nuovo modo di funzionamento ma contro la liquidazione (da parte dello Stato) del pubblico.

Vecchia battaglia, si dirà. E invece no. È qui che i gilets jaunes hanno qualificato in modo nuovo la lotta. Sottolineando che la difesa del pubblico, quando la si fa contro lo Stato, diviene affermazione del comune.

Il comune è il modo di vita e la figura di contropotere che i gilets jaunes hanno introdotto in Francia nella lotta di classe. Laddove la protesta contro il costo della vita, il rifiuto della redistribuzione dei redditi attraverso una iniqua fiscalità, la denuncia dello sfruttamento e della esclusione vengono assunti come obiettivo di lotta al fine di costruire un modo di vita comune, e si propongono come contropotere rispetto alla distruzione del “pubblico” che le élites neoliberali perseguono.

Proponendo il comune come obiettivo, i gilets jaunes hanno costituito la forza di gravità di questo ciclo di lotte. Ed hanno fin qui sempre più intensamente caratterizzato lo sviluppo del movimento sia nelle sue forme che nei suoi obiettivi.

Per quanto riguarda le forme, i gilets jaunes hanno mostrato che la convergenza delle lotte, oltre a massificare il movimento doveva produrre (come suona un volantino dei gilets jaunes di Belleville) “effetti di moltiplicazione, di divergenza e di esplorazione di manifestazioni selvagge”. È quanto avvenuto in questi giorni di lotta, nei quali, a lato delle grandi manifestazioni, migliaia di altre iniziative erano prese, nei territori, nelle scuole, sulle autostrade, e ovunque. Non stiamo qui ad elencarle ma esse vanno dai blocchi stradali all’interruzione nell’erogazione di energia elettrica, dagli scioperi selvaggi nelle grandi aree logistiche al blocco dei porti, ecc. Ma più importante ancora è quanto avvenuto nei “cortei sindacali”. Negli anni scorsi, dinnanzi ad ogni corteo sindacale, nelle innumerevoli occasioni di lotta dei lavoratori, si formava una “testa” che poteva andare dai 500 ai 5000 militanti. In opposizione alle quiete passeggiate sindacali, questo corteo offriva altra musica. Oggi, esso è invece assorbito dalla grande manifestazione, un tempo “sindacale”, oggi corteo del comune. Un comune bariolé, variegato e colorato, solido e forte, capace di esprimere modi di vita alternativi al neoliberalismo.Questo è l’effetto fondamentale di un anno di lotte dei gilets jaunes – non è un effetto di egemonia (nulla di più lontano dallo stile dei gilets jaunes) ma un effetto di gravità.

Un ultimo elemento per definire quello che sta avvenendo qui in Francia in questi giorni. Soprattutto nell’ultima manifestazione del 17/12, probabilmente proprio per la nuova qualità dell’appeal di massa prodotto dalla nuova figura del corteo, è riapparsa la componente sociale, altre volte piuttosto recalcitrante alle cerimonie sindacali: il precariato cognitivo, questa componente ha ovviamente un’enorme consistenza ma anche una radicale difficoltà ad accettare liturgie comunque qualificate. Ma alla ricomposizione di classe questa componente non è solo importante ma necessaria: essa apre ad una nuova figura politica delle lotte, ad un a-venire per molti versi difficile che già questa lotta sulle pensioni in queste settimane ci dispiega davanti. Compito di queste lotte è infatti quello di innestare nel vecchio, ma sempre agile, corpo dei lavoratori dei servizi urbani queste reclute della cooperazione cognitiva – moltitudinaria e salariata. Se questo esperimento riesce, di questa lotta contro il macronismo si potrà dire: “ben scavato vecchia talpa”!

Ma torniamo a noi. In prospettiva non si dà alcun segnale di smobilitazione. Si attende piuttosto un ulteriore accrescimento della lotta con la partecipazione diretta delle popolazioni e dei sindacati degli insegnanti e del personale ospedaliero. La lotta continua. Dopo la settimana natalizia riprenderà più forte e dura. Su quali obiettivi? Il ritiro del “progetto di sistema” (relativo al pensionamento), certo, ma anche la destabilizzazione del ceto economico-politico oggi al potere. Macron sembra volere la “promozione Thatcher” attraverso questa lotta – quella che Thatcher si guadagnò contro i minatori. Ma la situazione è assai diversa. Qui non c’è un settore in lotta, ma una popolazione (malgrado le terribili difficoltà non solo dei trasporti, l’appoggio alle lotte supera ancora il 60%). Una popolazione, una società di lavoratori che sempre più sembra essere capace di opporre un altissimo grado di soggettivazione e un desiderio incontenibile al disegno macroniano del regime capitalista.

La lotta continua, buon Natale!