Il terrore nucleare curato con l’aspirina

In Germania, che ha promesso di eliminare i reattori nucleari entro il 2022, torna la paura delle radiazioni e il governo compra 190 milioni di compresse di iodio. Ma da Fukushima all’addio al trattato Inf sui missili, all’incidente dell’8 agosto nella Siberia russa, cosa spaventa di più?

  Poche settimane fa, a fine agosto, l’emittente tedesca Wdr ha  diffuso in tutto il mondo una notizia sorprendente, almeno a prima vista: un maxi ordine da 190 milioni di compresse di iodio anti-radiazioni era stato inoltrato a un produttore austriaco dall’Ufficio federale tedesco per la protezione dalle radiazioni come ai tempi del disastro di Chernobyl. E’ noto come lo iodio “buono” agisca saturando la tiroide e impedendo che si accumuli nella ghiandola quello radioattivo, in grado di provocare tumori. Notizia ghiotta, ma, a prima vista, stravagante.

Dopo un G7 che finalmente si è accorto che l’Amazzonia brucia, che in Iran è meglio trattare che bombardare, che la guerra dei dazi rende tutti perdenti, come mai torna in vita la paura del nucleare? Dopo gli abbracci, tra una prova missilistica e l’altra, tra Trump e Kim Jong-un e dopo la clamorosa uscita di scena, almeno negli USA e in Europa, dei reattori nucleari come prospettiva energetica risolutiva. In effetti il cambio di cultura imposto dalla minaccia della catastrofe climatica impone non solo il controllo delle emissioni climalteranti, ma anche il pieno controllo sociale delle tecnologie per prendersi cura della Terra e l’incompatibilità tra radiazioni e salute dell’intera biosfera si è rivelata insormontabile. Così, il nucleare civile è ormai residuale negli Stati Uniti dove fornisce un contributo alla produzione di elettricità del 20% proveniente da 99 reattori nucleari attivi con un’età media di circa 37 anni, mentre in tutta la UE si prevedono dismissioni e abbandoni, con i due grandi reattori di Areva ancora di là da venire.

Da dove viene allora l’imprevisto ordine tedesco di immunizzazione radioattiva della popolazione, quando la guerra nucleare passa per un esercizio maniacale di Trump e sono solo 451 i siti nucleari civili attivi nel mondo contro 63.000 impianti tradizionali, che invece attirano le maggiori preoccupazioni per le emissioni di CO2?

Bastano tre considerazioni, purtroppo trascurate dai media, per giustificare l’allarme.

1. Il progetto di documento, chiamato Nuclear Posture Review (v. https://fas.org/issues/nuclear-weapons/nuclear-posture-review/), che espone la strategia nucleare degli Stati Uniti di recente elaborazione, consente l’uso di armi nucleari per rispondere a una vasta gamma di attacchi devastanti, ma non nucleari, alle infrastrutture americane, inclusi gli attacchi informatici. Il nuovo documento è il primo ad espandersi oltre lo scambio di attacchi atomici, per includere i tentativi di distruggere infrastrutture di vasta portata, come la rete elettrica o le comunicazioni di un Paese, in quanto sarebbero più vulnerabili alle armi informatiche. La nuova strategia sotto Trump sarebbe la risposta pronta non solo ai progressi nucleari della Corea del Nord e dell’Iran ma anche a quelli di hackering informatici da parte di Russia e Cina. Se il cyber può causare un malfunzionamento fisico delle principali infrastrutture con conseguenti morti il Pentagono ha ora trovato il modo di “stabilire una dinamica dissuasiva” ricorrendo all’impiego della bomba nucleare. Anche a tal fine si è stabilito il prezzo per un rifacimento trentennale dell’arsenale nucleare USA (comprese le B61 di Aviano e Ghedi) in oltre 1,2 trilioni di $.

2. L’incidente nucleare dell’8 agosto, in una città della Russia sub-artica nella provincia di Archangelsk in Siberia (v. Yurii Colombo su il manifesto, 14/08/2019), totalmente oscurato dall’entourage di Putin anche dopo che si è registrato un livello di radioattività 16 volte maggiore rispetto ai valori normali, si suppone dovuto ad un’esplosione durante i test su un reattore con una fonte di energia a radio isotopi montato su un razzo da crociera. Programmi di ricerca simili sono stati condotti negli Stati Uniti. I dubbi sull’esplosione dell’8 agosto non sono legati tanto al tasso di radioattività ma al tipo di radiazioni emesse, su cui “si sa davvero poco”

3. La maledizione di Fukushima:Il Governo giapponese inganna l’Onu, violati i diritti umani di lavoratori e bambini”. Così riferisce l’ANSA (08 marzo) riferendo l’accusa di Greenpeace che – a 8 anni dal disastro dell’11 marzo 2011 -pubblica un rapporto che certifica come i livelli di radiazione nella zona di esclusione e delle aree di evacuazione intorno alla centrale siano da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo e che in oltre un quarto dell’area la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato. A distanza di 8 anni dall’incidente non si vede nessuna prospettiva di soluzione. La rimozione del combustibile presente nelle piscine dei reattori danneggiati (per un totale di 1.393 elementi) è stata completata solo per l’unità 4, mentre per l’unità 3 dovrebbe iniziare entro quest’anno e solo nel 2023 per le unità 1 e 2. Un immane disastro nello spazio e nel tempo.

4. Infine c’è da prendere in considerazione il rilancio senza clamori della tecnologia nucleare, previsto da uno dei siti web più influenti sul piano delle politiche industriali, dell’innovazione e dell’industria manifatturiera USA con sede nel Michigan (v.https://www.iqsdirectory.com/resources/although-their-heyday-is-past-the-future-of-nuclear-reactors-appears-bright ) riporta che in Cina sono partiti due reattori “sicuri” che eliminano la necessità di sistemi di raffreddamento esterni, cosa che è fallita a Fukushima. “Questa tecnologia sarà sul mercato mondiale entro i prossimi cinque anni”, ha detto Zhang Zuoyi, il direttore dell’Institute of Nuclear and New Energy Technology di Pechino. “Stiamo sviluppando questi reattori per conquistare il mondo.” Intanto la NASA sta collaudando il progetto Kilopower, un reattore nucleare compatto con il potenziale per alimentare le missioni sulla luna, su Marte e persino nei più profondi tratti dello spazio.

Attenti, quindi, perché zitti zitti, i militari più aggressivi ed i sostenitori di una tecnologia che sfugge al controllo sociale e alla riproduzione della biosfera potrebbero ricominciare, magari dai missili, dai robot e dallo spazio, lontano da occhi umani, a riproporci una strada che sembrava desueta e da abbandonare definitivamente. Ma quanti altri disastri nucleari e quante tonnellate di pastiglie a mo’ di aspirina ci occorrono per costringere finalmente i politici eletti per governare non solo il presente, ma anche il futuro dei nostri figli, a porre fine alla follia nucleare?


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Misurina: Olimpiadi SI, cura dell'asma NO ?

Una scelta dolorosa e inderogabile». Verso le 14.30 di oggi, giovedì 29 agosto, l’Opera Diocesana San Bernardo degli Uberti ha confermato, con una nota stampa, la notizia che circolava da ieri: il 31 dicembre cesserà l’attività socio sanitaria svolta a Misura, nell’Istituto Pio XII, centro per la cura e la riabilitazione delle malattie respiratorie del bambino e dell’adolescente. «Nonostante ogni tentativo di rilancio dello storico Istituto, di cui tanti hanno beneficiato, e nonostante i reiterati tentativi posti in essere nel corso degli anni per coinvolgere le istituzioni competenti (mostratesi sostanzialmente indifferenti), l’attività ha generato forti perdite, divenute del tutto insostenibili», si legge nel comunicato. «I 12 dipendenti a tempo indeterminato dell’Istituto saranno trasferiti a Parma, presso le strutture dell’Opera Diocesana San Bernardo degli Uberti, al fine di salvaguardare in ogni modo l’alta qualità professionale di coloro che hanno costituito per anni un valore aggiunto per l’Istituto, unico in Italia nel suo genere».

Trova quindi triste conferma l’allarme lanciato ieri dai sindacati e ribadito questa mattina durante una conferenza stampa. «Non appena ci è giunta comunicazione della cessazione dell’attività, siamo scesi in campo per capire le motivazioni e ieri (mercoledì 28 agosto per chi legge, ndr) abbiamo avuto un incontro con i responsabili dell’Opera», sottolinea Stefano Calvi, segretario della Fisascat Cisl. «Il problema nasce da un calo dell’utenza. Per stare in piedi l’Istituto – che, seppur privato, è convenzione con il Sistema Sanitario (Regione del Veneto) – necessita di 30 ospiti, in media. Per il prossimo settembre ce ne sono soltanto 2 e ci è stata evidenziata l’impossibilità di andare avanti». A confermarlo ci sarebbero i dati. «Rispetto alla convenzione istituita con la Regione del Veneto, in quattro anni gli introiti sono calati del 55%», fa presente Mauro De Carli, segretario provinciale della Cgil, riportando il bilancio fornito dall’Opera Diocesana. «Se a ciò si aggiunge l’analisi dei costi, questi ultimi sono più del 109% dei ricavi. La perdita è consistente».

Ma perché gli utenti sono calati in modo così drastico? «Perché la Regione ha modificato le modalità di accesso alla struttura», precisa Calvi. «Se prima bastava una semplice prescrizione medica, oggi è necessario il passaggio attraverso una commissione composta da due medici. La procedura è più complessa ed è simile a quella prevista per avere accesso alle case di riposo». L’Istituto Pio XII conta 12 dipendenti, più altrettanti collaboratori esterni. Si aggiungono i medici convenzionati. Dalla nota dell’Opera si apprende che gli assunti a tempo indeterminato saranno trasferiti a Parma, ma i sindacati, questa mattina, ha voluto far presente che molti sono bellunesi. «Già da domani incontreremo i dipendenti per capire quali strategie adottare per ricollocarli», mette in risalto Calvi. «Qualche Oss (Operatore socio sanitario) potrebbe essere spostato in casa di riposo. Ma stiamo facendo solo ipotesi. Si tratterà di valutare caso per caso».

La cessazione dell’attività fra quattro mesi sembra proprio essere senza possibilità di appello. «Le cose potrebbero cambiare solamente se la Regione del Veneto facesse delle scelte strategiche utili a mantenere in vita la struttura», affermano De Carli e Guglielmo Pisana, della Uil. Insomma, al di là delle parole e delle dichiarazioni d’intenti, servono fatti. «L’Opera Diocesana ci ha ribadito che nell’ultimo anno e mezzo le ha “provate tutte” per rimanere in piedi», aggiunge Gianluigi Della Giacoma, segretario della Cgil Funzione Pubblica di Belluno. E c’è già chi vede, al posto dell’Istituto per la cura dell’asma, una struttura alberghiera. «Ci poniamo alcune domande», continuano i sindacalisti. «Da un punto di vista sanitario è giusto perdere una peculiarità come quella di Misurina, unica a livello nazionale e terza in Europa? Abbiamo tutta l’intenzione di verificare che non si voglia chiudere il Pio XII per procedere con una successiva vendita e andare a speculare. Mentre a Misurina la situazione è quella che si sta rendendo nota, al Codivilla Putti di Cortina vediamo grossi investimenti da parte della Regione. Quali sono le scelte fatte a Venezia all’interno dei percorsi terepautici?».

I sindacati non nascondono una grossa preoccupazione. «Attenzione, il problema non è circoscritto», afferma Rudy Roffarè, segretario generale aggiunto della Csil Belluno Treviso. «Nel territorio bellunese i servizi pubblici, ma anche quelli privati (come dimostra il caso di Murisina) stanno chiudendo. La provincia dovrebbe essere attrattiva, per riuscire in qualche modo a far fronte al problema dello spopoalmento e dell’invecchiamento. Invece le criticità diventano sempre più inaffrontabili, anche per una progressiva perdita dei servizi. Un pezzetto alla volta, finché non rimane più nulla. E questo per una mancanza di una visione coordinata». La Regione del Veneto parla spesso della volontà di portare avanti un sistema socio-sanitario a rete, «ma questi buoni propositi sono disattesi se le persone devono rivolgersi alla pianura, perché le specializzazioni provinciali vengono via via smantellate». Allargando le riflessioni sul sistema socio-sanitario, secondo Pisana dietro a determinate scelte potrebbe esserci l’obiettivo di ridurre un poì alla volta il welfare pubblico, fino a renderlo residuale, se non a distruggerlo.

Tornando al caso specifico dell’Istituto Pio XII, i pazienti sono calati ma le patologie respiratorie risultano in crescita. «Conferma che la Regione non attua scelte strategiche per dirottare i pazienti su Misurina», dice ancora Della Giacoma. «Misurina è luogo ideale per la cura dell’asma e delle malattie respiratorie dei bambini e degli adolescenti, per le condizioni climatiche peculiari dell’ambiente montano. Tantissimi piccoli pazienti da tutta Italia e non solo, nei decenni, si sono curati al Pio XII». E dopo il 31 dicembre? Come si diceva, qualcuno pensa già all’ipotesi di un futuro albergo. O meglio, di un ritorno a struttura turistico-ricettiva, visto che il Pio XII, prima di diventare istituto di cura, era stato sede del Grand Hotel Misurina, divenuto poi residenza estiva dei Savoia.

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Colombia: riprende la guerriglia delle FARC

Colombia. Si spacca ufficialmente il partito erede della guerriglia. «Accordi di pace traditi dallo Stato». L’annuncio dato dall’ex numero 2 Ivan Márquez, che fu protagonista dei negoziati

Che la dissidenza delle Farc avesse deciso di riprendere la lotta armata era già noto da tempo, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale: «Annunciamo al mondo che è iniziata una nuova Marquetalia (il luogo di nascita delle Farc, ndr) nell’ottica del diritto universale che garantisce a tutti i popoli del mondo di sollevarsi in armi contro l’oppressione», ha dichiarato in un video diffuso ieri l’ex numero due dell’organizzazione guerrigliera Iván Márquez, il quale aveva fatto perdere le sue tracce da più di un anno, rientrando in clandestinità.

Accanto a lui, un’altra ventina di leader armati, tra cui si distinguono Hernán Darío Velásquez, “El paisa” e Jesús Santrich, il leader non vedente che era stato arrestato nell’aprile del 2018 con l’accusa di aver partecipato a un traffico di cocaina (ritenuta dai più una montatura), rimesso in libertà il 30 maggio scorso dopo un lungo braccio di ferro istituzionale e, dopo aver persino occupato il suo seggio al Congresso ribadendo il proprio impegno per la pace, scomparso nel nulla il 30 giugno.

«NON SIAMO MAI STATI VINTI o sconfitti ideologicamente. Per questo la lotta continua. La storia scriverà nelle sue pagine che siamo stati obbligati a riprendere le armi», ha aggiunto Márquez, che è stato, paradossalmente, il principale negoziatore degli accordi di pace tra governo e guerriglia firmati nel 2016 a Cuba.

Di sicuro, con l’annuncio di ieri, diffuso dalla zona del fiume Inírida, nella regione amazzonica, una nuova scure si abbatte sul già minacciatissimo processo di pace, riducendo sempre più al lumicino la speranza, a cui tanti si erano aggrappati, che con la firma dell’accordo tutto potesse prendere una direzione nuova nella storia della Colombia.

Tre anni dopo, di quella speranza non rimane quasi più traccia, soffocata dalla mancata applicazione dell’accordo e dal massacro sistematico di leader sociali e membri dell’ex guerriglia. Finché persino l’unica conquista che sembrava certa – quella della fine delle ostilità – non è stata di nuovo, e ora definitivamente, messa in discussione.

LE AVVISAGLIE, del resto, non erano mancate, a cominciare dalla ripetuta autocritica di Iván Márquez rispetto al «grave errore» di «aver consegnato le armi a uno stato traditore confidando nella sua buona fede». Dichiarazioni che avevano evidenziato un’insanabile spaccatura all’interno del nuovo partito Farc (Fuerza alternativa revolucionaria del común), il cui leader, Rodrigo Londoño (Timochenko), aveva risposto a muso duro, accusando Márquez di compromettere «l’autorità morale» del partito e rinfacciandogli di aver rinunciato al suo seggio in parlamento nel momento in cui ce n’era più necessità: «Non possiamo rischiare di perdere quanto ottenuto fino a oggi, per quanto complesso sia il compito che ci sta di fronte».

E, ora, a spaccatura ormai consumata, a Londoño non resta che ricordare come «le grandi maggioranze» continuino a impegnarsi a favore dell’accordo «malgrado ostacoli e difficoltà», perché, ha detto, «siamo convinti che il cammino di pace sia quello giusto».

HA COMMENTATO L’ANNUNCIO di ieri anche il guerrafondaio per eccellenza, l’ex presidente Álvaro Uribe, il cui partito, il Centro democratico del presidente Duque, si era riproposto in campagna elettorale di «fare a pezzi» l’accordo, per poi “limitarsi” a disattenderlo totalmente nella pratica: «Il paese deve essere cosciente che un processo di pace non c’è stato: si è avuto solo un indulto per alcuni responsabili di delitti atroci a un alto costo istituzionale», ha scritto su Twitter l’ex presidente, da sempre convinto che la pace dovesse nascere dall’annientamento militare delle Farc.

Ed è la sua linea, in fondo, ad apparire vincente. Con l’unica differenza che la ex guerriglia, sopravvissuta a più di 50 anni di conflitto armato, l’annientamento lo sta rischiando in quelli che dovrebbero essere tempi di pace: dalla firma dell’accordo tra le Farc e il governo, sono circa 130 gli ex combattenti assassinati.

Né va meglio ai leader sociali e ai difensori dei diritti umani: oltre 700 quelli caduti dal 2016, tra cui circa 160 dirigenti indigeni, più di 90 dei quali uccisi a partire dall’avvento al potere di Iván Duque. ( Il Manifesto 30/08/19)

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