Evento speciale mercoledì 30 novembre alle ore 21,00
Alla presenza del regista iraniano Amin Naderi
MONTE

di Amin Naderi. Italia, Spagna 2016, colori, '113.
con: Andrea Sartoretti e Claudia Potenza.


Monte è stato girato quasi interamente sulle montagne dell’Alto Adige, a oltre 2.500 mt d’altezza sul gruppo montano del Latemar, e in Friuli Venezia Giulia, con il coinvolgimento di un cast e una troupe italiani.

Qui sotto, alcuni stralci di un'intervista di Jacopo Favi e Pasquale Cicchetti della rivista on line Filmidee.it al regista, incontrato al Festival del Cinema di Venezia 2016.

Naderi ha spesso solcato il crinale tra aridità e fertilità, a volte in un verso a volte nell’altro. Monte, suo ultimo film presentato Fuori Concorso al Festival di Venezia (dove ha anche ricevuto il premio Jaeger-LeCoultre), in fondo è tutto qua: una terra resa arida da una montagna che impedisce alla luce del sole di ravvivarla e una famiglia che da quella terra non se ne vuole andare. Agostino, il padre, inizia allora a picchiare la montagna con un martello, assistito dalla moglie e dal figlio. Colpo su colpo la sinfonia di Monte sgretola la montagna e lascia che la luce s’incunei nel taglio per accarezzare finalmente quella terra angusta. Naderi crede ancora al cinema come taglio e che da quel taglio possa filtrare una luce vitale, che illumini ben oltre i confini del cinema, a patto però di accogliere la fatica e l’ostinazione senza compromessi.




 
Film Idee: Il tema dello sforzo strenuo ricorre spesso, e ciò è vero soprattutto in Monte. Qual è per te il valore di questi comportamenti estremi nella vita?

Amin Naderi: I miei film nascono da un’ossessione: quella mia, di cineasta, di voler fare qualcosa di impervio, di impossibile. Ogni volta cerco di spingere tanto il mio film quanto i miei personaggi e la storia, verso qualcosa che se non è follia è comunque una sfida. Mi attrae questo tipo di determinazione cieca, questa tensione a realizzare quello che cerchi e vuoi nella vita. E come? Per me esiste solo un modo. Insistere, con determinazione e convinzione. La convinzione, per dire, è il motore che manda avanti la storia di Monte. Alla fine non ottieni necessariamente e sempre quello che cercavi, ma non importa. A prescindere da cosa e quanto riesci a conseguire, hai ottenuto qualcosa, perché ci hai provato.

FI: Lo stesso vale per il tuo approccio al cinema?

AN: Chiaro. Il problema del fare cinema in questo modo, però, è che non sei da solo. Devi trovare le persone giuste – quelle che hanno la tua stessa fame, la stessa ambizione. La maggior parte delle volte mi ritrovo a lavorare con persone che vengono da situazioni simili: sono annoiate dalla loro vita, dal lavoro che fanno tutti i giorni – magari lavorano in pubblicità o che so io – e per una ragione o per l’altra vogliono mettersi in gioco, spingersi al limite con uno come me. E quindi, lentamente, succede che la mia ossessione si trasmette anche a loro. Diventiamo le vittime – noi tutti – di questa ossessione. Diventa qualcosa di più del film che facciamo.

È un modo di fare che fa parte della mia natura: affrontare la sfida, senza programmare tutto dall’inizio alla fine. Credo questo sia fondamentale. Anche perché fare un film in questo modo non è piacevole. Quando sei lì, ogni cosa ti sembra assurda, ardua, ti senti triste e solo. Non sai come e quando arriverai alla fine. A volte non sai nemmeno se ci arriverai.
Quando hai a che fare con la natura, non è come girare una scena con due persone sedute a un caffè che chiacchierano tra loro. Stai cercando di controllare qualcosa che non puoi controllare. Proprio adesso, per dire, prima dell’intervista, eravamo seduti fuori, e stava per arrivare un temporale. Nessuno poteva controllarlo. Ma se questo è quello che ti interessa come regista, e per me è così, allora non puoi fare altro che restare lì, con cieca determinazione, afferrare la tempesta, catturarla e ucciderla. È l’unico modo. L’unico.

 FI: Agostino è un personaggio un po’ diverso da quelli dei suoi film precedenti, nel senso che non è completamente solo. Ha una famiglia, e la sua famiglia lo sostiene, resta con lui, lo aiuta fino alla fine. C’è qualcosa di specifico in questa storia che ti ha spinto a dare una famiglia al personaggio?

AN: Sì: il fatto che il film viene dalla cultura italiana. In America, per esempio, la famiglia ha un senso diverso: la società ruota intorno all’individuo. E poi c’è la questione dell’ambientazione: siamo nel Medioevo, e nel passato le famiglie restavano unite, in vita e oltre. Si moriva insieme, ci si seppelliva insieme. E questa è la ragione per cui Agostino e i suoi non vogliono partire, anche se la terra è maledetta e loro lo sanno. Rimangono per proteggere i loro morti. Sono pronti a dare la vita che hanno dinanzi a loro per lealtà ai morti. Tutto questo, fin quando un uomo non dice no. Rimango qui, d’accordo, faccio il mio lavoro, ma non accetto questo stato di cose. Non può essere l’unica strada. E quindi quest’uomo prova a spingere, a trovare alternative: va al mercato, si rivolge alla religione, prova anche l’amuleto magico che gli consegna quella donna.. e alla fine dice basta. Traccio una linea. Anzi, non lo dice: agisce. A quel punto vediamo la reazione della famiglia. Prima vengono presi e portati via dal potere. Poi la moglie ritorna, ma attenzione, non per stare col marito: è la tomba della figlioletta che la richiama indietro. Ma quando vede quest’uomo, capisce cosa sta facendo, e vede che lui non si ferma, allora sì, decide di stare con lui, di aiutarlo a continuare.

 FI: Sei così affascinato dall’idea della storia, dal senso italiano del passato, eppure Agostino è precisamente il tipo di persona che vuole un taglio netto con il passato: voglio qualcosa di diverso, non lo accetto.

AN: Vero. Ma vero anche che se Agostino vivesse in Svezia, la sua ribellione sarebbe molto diversa. In questa cultura, in Italia, il senso del controllo e della tradizione sono così forti, e persuasivi, e potenti, che se ti metti contro, be’, è tutta un’altra cosa.

FI: Nel finale, quando Agostino abbatte la montagna, nelle ultime inquadrature lui e la sua famiglia ringiovaniscono letteralmente. Sono dei sopravvissuti, o è un nuovo inizio?

AN: Non credo di poterti rispondere. Qualsiasi cosa ti dicessi ora sminuirebbe il film. Sta a te scegliere. Come spettatore, personalmente, credo che la risposta sia una sola. Se uno porta a termine qualcosa di impossibile, dopo sforzi incredibili, dopo aver speso tempo ed energie, e nel farlo è diventato vecchio, se si è giocato tutto per far succedere qualcosa, e alla fine quel qualcosa succede, allora credo che tutto il tempo e la fatica che quella persona ha speso ritornano indietro. Se uno affronta una situazione impossibile, come in Monte, alla fine la natura o l’universo ti ricompensano: si ringiovanisce, si rinasce. Ne sono convinto. Voglio dire, sarebbe giusto per questo cazzo di povero diavolo salire sulla montagna con la famiglia, passare la vita così, come un uomo delle caverne, e poi morire? Eh no. Dove sarebbe la speranza in questa vita? A quel punto sarebbe come dire: non provarci nemmeno. Sei determinato, e alla fine muori? No. Qualcosa la devi ottenere, e la ottieni. E alla fine ottengo qualcosa pure io.