"Il sussurro del mondo", un libro di Richard Powers

Pubblichiamo la recensione di Paolo Pecere pubblicata il 9 luglio su Il Tascabile, al romanzo Il sussurro del mondo di Richard Powers, edito recentemente da La nave di Teseo.

"Questo lavoro sul tempo e sul linguaggio fa di Il sussurro del mondo un libro esemplare, da leggere e da meditare per chi ha a cuore le sorti della natura e della letteratura ".


  Il sussurro del mondo è un romanzo corale sulla società contemporanea e il suo rapporto con la natura. Richard Powers narra le vite di nove americani accomunati da un crescente attaccamento agli alberi e alla loro tutela, che li porterà a rovesciare i valori dominanti: alla legge opporranno la disobbedienza civile, al libero sfruttamento delle risorse naturali il sabotaggio, al senso comune la scienza e l’arte. Come stiliti saliranno sugli alberi, come profeti maledetti subiranno persecuzioni, isolamento e prigionia, e anche di fronte alla morte continueranno a ripetere un monito rivolto all’intera specie: “Presto si vedrà se avevamo ragione o torto”.

Si tratta di un romanzo che tocca il tema più attuale e urgente, la distruzione della natura ad opera degli umani, con l’ambizione di unire divulgazione scientifica e elementi sovrannaturali, analisi del capitalismo e fantasie politiche. Il libro è stato premiato col Pulitzer e celebrato come monumentale “Bibbia” o manifesto dell’eco-fiction, come “una gigantesca fiaba di genuine verità“. Ed è stato criticato: la sua scoperta apologia degli alberi contro la civiltà che li annienta risulta a tratti ridondante, didascalica, forzata. Per un verso è chiaro che a Powers stia a cuore muovere gli animi. Come ripetono i suoi personaggi: “Le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea alle persone. L’unica cosa in grado di farlo è una bella storia”. È possibile che il romanzo di Powers possa convertire qualcuno alla causa ecologista, ma considerarlo come strumento persuasivo è al tempo stesso esagerato e riduttivo. Non è questo l’aspetto più interessante del Sussurro del mondo (Nave di Teseo, 2019, traduzione di Licia Vighi),  quello che ne fa prima di tutto un grande romanzo.

Il vero tema di Powers è la chiusura cognitiva dell’uomo rispetto alle altre forme di vita – come ci si poteva aspettare dall’autore di romanzi come Galatea 2.2 (1995), sull’intelligenza artificiale, e Il fabbricante di eco (2006), su neuroscienze e patologie della coscienza. Powers affronta problemi espressivi con cui la forma romanzo finora non si era mai misurata: Come raccontare in modo coinvolgente di individui umani che sacrificano la propria vita per delle piante? Come fare degli alberi, in qualche modo, dei soggetti della narrazione? “Nessuno vede gli alberi”, scrive Patricia Westerford,

    vediamo la frutta, vediamo le noci, vediamo il legno, vediamo l’ombra. Vediamo gli addobbi o il bel fogliame caduto. Ostacoli che bloccano la strada o che rovinano la pista da sci. Luoghi scuri e minacciosi che devono essere sgombrati. Vediamo rami che stanno per sfondare il nostro tetto. Vediamo un prodotto agricolo destinato alla vendita. Ma gli alberi – gli alberi sono invisibili.

La gente vede solo ciò che le somiglia. Il romanzo moderno ha tentato di educare lo sguardo all’immedesimazione con assassini, personalità scisse, minoranze perseguitate, intelligenze aliene. Ma come immedesimarsi e provare empatia per entità prive di autocoscienza e lontanissime dalla nostra mente?

Le strategie seguite da Powers sono diverse, alcune consuete, altre originali. C’è naturalmente l’intreccio tra le vite dei protagonisti umani e gli alberi. Un castagno accompagna la vita della famiglia Hoel, dal capofamiglia emigrato dalla Norvegia, che ne pianta il seme in un’epoca di espansione euforica sul suolo americano, fino al pronipote Nick che raccoglie la tradizione famigliare di scattare foto quotidiane a quel castagno e diventa un attivista ecologista. E ancora, diversi alberi segnano la vita dell’ingegnera Mimi Ma, dello psicologo Adam Appich, dell’avvocato Ray Brinckman, del veterano Douglas Pavlicek, del genio della programmazione Neelay Mehta. Gli alberi accompagnano la nascita di un amore e la morte di un padre, salvano la vita o la cambiano violentemente, ispirano memorie e sogni.

Un elemento di sfondo di tutte queste storie è il costante richiamo alle tradizioni narrative e religiose che hanno avvicinato umani e alberi, dai miti cosmogonici nordici o indiani alle Metamorfosi di Ovidio, dalla foresta del Macbeth agli Ent – gli alberi parlanti tolkieniani. Gli alberi, per il narratore, sono senz’altro «dèi». Da uno di questi spunti, l’immagine induista del fico di Visnu, muove una delle linee più speculative della storia: il sogno del programmatore di giochi Neelay Meetha che decide di rompere con l’intrattenimento e concepisce degli algoritmi intelligenti che, in analogia con le foreste, formeranno un’intelligenza collettiva capace di mediare tra uomini e piante.

Ma i molti camei mitologici e enciclopedici – sul modello di Moby Dick – non bastano a ridurre la distanza tra mondo umano e non umano. Perciò Powers sceglie, come mediatori, protagonisti in vario modo difformi o emarginati: Olivia, Nick, Mimi, Douglas interrompono i progetti di lavoro e vita in società per andare nei boschi; Appich che da bambino autistico e poi da psicologo professionista studia con distacco i meccanismi mentali dei suoi simili; Mehta vive isolato su una sedia a rotelle nella Sylicon Valley. Uno dei personaggi più riusciti è la naturalista Patricia Westerford, che fin da piccola matura un distacco dal mondo umano (complice un difetto dell’udito) e una comprensione degli alberi, sotto la guida del padre che la porta nei boschi e spiega: “niente al mondo è meno isolato e sociale di un albero”. Molti anni dopo Patricia scoprirà la capacità degli alberi di scambiarsi messaggi, elaborando un’immagine rivoluzionaria della natura selvaggia:

    Non ci sono esemplari isolati. E neppure specie separate. Tutto nella foresta è la foresta. La competizione non può essere separata dalle infinite fragranze della cooperazione. Gli alberi non lottano di più delle foglie su un unico albero. A quanto pare, in fondo la maggior parte della natura non sparge sangue come un animale feroce.

Il rapporto di tensione tra Patricia e la scienza ufficiale porta una tensione che esploderà in un finale drammatico. La stessa tensione si trova nella storia di Olivia Vandergriff: la giovane studentessa sfiora la morte e, dopo la folgorazione religiosa, vive una seconda vita guidata da voci misteriose che la conducono a una missione e ne fanno una sorta di ispiratrice semidivina del movimento ecologista.

Ma Powers non si ferma alla rivolta e all’ispirazione dei suoi personaggi, che ricalca in fondo un tema tipico della cultura americana da Thoreau a Unabomber: la polarità tra civiltà e wilderness. Qui sta l’elemento più originale e affascinante del libro. Per conquistare la prospettiva degli alberi Powers fa, prima di tutto, un lavoro strutturale sul tempo del romanzo. L’intera narrazione è articolata in quattro parti che richiamano il ciclo vitale degli alberi: radici, tronco, chioma e semi. Questo espediente già allude a una vicenda che trascende le esistenze dei protagonisti. Il capitolo iniziale è un capolavoro di questa tecnica. Powers contrappone il tempo lungo di un castagno, ripreso in uno slow motion fatto di foto quotidiane, a quello di generazioni di storia familiare e sociale, dando da subito l’immagine di una vita che precede e segue l’umano.

“Ma ogni foto nel fascio di scatti mostra solamente quell’albero solitario intento a scuotersi di dosso il vuoto soverchiante che anche l’uomo conosce così bene. La fattoria è alle spalle di Frank Jr. ogni volta che apre il diaframma dell’obiettivo. Le foto nascondono tutto: gli anni Venti che non ruggiscono per gli Hoel. La Depressione che costa loro duecento acri e spedisce metà della famiglia a Chicago. I programmi radiofonici che allontanano due dei figli di Frank Jr. dall’agricoltura. La morte di Hoel nel Pacifico del Sud e i due Hoel sopravvissuti e colpevoli. Gli escavatori e i trattori cingolati che sfilano accanto alla rimessa. Il fienile ridotto in cenere una notte tra le urla di animali inermi. Le dozzine di gioiosi matrimoni, battesimi e lauree. La mezza dozzina di adulteri. I due divorzi abbastanza tristi da zittire gli uccelli canori. La campagna fallimentare di un figlio per l’assemblea legislativa dello stato. L’azione legale tra cugini. Le tre gravidanze a sorpresa. La prolungata guerrilla degli Hoel contro il pastore locale e mezza parrocchia luterana. Il frutto dell’eroina e dell’Agente Arancio che torna a casa coi nipoti dal Vietnam. L’incesto taciuto, l’alcolismo persistente, una fuga della figlia con l’insegnante d’inglese del liceo. I tumori (seno, colon, polmoni), il disturbo cardiaco, la rimozione della pelle della mano di un operaio in una trivella per granaglia, l’incidente automobilistico mortale del figlio di un cugino dopo il ballo di fine anno. Le innumerevoli tonnellate di sostanze chimiche con nomi tipo Rage, Roundup e Firestorm, i semi sicuri elaborati per produrre piante sterili. Il cinquantesimo anniversario di matrimonio alle Hawaii e le disastrose conseguenze. La dispersione di pensionati verso l’Arizona e il Texas. Le generazioni di rancore, coraggio, sopportazione e generosità inattesa: tutto ciò che un essere umano può chiamare storia succede al di fuori della cornice delle sue fotografie. All’interno, durante centinaia di cicli stagionali, c’è soltanto quell’albero solitario, la sua corteccia crepata che sale a spirale ed entra prematuramente nella mezz’età, crescendo alla velocità del legno.”

Altro oggetto del lavoro formale di Powers è il linguaggio, sviluppato in vari modi. Il più interessante è la critica del linguaggio comune inteso come prigione cognitiva: la legge americana, con cui dovranno fare i conti i protagonisti nelle loro proteste contro il taglio degli alberi, risulta un’illusione collettiva che vota alla distruzione invece che una garanzia fondamentale. L’infrazione delle norme è svolta da personaggi che osservano senza empatia la ristrettezza della logica ordinaria (Adam Appich), che contestano le contraddizioni nel linguaggio giuridico (Ray Brinckman) e l’incapacità di cogliere l’intelligenza sociale delle piante in quello scientifico (ancora Pat Westerford).

Questo lavoro sul tempo e sul linguaggio – molto più che l’invenzione di alberi parlanti e intelligenze superiori – fa del Sussurro del mondo un libro esemplare, da leggere e da meditare per chi ha a cuore le sorti della natura e della letteratura.


Paolo Pecere si occupa di filosofia e letteratura. Tra i suoi saggi "La filosofia della natura in Kant" (2009) e "Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario" (2015). Suoi racconti sono comparsi su "Nazione indiana" e "Nuovi argomenti". Nel 2018 ha pubblicato il romanzo "La vita lontana".

Tags: Culture

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