C’è vita oltre il capitalismo?

La nostra partecipazione al ripensamento delle categorie di "ecologia" e "socialismo", continua con la segnalazione di un'importante novità editoriale: Quattro modelli di futuro. C'è vita oltre il capitalismo di Peter Frase, Ist. Enciclopedia Italiana, 2019, 140 pagine, € 18,00.

A seguire, la scheda del libro e la recensione di Tiziano Cancelli.


Poche volte nella storia l’uomo si è trovato di fronte a un domani così incerto e dalle tinte così fosche. Tutti ci chiediamo: cosa succederà? Peter Frase risponde a questa domanda con un libro energico, polemico, radicale, profondo e visionario. Quattro modelli di futuro ha il raro merito di essere, in poche pagine, insieme una lettura illuminante e un gesto politico in grado di tracciare un percorso.
Dispiegando gli strumenti delle scienze sociali e della finzione speculativa, Frase si chiede quale sarà l’impatto dell’automazione e come affronteremo la scarsità di risorse e le disuguaglianze sociali; e in un tour vorticoso attraverso fantascienza, teoria sociale e nuove tecnologie, propone quattro possibili modelli, alla ricerca della giusta misura tra promesse di benessere possibile e la paura della barbarie, sociale ed economica, in cui potremmo cadere.

Peter Frase è editor del magazine “Jacobin”. Ha conseguito un Ph.D. in sociologia, e scrive su “In These Times” e “Al Jazeera”.



C'è vita oltre il capitalismo?
Un articolo di Tiziano Cancelli, pubblicato il 4 giugno 2019 sul sito il Tascabile


  Pensare il futuro nell’epoca del realismo capitalista richiede la capacità di pensare la contraddizione. Il concetto di antropocene parla esattamente di questa difficoltà di vedere le cicatrici lasciate ogni giorno sulla superficie del pianeta e dei suoi abitanti, di questa difficoltà di capire come il presente si trasformi ogni giorno inevitabilmente nel futuro che abbiamo scelto. Nell’era della tecnica l’umanità sogna di terraformare Marte mentre si avvicina lentamente a una probabile estinzione; sogna l’avvento dei robot mentre in ogni parte del pianeta lascia morire di malnutrizione e di lavoro. Pensare il futuro non è un compito facile: per farlo è necessario sopportare il pensiero del paradosso, il peso di un mondo schivo che ha paura di guardarsi allo specchio e che per questo motivo sembra incapace di immaginarsi diverso.

Quattro modelli di futuro: c’è vita oltre il capitalismo di Peter Frase, appena uscito per Treccani, è in questo senso un esercizio necessario di immaginazione e al contempo una filosofia dell’hic et nunc: partendo dall’impossibilità di un ritorno ai cari vecchi tempi della“tradizione”, frutto per la maggior parte di una visione idealizzata e mistificata del passato, bisogna fare i conti con la sfida del possibile, ritrovare la capacità di capire dove siamo, dove stiamo andando e dove vorremmo andare.

Questo non è proprio un normale saggio, ma non è neanche un’opera narrativa, né ritengo che appartenga al genere futuristico. È piuttosto un tentativo di usare gli strumenti della scienza sociale insieme a quelli della narrativa speculativa per esplorare lo spazio di possibilità in cui andranno in scena i nostri futuri conflitti politici”, scrive l’autore.

Attraverso l’uso magistrale dell’ipotesi fantascientifica, condita da una dose significativa di interrogazione genuinamente politica, Frase riesce nel difficile compito di delineare quattro ipotesi di futuro possibili alla luce dei conflitti che abitano il presente, tutti segnati dalla consapevolezza di un dato fondamentale: volenti o nolenti il capitalismo per come lo conosciamo sta per finire, quello che verrà dopo dipenderà in larga parte dalle decisioni che prenderemo a livello collettivo, e quindi politico. Seguendo questa chiave di lettura Frase mette sul tavolo quattro ipotesi, ognuna delle quali conduce a una particolare concezione di società: comunismo, socialismo, renditismo e sterminismo. Tutti e quattro gli scenari descritti vengono definiti in rapporto a due dei temi fondamentali degli ultimi anni: piena automazione delle forze produttive e catastrofe ecologica. L’obbiettivo è elaborare un’interpretazione del nostro momento presente e creare una mappa stilizzata dei futuri possibili che abbiamo davanti: se l’automazione è la costante, la crisi ecologica e il potere di classe sono le variabili.


Le prime due ipotesi condividono due caratteristiche importanti: la presenza di un sistema improntato all’uguaglianza e un apparato tecnologico posto al servizio della società. Mentre nel comunismo si ipotizza uno scenario in cui il superamento della crisi climatica e l’abolizione del lavoro salariato permettono una relativa abbondanza, nello scenario socialista si ha a che fare con un mondo impegnato a fare i conti in maniera collettiva con la scarsità imposta dalla crisi dell’ecosistema terrestre e dalla transizione ancora in corso verso il post-lavoro. Entrambi gli scenari sono concepiti in modo realistico, pur mantenendosi lontani da ogni previsione.

Il comunismo, lungi dall’essere il paradiso terrestre tante volte idealizzato da una certa sinistra escatologica, si rivela un sistema più umano. Nonostante siano state sconfitte la fame e la povertà, si devono ancora fare i conti con la tendenza, per così dire “naturale”, delle società umane al conflitto e al mantenimento di un precario equilibrio – seppur all’interno di un mondo a tutti gli effetti post-lavorista e in cui i conflitti legati alle gerarchie persistono anche se non immediatamente allineati al ricatto del lavoro salariato.

Nell’ipotesi socialista la transizione dal capitalismo è affrontata ancor più realisticamente: secondo Frase, per cambiare la società è indispensabile cambiare prima la percezione comune di temi fondamentali come lavoro e welfare state, facendo i conti con le inevitabili resistenze di un mondo da sempre abituato alla prevaricazione e allo sfruttamento. Un’ipotesi di questo tipo sottolinea la necessità di un percorso di riforme rivoluzionarie che siano in grado di distinguersi dai tentativi soft e totalmente inadeguati visti finora e di andare finalmente oltre l’eterno dibattito fra riformismo e rivoluzione.

Seguendo una teoria proposta già negli anni Sessanta dal sociologo francese Andrè Gorz, un’autentica politica socialista dovrebbe prendere atto delle condizioni oggettive del tempo e avere il coraggio di accantonare un’ipotesi rivoluzionaria ormai anacronistica in favore di un riformismo dal carattere rivoluzionario. Questo dovrebbe essere in grado di intervenire alla radice del problema, sovvertendo la dinamica più propria del capitalismo e predisponendo così il passaggio verso il nuovo sistema egualitario.

Chiudono la fila delle ipotesi il renditismo e lo sterminismo, entrambe caratterizzate da un’impostazione fortemente gerarchica. Nel primo caso si avrebbe a che fare con un sistema in cui la tecnologia permetterebbe il superamento del pericolo causato dal cambiamento climatico, rimanendo però saldamente ancorata alle logiche del profitto e della disuguaglianza tipiche dell’attuale sistema capitalistico. In questa versione del mondo sempre nuove oligarchie si contenderebbero i frutti dell’abbondanza permessa dall’automazione, creando dei veri e propri sistemi di rendita basati principalmente sull’appropriazione intellettuale e lasciando il resto del mondo a contendersi le briciole.

In ultimo troviamo l’ipotesi sterminista: in questa particolare visione del futuro Frase descrive un mondo alla Elysium o alla Neuromante, dove una ristretta cerchia di super ricchi trova il modo di sopravvivere alla catastrofe climatica in totale lusso e autonomia, rendendo automaticamente superflua la sopravvivenza del resto dell’umanità. In questa ipotesi, a ben vedere non così assurda, troviamo un mondo in cui la sopravvivenza dei poveri non ha più motivo d’essere: uno scenario in cui la scarsità è all’ordine del giorno e la ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi, creando a tutti gli effetti un comunismo per le élite.

Delineare futuri multipli rappresenta un tentativo di lasciar spazio al politico e al contingente. Il mio intento non è sostenere che un futuro comparirà automaticamente grazie al magico funzionamento di fattori tecnici ed ecologici giunti dall’esterno. Quello che piuttosto intendo ribadire è che sarà l’esito di una lotta politica a determinare la direzione che prenderemo”, scrive Frase.

Al di là del mero calcolo probabilistico, il valore di queste proiezioni future è da ricercarsi nell’importanza dei temi che intercettano: piena automazione, cambiamento climatico, disuguaglianze e gerarchie, proprietà intellettuale e militarizzazione della vita. Se negli orizzonti descritti da Frase il comunismo e il socialismo fanno i conti con un mondo post-lavoro, cosciente del cambiamento climatico e alle prese con il tentativo di creare una società globale più giusta, con lo sterminismo e il renditismo troviamo un mondo in cammino verso la barbarie, logica prosecuzione delle tendenze esponenziali del capitalismo contemporaneo. In ogni futuro alternativo descritto da Frase sono presenti le possibilità già racchiuse nel presente: da un lato c’è la consapevolezza e la volontà politica di prendere posizione, dall’altro la connivenza e la cecità di un mondo paralizzato. Come affermato da Gibson e sostenuto da Frase: il futuro è già presente, solamente distribuito male.

Quattro modelli di futuro affronta svariati temi, molti dei quali legati a tabù delle società contemporanee, il tutto senza l’ambizione di fornire soluzioni a buon mercato e resistendo alla tentazione di cadere nella facile dicotomia fra apocalisse e utopia. Nonostante questo approccio cauto nei confronti di temi estremamente complessi, il libro di Frase rimane un libro eretico, capace di superare i tentennamenti e l’autoreferenzialità di un certo tipo di analisi politica in favore di un’assertività convinta e disperatamente necessaria.

Il modo in cui viene approcciato il tema del lavoro è un esempio lampante: come spiega Frase al Tascabileoggi per la prima volta nella storia ci troviamo di fronte a una possibilità impensabile fino a pochi decenni fa, ovvero quella di garantire alle persone un reddito di base universale svincolato da ogni prestazione lavorativa, in grado  di affermare senza più indugi il principio per cui il lavoro non può e non deve più essere merce di scambio per la sopravvivenza delle persone”. Nessuno deve più vendere il proprio tempo al miglior offerente unicamente allo scopo di sopravvivere. Nessuno deve più morire di fame, per lo meno quando è potenzialmente possibile evitarlo.

Da questa consapevolezza sembra emergere un altro tipo di riflessione, che si domanda perché questa richiesta sembra impossibile da tradurre in termini politici. Come mi spiega Frase “i motivi sono molti, pur ruotando tutti intorno al tema principale della ridistribuzione: in effetti quando parli con le persone è molto più difficile trovare qualcuno disposto a negare la correttezza di un ragionamento del genere piuttosto che il contrario. I problemi subentrano dopo, quando ci si domanda che tipo di movimento politico può farsi artefice di questo cambiamento e quali politiche specifiche andrebbero applicate”. Il problema in quest’ottica non riguarda dunque la possibilità di dimostrare la validità del ragionamento su scala globale, ma con la possibilità concreta della sua realizzazione in un mondo polarizzato, dove il misterioso ma quanto mai reale 1% della popolazione muove quotidianamente una guerra nemmeno tanto silenziosa al restante 99% sul piano delle risorse e dei diritti nei confronti delle stesse.

Prosegue Frase: “Penso che il problema a monte sia relativo all’accentramento di ricchezze a cui assistiamo su scala globale: è difficile ragionare in termini umanistici con persone interessate unicamente al mantenimento e alla difesa del proprio potere, sia economico che politico. È un problema che ha a che fare con la ridistribuzione, ma prima di tutto con l’accesso alle risorse che rimangono saldamente nelle mani di pochi elementi capaci di unire questi due aspetti del potere.”

 
Lo stesso processo di automazione, uno dei due temi cardine del libro, non sarebbe sufficiente da solo a spezzare questo circolo vizioso ma anzi non farebbe altro che tradursi quotidianamente in nuove forme di diseguaglianza tecnologicamente avanzate. “Fintanto che i ricchi riusciranno a mantenere il loro potere, vivremo in un mondo in cui loro si godranno i benefici della produzione automatizzata mentre tutti noi pagheremo il prezzo della distruzione ecologica, ammesso che riusciremo a sopravvivere.”

Nonostante l’enorme mobilitazione sul tema ambientale vista negli ultimi anni, di cui i recenti risultati delle elezioni europee costituiscono una concreta manifestazione, le modalità di intervento politico risultano ancora largamente inefficaci al punto di non riuscire a produrre alcun impatto significativo sul problema. La contrapposizione fra chi vede l’attivismo climatico come una forma di autodisciplina e chi ne fa un discorso unicamente politico continua a tenere bloccato un dibattito che necessita di un drastico cambiamento di prospettiva. “A questo proposito”, continua Frase “c’è bisogno di considerare il problema da un’angolatura diversa, rivendicando non solo il primato della politica ma soprattutto di una visione che deve ricomprendere il concetto di classe: la favola del capitalismo sostenibile in questo senso non è altro che un modo per lasciare gli ultimi a fare i conti con le conseguenze del disastro in atto, nel quale rimarrà pesantemente penalizzato chi non è abbastanza ricco da permettersi di proteggersi adeguatamente”. Uno scenario ormai ritenuto sempre più credibile, che oltre a ispirare fortunate saghe cinematografiche come The Purge ha portato negli ultimi anni a un boom di vendite nel settore dei rifugi antiatomici extralusso.

Due fattori di rischio dunque, capaci allo stesso tempo di aprire a possibilità pressoché infinite e di legare a sé le sorti di un intero pianeta. “Catastrofe climatica e piena automazione” prosegue Frase “sono sicuramente due tra i temi al centro del dibattito contemporaneo: la vera sfida è riuscire a pensare questi due temi sotto una nuova veste, in grado di svincolarsi dalle due logiche che ne hanno contraddistinto fin qui lo sviluppo: tecnologia improntata al profitto da un lato, sfruttamento parassitario delle risorse dall’altro. Le nuove tecnologie in generale vanno incontro a questo bivio e spesso si scontrano con i limiti della questione ecologica. Che valore ha un’automazione portata avanti attraverso i combustibili fossili? C’è bisogno di immaginare uno sviluppo in grado di bilanciare questi due fattori, per far sì che conducano a un miglioramento reale per la vita delle persone e non unicamente per le finanze delle aziende.” La vera battaglia sarà quindi combattuta da chi avrà la forza di immaginare un futuro radicalmente diverso per sé e per gli altri, da chi sarà in grado di rompere la gabbia del presente, rifiutandosi come nella celebre poesia di Dylan Thomas di “andarsene docile in quella buona notte”.

Tiziano Cancelli è nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia, si occupa per diverse testate di filosofia, geopolitica e culture digitali.

Tags: Culture, Socialismo

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