Pubblichiamo un articolo di Alberto Castagnola Economista, impegnato in progetti di sviluppo nel Sud del mondo.

26 Marzo 2020 - da Comune-info.net


  Una volta accertate e fatte diventare cultura di intere società e di una nuova sensibilità collettiva le connessioni esistenti tra alcuni dei principali danni che arrechiamo al pianeta dall’inizio della rivoluzione industriale e la periodica ripresentazione dei “salti di specie” di virus patogeni che infliggono perdite umane di massa, la crisi climatica assume una valenza molto maggiore. Gli “spillover” non sono più dei segnali di pericoli potenziali e lontani, ma esempi incalzanti della dannosità di molte produzioni industriali ormai storiche apparentemente intoccabili e delle gravi conseguenze di alcuni inquinamenti diventati un’abitudine per moltissime popolazioni. Perfino a livello governativo si dovrebbe essere più lucidi circa il fatto che non si sta affrontando un episodio passeggero, ma che è ormai necessario adottare provvedimenti molto più radicali.



Le cause delle diffusioni di virus mortali per l’uomo

A metà marzo è apparso in Italia un testo fondamentale per la comprensione del dramma che stiamo vivendo: Sonia Sha, ”Contro le pandemie, l’ecologia”, Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, marzo 2020 (1), dal quale traiamo in estrema sintesi le indicazioni essenziali:

    Dal 1940 centinaia di virus patogeni sono apparsi o riapparsi in aree in cui spesso non si erano mai visti prima, come quello dell’immunodeficienza umana (HIV), dell’Ebola in Africa occidentale, dello Zika nel continente americano.
    Circa il 60% è di origine animale, e due terzi provengono da animali selvatici. Quando sono al loro interno non sono dannosi. Il problema nasce quando “con la deforestazione, l’urbanizzazione e l’industrializzazione diamo a questi microbi i mezzi per arrivare fino al corpo umano e adattarsi”.

    La distruzione degli habitat minaccia di estinzione molte specie (negli ultimi anni ne sono scomparse due al giorno).” Quelle che sopravvivono non possono fare altro che ammassarsi nelle piccole porzioni di habitat lasciate libere dagli insediamenti umani. Il risultato è una maggiore probabilità di contatto stretto e ripetuto con l’uomo, cosa che permette a microbi benigni di passare nel nostro corpo e di trasformarsi in agenti patogeni mortali”.
    Nel caso dell’Ebola, i focolai più frequenti sono nelle zone dell’Africa centrale e occidentale che hanno recentemente subito processi intensi di deforestazione. I pipistrelli sono quindi costretti ad utilizzare gli alberi di fattorie e giardini creati dall’uomo e direttamente o attraverso i frutti agevolano il passaggio di microbi per loro innocui ma che nel nostro organismo possono diventare patogeni. Analoghi processi si sono verificati dando origine al Nipah (Malesia e Bangladesh) e al Marburg (Africa orientale).

    “Secondo uno studio effettuato in dodici paesi, le specie di zanzare che trasportano agenti patogeni umani sono due volte più numerose nelle aree disboscate che nelle foreste rimaste intatte”.
    È poi aumentata la diffusione del virus del Nilo occidentale, trasportato da uccelli migratori (negli Stati uniti in particolare da pettirossi e corvi). Ne consegue un’alta diffusione del virus tra gli uccelli domestici, ma soprattutto “una crescente probabilità che una zanzara punga un uccello infetto e poi un essere umano”.
    Le malattie trasmesse dalle zecche si diffondono più facilmente, a seguito dello sviluppo urbano nel nord-est degli Stati Uniti, che ha causato la scomparsa di opossum che contribuivano a mantenere sotto controllo le popolazioni di zecche. Una di queste malattie, quella di Lyme, è apparsa per la prima volta nel 1975 negli Stati Uniti, mentre “negli ultimi venti anni sono stati identificati sette nuovi agenti patogeni trasportati dalle zecche”.
    “Per soddisfare i loro appetiti carnivori gli esseri umani hanno disboscato un’area equivalente al continente africano, per nutrire e allevare animali destinati al macello. Alcuni di questi vengono poi commercializzati illegalmente o venduti sul mercato degli animali vivi. Lì, delle specie che probabilmente in natura non si sarebbero mai incrociate, vengono tenute in gabbia fianco a fianco e i microbi possono tranquillamente spostarsi da una all’altra”. A eventi di questo tipo si fa risalire l’origine della SARS nel 2002-2003 e “potrebbe essere all’origine del tipo di coronavirus sconosciuto oggi in diffusione a scala mondiale”. Inoltre processi analoghi potrebbero essere all’origine delle malattie che costringono ad abbattere milioni di polli cresciuti negli allevamenti intensivi, come nel 2014 negli Stati Uniti.
    Un processo analogo ha origine dalle montagne di deiezioni prodotte dagli allevamenti, che solo in parte possono essere utilizzate per fertilizzare i terreni. Ammucchiate in fosse o disperse nelle acque diventano un paradiso per l’Escherichiacoli , presente ormai nella metà degli animali allevati negli Stati Uniti e per loro innocuo, ma che causa diarree sanguinose e vari altri danni negli esseri umani.
    Processi di questo tipo hanno caratterizzato tutto il periodo coloniale e sono in fase di moltiplicazione nei territori dove maggiore è lo sfruttamento straniero. In Congo, le ferrovie e le città costruite dai coloni belgi hanno permesso ad un lentivirus ospitato dai macachi della regione di perfezionare il suo adattamento al corpo umano. In Bangladesh, gli inglesi hanno disboscato la zona umida delle Sundarbans per sviluppare la coltivazione del riso, esponendo gli abitanti ai batteri presenti nelle acque salmastre e le pandemie causate da queste intrusioni coloniali sono ancora presenti.  Il lentivirus dei macachi si è trasformato nell’Hiv ed il batterio acquatico delle Sundarbans ha già causato sette pandemie, la più recente delle quali ha invaso Haiti, aggiungendosi ai danni causati dai cicloni.
    Infine, vale la pena ricordare le attività di ricerca svolte negli ultimi dieci anni dal Programma “Predict”, finanziato da USAID. Sono stati individuati più di 900 nuovi virus legati all’estensione dell’impronta umana sul pianeta. Purtroppo il governo degli Stati Uniti nell’ottobre 2019 ha deciso di porre fine al programma Predict e nel febbraio 2020 ha annunciato di voler ridurre del 53% il suo contributo al bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Chissà se i dati sulla attuale diffusione dei contagi negli Stati Uniti porteranno a dei ripensamenti in questo campo.

Possiamo quindi ritenere confermate tutte le ipotesi relative ai collegamenti tra i grandi processi di trasformazione e di danneggiamento del pianeta, in particolare la distruzione delle foreste, l’inquinamento delle acque, la diffusione delle culture intensive,  (la soia in primo luogo), gli allevamenti intensivi e in luoghi ristretti e non a terra, e il passaggio di microbi dagli animali , specie selvatici, e gli esseri umani dove si sono trasformati in agenti patogeni e in continua mutazione.

Peraltro tutti questi processi, ormai acclarati, vengono quasi completamente trascurati, salvo poi a meravigliarsi quando i virus mutati avviano una pandemia estremamente dannosa per gli esseri umani, verso la quale tutti gli Stati sembrano essere completamente impreparati e reagiscono quindi in ritardo e per approssimazioni successive.


Possibili collegamenti con gli attuali fenomeni di inquinamento

Cominciano a circolare, anche fuori degli ambienti scientifici, delle ipotesi di correlazione tra la diffusione del coronavirus e i livelli di inquinamento di terra, acqua e aria raggiunti sia nei paesi altamente industrializzati che in quelli di potenziale sviluppo.  Uno studio elaborato dal SIMA, la Società Italiana dei Medici Ambientalisti, (2) da una prima risposta all’ipotesi che l’inquinamento dell’aria può accelerare la diffusione del contagio, affermando che esiste ormai “una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico”.

Esso funziona da vettore di trasporto per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Il particolato atmosferico, ad esempio il PM10 e il PM2,5, è costituito da particelle solide o liquide in grado di rimanere nell’atmosfera per giorni o settimane anche per lunghe distanze. Inoltre, “il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e delle radiazioni solari influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso di diffusione del virus cioè di virulenza”.

Lo studio cita quindi una serie di situazioni in paesi diversi dove è stata analizzata questa correlazione e poi fornisce alcuni esempi di recenti verificatisi in Italia durante la pandemia di coronavirus. Sono stati raccolti per ogni provincia italiana i dati relativi alla presenza di particolato e i dati relativi ai casi di infetti da Covid-19 nei mesi di febbraio e marzo 2020 e dal loro confronto emerge “una correlazione diretta tra il numero di casi e lo stato dell’inquinamento da PM10 dei territori”.



Inoltre è stata rilevata una maggiore concentrazione dei maggiori focolai proprio nella Pianura Padana. Sempre in base ai dati analizzati, il testo sottolinea anche che nel periodo esaminato (19-29 febbraio) le curve di espansione dell’infezione mostrano delle accelerazioni anomale “proprio nelle aree della Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da carrier ovvero da un veicolante” come sarebbero appunto le molecole di particolato.

“Tali analisi sembrano quindi dimostrare che , in relazione al periodo-10-29 febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM1o  in alcune province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo”. Si tratta ancora di analisi parziali che dovranno essere moltiplicate ed ampliate, però non possiamo evidentemente trascurare più il fatto che inquinamenti che già danneggiano gravemente gli abitanti delle città vengano oggi utilizzati per moltiplicare gli effetti negativi di virus finora sconosciuti e per i quali non esistono vaccini e farmaci.


Eppure tutto questo era stato previsto da tempo

Da pochi giorni abbiamo scoperto che un divulgatore scientifico americano già parecchi fa ha pubblicato un libro in cui descriveva esattamente i meccanismi del passaggio di virus da una specie vivente ad un’altra e soprattutto i processi spesso inarrestabili di diffusione di pandemie molto pesanti per l’umanità. L’autore si chiama David Quammen, la sua opera si intitola “Spillover”, è apparsa nel 2012 ed è stata tradotta in italiano da Adelphi oltre due anni fa, ma sembra che pochissimi la conoscessero. (3) A questo giornalista così specializzato si devono una quindicina di libri e reportage, ha lavorato spesso con la rivista National Geographic, ma soprattutto ha passato gran parte della sua vita a seguire quelli che definisce “cacciatori di virus”. Otto anni fa aveva detto pubblicamente che la successiva grande epidemia sarebbe stata causata da un virus proveniente da un animale selvatico, verosimilmente un pipistrello, che il primo contagio avrebbe potuto verificarsi in un mercato cinese che macella e vende animali vivi e soprattutto che il virus si sarebbe rivelato pericoloso se i contagiati lo avessero diffuso prima di accusarne i sintomi. In una recente intervista (4) ha spiegato che aveva potuto essere così preciso perché  conosceva bene tutti gli scienziati che studiavano il problema e le loro opere. Alla domanda sul perché le sue indicazioni fossero state ignorate, ha detto: “E’ un paradosso. Quando si scatenano epidemie o pandemie, enormi quantità di denaro, lavoro, risorse vengono investite nella sanità, nel controllo e del contenimento dell’infezione. Una volta risolta la crisi, però, quando il virus è sotto controllo il denaro e il lavoro investiti nella battaglia tendono a scomparire. Il risultato di questi atteggiamenti si traduce nella mancanza di preparazione tra scienziati e ricercatori, nella carenza di posti letto negli ospedali, nella totale assenza di prontezza dei sistemi sanitari”.

Venti anni di ridimensionamento del Sistema Sanitario Nazionale in Italia

Prima di approfondire questo tema è essenziale sgomberare il campo da due possibili reazioni a questa analisi. Non vi è alcuna intenzione o motivo per criticare il nostro sistema sanitario che nella sua forma attuale sta lottando duramente per fare fronte a una minaccia non prevista, di dimensioni globali, altamente letale e con meccanismi di contagio molto rapidi e difficilmente ostacolabili. Ugualmente, nessuna riserva può essere espressa nei confronti di medici, infermieri, tecnici e volontari con svariate funzioni che da molte settimane si stanno prodigando per assistere nel miglior modo possibile un numero elevatissimo e rapidamente crescente di pazienti (spesso non coscienti di essere stati contagiati e di essere stati contagiosi prima che il male fosse stato diagnosticato).

Fatte queste premesse , riteniamo però che non si possa ignorare che l’intero sistema sanitario italiano sia stato oggetto, a partire dal 1998 e ancora di più negli ultimi dieci anni, a riduzioni di investimenti e di risorse, in base ad una visione economica ultra liberista  e ad una politica di austerity,  che lo hanno esposto in misura eccessiva agli effetti di una pandemia particolarmente aggressiva. Di seguito riportiamo in modo sintetico una serie di dati, (contenuti in diversi articoli apparsi sul sito di Medicina Democratica) che evidenziano lo stato del sistema all’inizio della crisi attuale.

Nel 1980 (dati OMS) i posti letto per casi acuti in Italia erano 922 per centomila abitanti, che sono scesi a 275 nel 2013, passando cioè da 595.000 a 165.000 posti letto. Se oggi vi fosse lo stesso numero di posti letto del 1980 vi sarebbero oltre 15.000 postazioni di terapia intensiva (necessari per i casi gravi di COvid-19) contro le circa 5000 attuali, anche se nei giorni scorsi sono aumentate fino a 6200.

– Secondo l’Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale del settembre 2019, (che contiene dati al 2017), nel 2007 c’erano 1197 istituti di cura, il 55% pubblici il resto privati accreditati, diventati dieci anni dopo 1000, dei quali il 51,80% pubblici e il rimanente privati accreditati. Si conferma quindi la tendenza al ridimensionamento, politica peraltro iniziata molti anni prima, se nel 19938 gli istituti di cura erano 1381, di cui i pubblici rappresentavano il 61,3%.

Anche il numero dei posti letto è crollato negli ultimi decenni. Erano infatti circa 311mila nel 1998, 225.000 nel 2007 e circa 191.000 nel 2017.  In rapporto al numero degli abitantisi è passati dai 5,8 posti letto ogni mille abitanti nel 1998, ai 4,3 nel 2007 e a 3,6 nel 2017.

Tra il 2010 e il 2019 il Servizio Sanitari Nazionale ha perso 43.386 dipendenti, di cui 7625 medici e 12.556 infermieri.

– Fino al 2005 è invece aumentata la spesa sanitaria, perché si è optato a favore di una rete di servizi sociali e sanitari integrata per l’assistenza non ospedalizzata ai malati cronici, agli anziani e ai disabili, portando in particolare al domicilio del paziente le cure di riabilitazione e palliative.

Una scelta che sulla carta può apparire positiva, ma che avrebbe dovuto essere amministrata in modo molto più efficiente ed efficace. Invece a partire dal 2009 (cioè dall’inizio della crisi economica non ancora conclusa), la spesa sanitaria è crollata, con un taglio negli ultimi dieci anni di almeno 37 miliardi euro, portando la spesa media a livelli più bassi rispetto a quella europea.

– Le liste di attesa per visite ed esami clinici continuano ad essere terribilmente lunghe. Secondo un comunicato della Fiom-Cgil del 18 marzo nell’ ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare almeno una volta una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato chiuse le liste di attesa secondo il Censis. La difficoltà di accesso, insieme all’introduzione del super ticket , la quota fissa di 10 euro per ricetta sull’assistenza specialistica ambulatoriale, con l’aumento della spesa a carico del cittadino, spinge verso la rinuncia alle cure o verso il privato. Nel 2017 l’Istat ha registrato una quota per rinunce pari al 6,8%; nello stesso anno il 27% della spesa sanitaria totale è stata privata.

– L’Italia è sotto la media della spesa sanitaria dell’Ocse nel luglio 2019, sia per la spesa sanitaria pro capite (3428 dollari rispetto a 3980), sia per quella pubblica pro capite (2545 dollari rispetto a 3038). Nel periodo 2009-2018, l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto ad una media Ocse del 37%.

– a tutto questo dobbiamo aggiungere l’effetto devastante del blocco del turn over sull’organico del SSN, sul numero di medici e infermieri, a fronte di un invecchiamento della popolazione che richiederebbe invece nuove assunzioni; l’Istat ha stimato che il gap occupazionale rispetto all’Unione Europea ammonta quasi ad un milione e mezzo di addetti nel settore della sanità e dell’assistenza sociale. (Cfr. A Fumagalli, La vendetta del welfare, 17-3-2020 su Comune-info).


Alcune prime indicazioni operative in base alla situazione attuale

E’ sicuramente troppo presto per formulare proposte basate su analisi lucide, ma si possono indicare delle prime idee, sotto un profilo più istituzionale ed economico, che emergono dai dati qui presentati e che devono quindi in ogni caso essere riviste e rielaborate in termini scientifici, tecnici e professionali.

    Viene spontaneo pensare alla creazione di un organismo del tutto nuovo, collocato molto in alto nella struttura istituzionale e statuale, ma con poteri che possono arrivare fino agli enti locali e alle circoscrizioni delle città maggiori. Un Consiglio Superiore che comprenda i maggiori scienziati esperti dei problemi posti dai vecchi e nuovi virus, in grado di analizzare in modo continuativo la presenza e le attività dei virus pericolosi per gli esseri umani e operi in stretto contatto con l’Oms e tutte le istituzioni internazionali ed europee e possa attingere alle conoscenze del Programma Predict, relative a 900 virus.  Un organismo dotato di mezzi consistenti e che soprattutto abbia il potere di far intervenire in tempi rapidissimi il Parlamento e i governi per fronteggiare qualunque minaccia venga individuata, proveniente da virus noti o appena conosciuti.
    Appare assolutamente necessario, una volta superata la fase cruciale della crisi, non smantellare in alcun modo le strutture e le sedi messe in grado di funzionare (in particolare per le terapie intensive) in modo efficace in questi primi mesi della pandemia. E’ stato fatto uno sforzo assolutamente fuori di ogni previsione dobbiamo essere coscienti del fatto che alla fine disporremo di un apparato sanitario in grado di affrontare le probabili nuove minacce da virus. Sarà quindi necessario decidere il più presto possibile (anche nelle prossime settimane) come preservare e mantenere in condizione di funzionare a richiesta sedi, apparati, attrezzature, materiali medicali, ecc. come una sorta di “riserva” pronta all’uso al primo segnale di nuova epidemia. Può sembra un costo esagerato, ma sembra ormai che le previsioni circa la comparsa di nuove virulenze siano ormai una realtà indiscutibile e che nessuno Stato possa più farsi trovare “impreparato”.
    In realtà è una evoluzione che si doveva adottare già da molto tempo per tutti i territori soggetti a terremoti ed altri eventi sismici (specie nella fascia appenninica situata nelle aree di scontro delle placche continentali in continuo movimento). Abbiamo ancora 8000 sfollati in case temporanee costruite dopo terremoti di molti anni fa. Forse è tempo di individuare in anticipo le aree destinate ad accogliere i futuri sfollati, fare in anticipo i bandi per la costruzione delle case definitive, avere in magazzino un quantitativo sufficiente di prefabbricati, da montare in poche ore. Le esperienze  di questi giorni contengono preziosi insegnamenti operativi che non dobbiamo assolutamente far disperdere.
    Sarebbe opportuno anche rivedere le dotazioni di servizi sanitari ordinari di alcune regioni, che da tempo denunciano carenze (citiamo solo la Sardegna e la Sicilia) e che in questi giorni ci tengono con il fiato sospeso per le minacce di moltiplicazione dei casi di contagio. L’emergenza attuale non dovrebbe ritardare degli interventi in grado di colmare in anticipo lacune da tempo evidenti, per non trovarsi poi a “rincorrere” una pandemia in rapida espansione.
    Con tempi più lunghi (ma non eccessivamente rilassati) sarebbe opportuno cominciare a inserire nelle università e nelle scuole dei corsi di approfondimento e di specializzazione dedicati a tutti i problemi concernenti i virus. Sembra assolutamente necessario alimentare una “cultura diffusa” per la conoscenza di tutte le malattie connesse –finora molto emarginata o trascurata – in modo da poter poi disporre, in tempi non biblici, di competenze e professionalità di alto livello e sufficientemente adeguate alle previsioni del settore.
    La portata dei contagi e soprattutto la rapidità e la globalità della diffusione dei virus dovrebbero comportare una intensificazione delle politiche ambientali e della lotta al cambiamento climatico, oltre tutto in stretta correlazione con le strategie dell’Unione Europea. Le urgenze sono state chiarite in molte sedi, ma è la volontà dei decisori politici che deve essere finalmente stimolata e messa alla frusta. Le imprese dovrebbero a loro volta non accontentarsi della beneficenza o della pubblicità ingannevole e cominciare ad inserire delle consistenti componenti ambientali nelle loro strategie di rilancio dell’economia al termine dell’emergenza.

Infine, alcune riflessioni generali, se volete più politiche e strategiche. Una volta accertate e fatte diventare cultura di intere società e di una nuova sensibilità collettiva le connessioni esistenti tra alcuni dei principali danni che arrechiamo al pianeta dall’inizio della rivoluzione industriale e la periodica ripresentazione dei “salti di specie” di virus patogeni che infliggono perdite umane di massa, la crisi climatica assume una valenza molto maggiore.

Gli “spillover” non sono più dei segnali di pericoli potenziali e lontani, ma esempi incalzanti della dannosità di molte produzioni industriali ormai storiche apparentemente intoccabili e delle gravi conseguenze di alcuni inquinamenti diventati un’abitudine per moltissime popolazioni. In altre parole, la massiccia deforestazione imposta alla Terra e il diffuso inquinamento dell’aria che si respira in tante città famose hanno ormai prodotto i loro frutti avvelenati sotto forma di virus aggressivi che riappaiono in forme mutate dopo che la scienza –dopo anni di perdite umane – ha prodotto vaccini e farmaci per arrestarli.

E’ altresì chiaro che il sistema globale dei trasporti e il turismo sempre più internazionale agevolano e accelerano la diffusione dei virus. Da queste considerazioni si possono far scaturire alcune indicazioni preziose per il mondo degli ambientalisti e per gli stessi governi di molti Stati, il nostro in prima linea.

Per chi già tentava, anche da decenni, di far conoscere e valutare in tutta la sua drammaticità la crisi climatica deve essere chiaro che alcuni dei danni temuti e tante volte denunciati sono ormai una drammatica realtà che coinvolge, direttamente e penosamente, da mesi oltre due miliardi persone e della quale non si conoscono ancora i limiti temporali.

Ovviamente non sto parlando di approfittare dell’interessamento dei mezzi di comunicazione di massa o delle immense difficoltà che sono costrette ad affrontare i decisori politici, ma solo di modificare opportunamente inostri messaggi e di intensificare e qualificare i nostri sforzi.

Perfino a livello governativo si dovrebbe essere più lucidi circa il fatto che non si sta affrontando un episodio passeggero, ma che è ormai necessario adottare provvedimenti molto più radicali. Anche mentre si lotta per le tante emergenze, dovrebbe maturare un cambiamento importante di prospettiva, ad esempio lanciando un piano organico di riforestazione che nel lungo periodo riduca lo spillover o attribuendo una importanza molto maggiore alla lotta allo smog dei centri urbani, garantendo altresì la massima partecipazione delle popolazioni già sensibilizzate dalle misure di contenimento dei contagi.

Nei prossimi mesi si vedrà se avremo imparato una lezione importante o se prevarranno ancora una volta le logiche del mercato o le beghe tra partiti.


Note

(1) Sonia Sha, ”Contro le pandemie, l’ecologia”, Le Monde Diplomatique-Il Manifesto, marzo 2020, pag.1 e 21

(2) SIMA, Unversità di Bologna, Università di Bari, “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da partiolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”.

(3) D. Quammen, “Spillover”, Adelphi, 2017

(4) D. Quammen, “Ho previsto il virus. La Terra non è soltanto dell’uomo”, Corriere della Sera, La Lettura, 22 marzo 2020, pag. 6-7