"La fine della fine della terra", un libro di Jonathan Franzen

La fine della fine della terra di Jonathan Franzen, Einaudi, 2019

"Lo scrittore è come un pompiere, il cui compito è tuffarsi in mezzo alle fiamme della vergogna mentre tutti gli altri scappano".

Sedici testi in cui riflessioni apocalittiche e provocatorie sulla tragica fine che attende il nostro pianeta, in termini ambientali, sociali e politici, si alternano a timide manifestazioni di speranza. Dal cambiamento climatico ai social network, da Trump al birdwatching, dalla New York dei primi anni Ottanta agli eventi traumatici dell’11 settembre 2001, dall’Africa orientale all’Antartide: Franzen si confronta con la complessità del presente a colpi di riflessioni acute e spietata ironia, disposto a mettere in discussione tutto – compreso se stesso – per interpretare la realtà. E magari provare a cambiarla.

"In questa raccolta c’è quell’equilibrio perfetto tra forma, contenuto e voce di cui solo un grande scrittore è capace."
The Guardian
  
   "Il cambiamento climatico ha molte caratteristiche in comune con il sistema economico che lo sta accelerando. Analogamente al capitalismo, infatti, è transnazionale, ha effetti imprevedibili e dirompenti, si autoalimenta ed è inevitabile. Non teme la resistenza individuale, crea grandi vincitori e grandi perdenti e tende verso una monocultura globale: l'estinzione della differenza a livello di specie, una monocoltura degli obiettivi a livello istituzionale. Inoltre è perfettamente compatibile con l'industria tecnologica, poiché promuove l'idea che solo la tecnologia, grazie all'efficienza di Uber o a qualche colpo da maestro della geoingegneria, potrà risolvere il problema delle emissione dei gas serra. È una narrazione semplice quasi come i "mercati sono efficienti", una storia che si può raccontare in meno di centoquaranta caratteri: stiamo prendendo il carbonio sequestrato nel terreno e lo stiamo immettendo nell'atmosfera, e se non la smettiamo siamo fregati."

C’è sempre una tensione nella scrittura di Franzen e c’è, a maggior ragione, nel capitolo dedicato esclusivamente agli uccelli, Perché gli uccelli sono importanti. "E nel presente, anche se i nostri gatti, le nostre finestre e i nostri pesticidi ne uccidono miliardi ogni anno, anche se alcune specie, soprattutto sulle isole oceaniche, sono andate perdute per sempre, il loro mondo è ancora ben vivo. In ogni angolo del globo, dentro nidi piccoli come noci o grandi come pagliai, i pulcini rompono il guscio e si affacciano alla luce".


Un commento:
La preservazione dell’ambiente e di tutte le forme di vita che lo abitano da parte dell’uomo è considerata da Franzen, in termini collettivi, come l’occasione per esprimere al meglio la natura stessa dell’uomo e, in termini individuali, come un’opportunità di dare un senso e una finalità alla propria singolare esistenza. [...] Franzen riflette sulle responsabilità che sul tema del cambiamento climatico hanno avuto le istituzioni e i governi di ogni schieramento politico. I partiti si scontrano causando solo danni: da una parte il gelido realismo di destra, dall’altra le bugie della sinistra, costretta a farsi portavoce, al contempo, delle indiscutibili evidenze della scienza e della falsa retorica che indica come possibili una prevenzione e una cura per la catastrofe imminente e, in modo assoluto, inevitabile.
Che si tratti della controversa questione del cambiamento climatico o del dibattito tecnologico intorno all’uso smodato dei social media e delle conseguenze e emotive e educative a cui condurrà, della tragica fine degli uccelli marini o di quel terribile martedì di settembre che nel 2001 ha cambiato le sorti del mondo, Jonathan Franzen padroneggia ogni argomento con eccezionale lucidità.
Giulia Busso (Cultweek)

Tags: Culture

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