Vi invitiamo alla lettura dell'articolo di Vincenzo Forino, militante di Stop Biocidio e responsabile campano dell’organizzazione A Sud Onlus e del Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali (Cdca).
L'articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia, il 20 dicembre 2019.

Il 10% delle persone più ricche al mondo è responsabile del 50% delle emissioni climalteranti mentre il 50% più povero è responsabile soltanto del 10%. Chi ha inquinato deve pagare.


« Siamo tutti sulla stessa barca, e senza scialuppe di salvataggio».
«Non esiste un pianeta B pertanto dobbiamo lavorare tutti insieme per salvare il nostro di pianeta».
«Siamo tutti responsabili delle devastazioni ambientali e dei cambiamenti climatici perciò ognuno deve fare la propria parte».

Quante volte abbiamo letto e ascoltato queste affermazioni apparentemente innocue? A un primo sguardo sembrano giusti argomenti, la base per creare un movimento ecologista ampio e trasversale dal quale far partire il cambiamento. Si tratta invece di narrazioni tossiche, volte a convincere l’opinione pubblica che tutte e tutti abbiamo le medesime responsabilità, come se non ci fosse differenza tra un operaio che lavora all’ex Ilva di Taranto e chi trae profitto dal suo lavoro. O come se tutte e tutti potessero ricevere lo stesso tipo di cure mediche – basta guardare Parasite, il nuovo film di Bong Joon-ho vincitore della Palma d’Oro 2019, per capire che non è così.

La volontà politica, per altro neanche troppo celata, è quella di individualizzare le responsabilità. Di convincerci che l’unico modo per cambiare il sistema sia quello di apportare dei cambiamenti nei nostri stili di vita. Questa logica è rappresentata perfettamente dalle dichiarazioni del 2017 dell’allora Ministra della Salute Lorenzin, quando affermò che «in Terra dei Fuochi si muore di più perché vengono condotti cattivi stili di vita». Cioè a dire che se i campani si ammalano di patologie tumorali, anche rare, più che in altre regioni d’Italia è perché non fanno jogging, mangiano troppo ragù, troppe fritture di pesce.

Un’uscita del genere può sembrare dettata esclusivamente da ignoranza e inettitudine, ma il tentativo è far passare l’idea che non esista un nesso di causalità tra devastazione ambientale e incremento di patologie tumorali, e quello di portare la discussione da un piano collettivo, e quindi politico, a uno individuale. Smarcandosi così da ogni responsabilità istituzionale e dal conseguente onere di soluzione. Non avremmo bisogno dunque di mappature delle criticità ambientali, di bonifiche dei territori devastati, di una sanità gratuita che funzioni, ma di metterci a dieta.

Il movimento ambientalista degli anni Settanta e il pensiero green hanno risentito notevolmente di questo racconto dominante. Di fatto hanno incentrato il proprio discorso politico su concetti come l’impronta ecologica e la riduzione degli sprechi, subordinando (o addirittura accantonando) la necessità di costruire un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista.

Non è un caso dunque se questa era geologica sia stata definita «antropocene». O meglio non è un caso che tale definizione scientifica venga utilizzata politicamente per creare un immaginario che giustifichi il fatto che coloro che si propongono  di risolvere i problemi sistemici connessi all’attuale modello di sviluppo siano gli stessi che li hanno creati, e che lo facciano con gli stessi strumenti che il modello capitalista mette a disposizione così da ricavare profitto anche dalle devastazioni ambientali.

Questo piano del discorso va rifiutato, contrastato, sovvertito. Il concetto di antropocene va sostituito con quello di «capitalocene», come suggerito da Jason Moore, per evidenziare che non è l’uomo in quanto tale ad aver portato la specie umana sull’orlo dell’estinzione ma che la responsabilità è del capitale, di chi detiene i mezzi di produzione.

Non è vero, dunque, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca, e se è vero che non esiste un pianeta B è anche vero che non siamo tutte e tutti responsabili nella stessa misura né subiamo tutte e tutti le stesse conseguenze di biocidio e mutamenti climatici. I responsabili sono coloro che per decenni si sono arricchiti e hanno acquisito sempre maggiore potere speculando, devastando, depredando interi ecosistemi. Il responsabile è chi mette a profitto la natura togliendola con la forza alla proprietà collettiva. Il responsabile è il maschio bianco, cristiano, borghese, occidentale che per secoli ha soggiogato, colonizzato e stuprato luoghi e corpi.

In un testo del 2014 che si intitola La Natura è un Campo di Battaglia il sociologo svizzero Razmig Keucheyan dimostra, tra le altre cose, l’esistenza di un diffuso razzismo ambientale, e cioè di come per decenni negli Stati uniti l’impiantistica legata al ciclo dei rifiuti (discariche, inceneritori ecc.) sia stata installata sempre in territori con forti privazioni socio-economiche, dove vivono per lo più comunità di nativi, ispanici e afroamericani.

Un’indagine Oxfam del 2015 sulle disuguaglianze climatiche dimostra come il 10% delle persone più ricche al mondo sia responsabile del 50% delle emissioni climalteranti e viceversa il 50% più povero sia responsabile soltanto del 10% delle emissioni. Inoltre evidenzia come siano le donne dei Sud del mondo a subire maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici dal momento che sono loro a occuparsi, la maggior parte delle volte, dell’approvvigionamento idrico e dell’agricoltura.

Infine va citato Sentieri, uno studio condotto dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità (a dimostrazione del fatto che finalmente anche le istituzioni riconoscono le conseguenze delle devastazioni ambientali) nel quale viene palesato come nei Sin (i siti di interesse strategico nazionale per le bonifiche) una fetta di territorio della penisola, tra le più povere, che coinvolge 320 Comuni per un totale di 6 milioni di persone, ci sia un incremento esponenziale di diverse patologie tumorali e di conseguente mortalità.

Questi tre testi dimostrano due aspetti fondamentali: il primo è che il biocidio e i mutamenti climatici sono una questione di classe, di genere e di etnia; il secondo è che il modello di oppressione del sistema capitalista è assolutamente interconnesso, pertanto è necessario rispondere attraverso una lotta che sia davvero intersezionale, provando a costruire dei percorsi condivisi che siano sintesi delle varie istanze della Rete 23M, quella cioè dei comitati contro le devastazioni ambientali e le grandi opere inutili, di Non Una di Meno, di Fridays For Future e di Extinction Rebellion. E che non siano banalmente la somma di esse.

Una delle rivendicazioni storiche dei comitati campani che nel 2013, durante la mobilitazione di Fiume in Piena, si sono uniti nella Rete Stop Biocidio è «chi ha inquinato deve pagare», dunque per contrastare la favola autoassolutoria secondo la quale avremmo tutte e tutti le stesse responsabilità è necessario, innanzitutto, indicare chiaramente chi sono i veri responsabili, quale sia la controparte politica che deve essere costretta, attraverso l’acquisizione di un sempre maggiore potere contrattuale, a pagare per rimettere in sesto il nostro pianeta. Così come i profitti sono di pochi, devono esserlo anche gli oneri.

Non è un caso, infatti, che Stop Biocidio nella piattaforma rivendicativa consegnata al Ministro dell’ambiente Sergio Costa inserisca la necessità di «far pagare la messa in sicurezza e le bonifiche attraverso la costituzione di un megafund di risorse alimentato da associazioni imprenditoriali, dalle imprese che hanno inquinato e dai beni confiscati alle organizzazioni criminali, affinché non siano i cittadini a pagarne il costo in termini di salute, ambiente ed economici». Cioè a dire: imprenditori ed ecomafie hanno inquinato e quindi è con i loro profitti che deve essere risanata la nostra terra.

A tal proposito già esistono alcune esperienze di costruzione di saperi dal basso e di contronarrazione, che vanno replicati ovunque possibile, messi in campo da A Sud Onlus, assieme ai comitati: il primo di questi è l’Atlante dei Conflitti Ambientali, una piattaforma web georeferenziata di mappatura partecipata, grazie alla quale è possibile innanzitutto avere una visione di insieme di quelli che sono i conflitti ambientali in Italia (e nel mondo). Inoltre è funzionale alla messa in rete dei comitati territoriali che alimentano tali conflitti, e utile ad acquisire consapevolezza di quali siano le imprese che devastano i territori in cui vanno a operare per ragioni legate al profitto.

Il secondo è Veritas, un progetto di monitoraggio sanitario indipendente, incentrato sull’analisi del sangue dei malati oncologici della Terra dei Fuochi, che ha l’ambizione di porre le basi per la dimostrazione del nesso di causalità tra salute e contaminazione ambientale. Tale progetto è stato realizzato assieme alla Rete di Cittadinanza e Comunità e grazie al partenariato scientifico dello Sbarro Health Institute of Philadelphia, ed è un importante elemento di confutazione di tutte le argomentazioni volte a sminuire la gravità delle condizioni ambientali in cui alcuni territori campani versano e degli enormi rischi sanitari, argomentazioni che i negazionisti del biocidio ancora agitano, tra tutti il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Infine Giudizio Universale è una campagna sostenuta da numerosi comitati, movimenti e cittadine e cittadini nata per dare gambe a una causa contro lo Stato italiano, che verrà depositata a inizio 2020, il quale non avrebbe tutelato i diritti umani dal momento che non ha contrastato i mutamenti climatici attraverso atti legislativi concreti. Questa causa prova a mettere le cose in chiaro sulle responsabilità di ciò che accade al nostro pianeta e, nel caso specifico, al nostro paese non soltanto indicando lo Stato italiano come uno dei corresponsabili dei cambiamenti climatici (e quindi non tutta l’umanità in quanto tale) ma ponendo le condizioni per far sì che «chi ha inquinato paghi» e chi doveva agire e non ha agito ne subisca le conseguenze.

Il percorso di lotta del movimento ecologista dovrebbe focalizzarsi sul mantenimento di una mobilitazione continuativa e radicale e, contemporaneamente, sulla costruzione di alternative dal basso volte a strutturare un’opposizione sociale in un Paese in cui non esistono governi amici ma neppure opposizioni amiche. Riappropriarsi dei propri territori, praticando umanità nei luoghi vissuti quotidianamente, prendendosi cura delle proprie comunità, smontando un pezzo alla volta, svitando un bullone alla volta. Sostituendo, riempiendo. Finché il grande marchingegno capitalista non avrà più sostegni solidi e inevitabilmente crollerà.