Scienza e Guerra

Vi invitiamo alla lettura dell'articolo di Angelo Baracca Scienza e Guerra, pubblicato su Contropiano.org, 06.12.2019

L'articolo riporta la trascrizione dell'intervento a incontri con studenti del Corso di laurea in Scienze della Pace e con studenti di scuole secondarie di Pisa: 25 novembre e Livorno: 26 novembre 2019.


Il coinvolgimento di un numero enorme di scienziati nella ricerca militare, o/e nella realizzazione di nuove armi, è un aspetto della Scienza attuale che di solito viene ignorato o sottaciuto (et pur cause!). Ma al di là delle dimensioni di questo coinvolgimento, che forse pochi immaginano, vi sono alcuni aspetti intrinseci nella Scienza moderna che costituiscono una predisposizione alle applicazioni militari.


I legami fra la Scienza, la ricerca prettamente scientifica, e le attività a le produzioni militari, in una parola la Guerra, sono molteplici e assai più complessi di quanti si pensi a prima vista. L’idea più immediata è che la ricerca scientifica contribuisca alla realizzazione di armi di concezione nuova e più efficaci (nel distruggere e uccidere). Il che è senz’altro vero, ma a mio parere anche semplicistico.

Ritengo opportuno, per chiarezza e per chi non mi conosce, premettere che le mie idee sulla Scienza sono piuttosto radicali: non intendo imporle a nessuna/o, ma esporle senza infingimenti (come ho fatto in decenni di insegnamento) spero contribuisca a rimuovere le concezioni comuni e semplicistiche (a mio parere) che dominano, perché ciascuno si faccia la propria opinione anche fosse diversa dalla mia.

Affronterò distintamente due aspetti della questione. Il primo che potrei chiamare quantitativo, sull’entità dell’impegno degli scienziati per la guerra, perché penso che la dimensione di questo impegno sia comunemente poco nota e sottovalutata (o occultata nelle informazioni comuni); ma vi un secondo aspetto, che chiamerei qualitativo, ancora più occultato o mistificato, che riguarda quella che ritengo una predisposizione della Scienza (quella nostra, Occidentale, o del capitalismo [1]), nel suo stesso impianto metodologico, verso l’aggressione all’Uomo e alla Natura.

Sarebbe troppo lungo qui discutere come la Scienza, a mio parere, non sia un’attività meramente conoscitiva che indaga la Natura in sé, sempre immutabile: piuttosto l’Uomo sociale si rapporta ai fenomeni naturali con modalità mutevoli nei diversi contesti storici e sociali, i quali pongono finalità diverse, che richiedono metodi scientifici nuovi [2].

Esempio immediato (scusandomi per le brutali semplificazioni): il sistema solare geocentrico non era “sbagliato” ma consono alla mentalità medioevale in cui la centralità dell’Uomo, brutalmente soggiogato nel regime feudale, era assicurata dall’ordine divino che lo poneva al centro del creato: la “rivoluzione copernicana” può essere compresa, nella sua integralità, solo se si tiene conto dei cambiamenti sociali del Rinascimento, i quali trasformavano intrinsecamente il modo di intendere la Natura, e le attività sociali umane (mentre le conferme scientifiche del sistema eliocentrico erano ancora profondamente incerte) [3].

Passo ora a discutere i due aspetti, anche se essi sono legati fra loro.


L’impegno degli scienziati per la Guerra

Vi sono sempre stati scienziati che hanno messo le proprie conoscenze al servizio dei militari. Senza entrare in dettagli, la memoria va indietro ad Archimede nella difesa di Siracusa. Forse pochi conoscono invece Lazare Carnot – padre di Sadi che diede la prima formulazione del II° principio della termodinamica, oggi così importante per la crisi climatica – ufficiale del Genio militare e figura di primo piano della Rivoluzione Francese, il quale ristrutturò l’esercito e la strategia militare consentendo di sconfiggere l’attacco coalizzato degli eserciti europei per soffocare la Rivoluzione.

Non vi è alcun dubbio che un enorme salto quantitativo e qualitativo avvenne durante la IIa Guerra Mondiale con le ricerche per la realizzazione della bomba nucleare. Nei soli Stati Uniti il “Progetto Manhattan” coinvolse migliaia di scienziati e tecnici a lavorare su un unico progetto, ma le ricerche e gli sforzi riguardarono (anche se in dimensioni minori, che di fatto non ebbero successo) la Gran Bretagna, la Francia, il Canada, la Germania e il Giappone. Questo salto enorme venne denotato infatti come “Big Science”.

Nel dopoguerra della Guerra Fredda, enormi centri di ricerca dedicati alla ricerca militare sorsero un po’ ovunque, ricordiamo solo le cosiddette “Città Segrete” in Unione Sovietica, mentre negli USA permangono tre enormi centri nazionali (più una miride di aziende) dedicati espressamente alle armi nucleari, Los Alamos, i Sandia Laboratories, e il Livermore Center.

Io non ho trovato dati su percentuali degli scienziati che si dedicano alle ricerche militari, ma valuto che grosso modo si possa dire che circa la metà della comunità scientifica internazionale lavori sugli armamenti. In tali valutazioni va tenuto conto che l’impegno può non essere diretto, o esclusivo, e che vi sono ricerche che hanno una relazione indiretta ma rilevante per nuovi armamenti o tecniche militari (vedremo casi significativi, e inaspettati, nella seconda parte).

Ma alcuni esempi concreti sono molto significativi.

La Campagna Internazionale per Abolire le Armi Nucleari (ICAN, acronimo che in inglese equivale alla parola “Io posso”) – che nel 2017 ottene alle Nazioni Unite l’approvazione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (https://www.un.org/disarmament/wmd/nuclear/tpnw/) – ha redatto recentemente un agghiacciante dossier dal titolo significativo “Scuole di Distruzione di Massa, Università nel Complesso Statunitense delle Armi Nucleari[4], nel quale è documentato come ben 49 università negli Stati Uniti sono complici del Complesso degli armamenti nucleari, in diverse forme, dirette o indirette: dalla gestione diretta, a collaborazioni istituzionali, associazione a programmi di ricerca, o con personale in programmi di sviluppo.

Da questo punto di vista e estremamente significativa l’opposizione degli studenti della John Hopkins University [5].

In Gran Bretagna l’organizzazione indipendente Scientists for Global Resonsibility (SGR, che raccoglie centinaia di scienziati, sociologi, tecnici e professionisti, e pubblica frequentemente rapporti e inchieste) ha pubblicato recentemente un dossier di denuncia dal titolo non meno agghiacciante Scienza irresponsabile? [6], nel quale denuncia e documenta come le aziende dei combustibili fossili e degli armamenti finanziano le organizzazioni professionali di scienziati e ingegneri. Denuncia anche la mancanza di trasparenza di queste organizzazioni, molte delle quali investono somme notevoli in queste aziende senza denunciarlo, promuovono programmi educativi legati ad esse, sponsorizzano convegni ed eventi, ed altre forme di collaborazione.

Personalmente la memoria mi corre agli anni 70 del secolo scorso quando la NATO promuoveva Scuole Estive sulla fisica delle particelle elementari (non trovo dati recenti): che interesse aveva l’Alleanza Atlantica, organizzazione militare, a promuovere queste ricerche? [7]

Riprenderò il tema nella seconda parte, ma a questo proposito non posso mancare di ricordare la “Commissione Jason” di scienziati consiglieri del governo USA, che divenne tristemente famosa durante la Guerra del Vietnam (1955-1975) per la barriera elettronica che divise il Sud dal Nord dell’esercito Vietcong: fra gli scienziati brillavano i maggiori fisici delle particelle, in particolare teorici, perché? Per le loro capacità di concettualizzare e modellizzare problemi concreti.

Oggi sono diventati normali contratti di ricerca nelle università o nei centri di ricerca vincolati alla segretezza dei risultati: vincolo che è vistosamente l’opposto dello stereotipo della Scienza come ricerca della verità a beneficio del progresso sociale. È così sempre più difficile distinguere le ricerche che hanno implicazioni militari dirette. D’altra la predisposizione della Scienza verso scoperte che privilegiano lo sfruttamento economico nella società capitalistica implica una predisposizione agli sviluppo militari, che altro non sono che il culmine della competizione capitalistica.

Entro dunque nella seconda parte.


Scienza e guerra: un confine sempre più labile

Piuttosto che sul nucleare, su cui si è scritto moltissimo [8], mi dedicherò a aspetti non molto noti, e ancor meno dibattuti, sui rapporti fra Scienza e Guerra, molto significativi del ruolo che giocano gli scienziati – anche quelli che non si “sporcano le mani” con le ricerche belliche – per il livello di compromissione che il capitalismo sfrenato e famelico ha creato con la Scienza avanzata nel campo biotecnologico.

Una volta arrivato a manipolare le molecole fondamentali per la regolazione dei viventi, l’Apprendista Stregone, “bio-Stranamore”, rischia davvero di innescare trasformazioni che nessuno potrebbe essere in grado di controllare [9]. Gli sviluppi estremi delle biotecnologie rappresentano in modo emblematico la mercificazione di aspetti fondamentali della Natura (si pensi all’aspetto paradossale dei di geni), dove il confine fra utilizzazioni per (presunti) scopi civili e implicazioni pericolose o militari sfuma. Sono stati denunciati i legami tra le ricerche sulle armi biologiche e le pandemie ricorrenti [10].

“Il vero pericolo oggi è che una guerra biologica globale deflagri senza che si riesca a impedirla, piuttosto che per la deliberata volontà di qualcuno. … [É impossibile] distinguere tra usi difensivi e offensivi delle ricerche sui microrganismi e, almeno a partire dagli anni ’80, con gli enormi interessi economici collegati al nuovo settore delle biotecnologie genetiche” [11].

Per inciso, un allarme del tutto analogo (non nuovo, e che condivido pienamente, ma preferisco questa citazione a affermazioni mie fatte in passato) è stato lanciato per il rischio di una guerra nucleare dal presidente del Forum lussemburghese per la prevenzione di una catastrofe nucleare, Vyacheslav Kantor:

“Al giorno d’oggi, una guerra nucleare rischia d’iniziare non per causa delle azioni consapevoli di un esercito, ma piuttosto a causa di un errore di qualcun altro o di sistemi informatici. … Il pericolo non risiede nell’uso deliberato di armi nucleari, ma nel fatto che la guerra potrebbe scoppiare a causa di errori umani, errori di sistema, incomprensioni o calcoli errati. I rischi aumentano a causa delle nuove tecnologie informatiche.” [12]

In altre parole, sono proprio gli avanzamento tecnico scientifici ad aggravare i riuschi incontrollabili di guerra.

Nel 1972 veniva firmata la Convenzione sulla Proibizione delle Armi Biologiche (BWC), ma “proprio in quegli stessi anni, e proprio nei laboratori americani, si stava realizzando la rivoluzione tecnologica che avrebbe sconvolto il mondo della genetica e fornito agli scienziati gli strumenti necessari a trasformare innocui microrganismi in microscopiche bombe intelligenti, più potenti di qualsiasi altra arma mai costruita” [13].

“Da quel momento la legge del profitto condizionò pesantemente le strategie di ricerca e le scelte normative. … Quando arrivarono i primi brevetti concernenti gli esseri viventi (1980), fu chiaro che fermare la sperimentazione bio-genetica sarebbe stata un’impresa disperata … [per] la difficoltà di distinguere tra usi offensivi e difensivi della ricerca biotecnologica e l’enorme business derivante dalla rivoluzione biotech. Ma anche e soprattutto per la quasi impossibilità di porre un confine netto tra la ricerca biotech finalizzata alla messa a punto di vaccini e di altri importanti presidi terapeutici e le sue applicazioni in campo militare: … i controlli in questo campo sarebbero non solo inaccettabili per migliaia di laboratori di ricerca e per le multinazionali che hanno investito miliardi di dollari in questo settore, ma praticamente impossibili, visto che la produzione del “nucleare dei poveri” non richiede particolari strutture (un bioreattore per la costruzione di germi micidiali ha dimensioni estremamente ridotte, al punto che potrebbe essere trasportato in un furgone) … vista la facilità con cui è oggi possibile acquistare (per corrispondenza!) microrganismi patogeni e indurre in essi micidiali modifiche.”

“Abbiamo sottolineato il probabile ruolo svolto dalla Big Pharma e dalle imprese biotech nel cambiamento di strategia che avrebbe indotto gli USA a boicottare la Convenzione sulle armi biologiche. Nel caso della SARS (e dell’Aids) il problema è analogo: se le guerre biologiche non possono essere fermate perché comandano la Big Pharma e la Monsanto, le epidemie rischiano di dilagare perché comandano le Corporations in genere. … da quando gli esperimenti su virus e altri vettori genetici sono di routine nei laboratori di tutto il mondo, le malattie da nuovi virus sono diventate un problema drammatico ed enormemente sottovalutato.”

La grande “biotecnologa pentita” Mae Wan Ho ha sottolineato con forza

“la pericolosità di simili manipolazioni, oggi di routine in migliaia di laboratori, in grado di creare in pochi minuti milioni di particelle virali mai esistite nei quattro miliardi di anni di evoluzione che ci hanno preceduto e in grado di ‘saltare’ da un ospite all’altro. […] Sul banco degli imputati è l’ingegneria genetica in quanto ‘tecnologia finalizzata a trasferire orizzontalmente i geni tra specie non destinate a incrociarsi tra loro’. Il che equivale a dire che i pericoli per l’intera biosfera, non derivano da un cattivo uso del biotech, e cioè dal bioterrorismo e dalle guerre biologiche, ma da una tecnologia che infrange deliberatamente le barriere specie-specifiche che la Natura ha costruito a difesa delle singole specie viventi.” [corsivo mio]

“[…] se ciò che rende più invasive e pericolose di tutte le altre le armi biologiche, e in particolare i virus geneticamente modificati, è il loro essere semplici frammenti di codice genetico circolanti e, quindi, la loro capacità di parassitare gli esseri viventi, di competere con essi e, in taluni casi, di inserirsi nel loro genoma modificandolo, è evidente che l’inquinamento genetico del pianeta, da parte di centinaia di varietà di organismi geneticamente modificati (Ogm) è già in atto da anni e rappresenta una vera guerra non dichiarata all’intera biosfera. Un pericolo immenso, forse il maggiore pericolo mai corso dall’umanità e del tutto non prevedibile, almeno in tempi brevi.”

In definitiva, stiamo arrivando all’ultimo stadio, assolutamente incontrollabile, di un progetto esasperatamente scientista, con il quale possiamo arrivare a perdere del tutto il controllo su quei processi naturali che il progetto si prefiggeva di controllare e manipolare a piacimento!

Nessuno può oggi affermare con sicurezza che gli effetti e i prodotti delle biotecnologie con finalità sulla carta ‘buone’ non si rivelino, specie nel medio-lungo periodo, altrettanto pericolose di quelle con finalità ‘cattive’. [corsivo mio] […] Le Life Science Industries, la Big Pharma e le grandi corporations hanno investito miliardi di dollari nel biotech, nella convinzione che gli scienziati abbiano ormai le conoscenze, gli strumenti e i mezzi necessari a trasformare la biosfera e la società mondiale a propria immagine e somiglianza. Il programma era ed è quello di mettere le mani sul codice stesso della vita, per correggerne i ‘difetti’ e giungere ad una nuova creazione ‘perfetta’, cioè adattata alle nostre o meglio alle loro esigenze: … un vero e proprio ‘delirio di onnipotenza’. … da progetto di bio-dominio globale, il progetto dei biotech-scientists e delle corporations … rischia di trasformarsi in una global-bio-war combattuta da un nemico infinitamente sfuggente, elusivo, pervasivo … un esercito di organismi geneticamente modificati che, messo a punto in migliaia di laboratori, distribuito in ospedali, farmacie, supermercati e mercati dei sei continenti, sta colonizzando il pianeta.”

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Spero di essere riuscito a dare, in queste poche pagine, un’idea degli aspetti complessi dei rapporti fra Scienza e Guerra, delle insidie che questi sviluppi nascondano, e qualche strumento perché i/le giovani acquistino una maggiore consapevolezza per impegnarsi con efficacia per un mondo migliore.

NOTE

[1] Non esiste, come vorrebbe l’ideologia dominante, una sola Scienza, un unico modo in cui l’Uomo si rapporta con la Natura. Il discorso sarebbe lungo e non si può affrontare in questa sede. Ogni formazione sociale storica ha avuto un atteggiamento diverso nei confronti della natura, che rifletteva finalità sociali specifiche. La scienza sviluppata dalla società capitalistica (che peraltro si è trasformata profondamente nelle diverse fasi del capitalismo: si confronti il meccanicismo ottocentesco con l’estrema astrazione della fisica quantistica) si è distinta per la finalità di sfruttamento della natura a fini economici e la mercificazione delle conoscenze scientifiche (discuterò qualche aspetto nell’ultima parte). La scienza cinese tradizionale, per fare un esempio sintetico, privilegiava invece il mantenimento dell’equilibrio di tutti i fattori naturali naturali e dell’uomo con essi.

[2] I riferimenti che dovrei dare sarebbero lunghi e complessi, mi limito a uno sintetico: Baracca, Può la Scienza fare Pace con la Natura?, 2009, Simposio Nonviolenza, ripubblicato online https://luiginamarchese.wordpress.com/2017/11/22/puo-la-scienza-fare-pace-con-la-natura-2/.

[3] Raccomanderei la lettura, anche scorrevole e piacevole, dell’opera teatrale di Bertold Brecht, Vita di Galileo, che è certo un’opera artistica e non scientifica né storica, ma illustra abbastanza bene questo punto di vista.

[4] Schools of Mass Destruction: American Univerities in the U.S. Nuclear Weapons Complex, si veda la sintesi di Andrea Germanos, https://www.commondreams.org/news/2019/11/13/schools-mass-destruction-report-details-49-us-universities-abetting-nuclear-weapons.

[5] “Hopkins must take a stand against its nuclear weapons production”, The John Hopkins News-Letter, 21 novembre 2019, https://www.jhunewsletter.com/article/2019/11/hopkins-must-take-a-stand-against-its-nuclear-weapons-production.

[6] SGR, Irresponsible Sience? How the fossil fuel and arms corporations finance professional engineering and science organisations, 6 ottobre 2019, https://www.sgr.org.uk/index.php/resources/irresponsible-science.

[7] Non penso che molti abbiano voglia o pazienza di approfondire, ma rimando chi volesse farlo al mio libro del 2005 – A Volte Ritornano, La Proliferazione Nucleare Ieri Oggi e Domani, Jaca Book – nel quale nel capitolo 3, paragrafo 3.8, discutevo questi legami.

[8] Propongo ancora un mio articolo che abbraccia tutti gli aspetti critici del nucleare, militare e civile: Antropocene-Capitalocene-Nucleocene: l’eredità dell’Era Nucleare è incompatibile con l’ambiente terrestre (e umano), Effimera, 11 settembre 2018, http://effimera.org/antropocene-capitalocene-nucleocene-leredita-dellera-nucleare-incompatibile-lambiente-terrestre-umano-angelo-baracca/.

[9] I riferimenti specifici per le considerazioni che seguono sono studi di cui raccomando vivamente la lettura anche da parte dei profani: 1°) scritti e seminari di Ernesto Burgio, Bioterrorismo e Impero Biotech: armi biologiche e guerra (infinita) al Pianeta, Mosaico di Pace, 15 luglio 2010, https://www.peacelink.it/mosaico/a/32122.html). 2°) Gli studi di Susan Wright, Biological Warfare and Disarmament: New Problems/New Perspectives (Rowman & Littlefield, 2002); oltre alle referenze che seguono.

[10] La grande “biotecnologa pentita” malese Mae Wan Ho ha denunciato con forza questi pericoli, si veda ad esempio la ferma denuncia dei legami tra il bioterrorismo e l’epidemia di SARS: Bioterrorism and SARS, Institute of Science in Society, 16 aprile 2003, http://www.kurzweilai.net/articles/art0561.html?printable=1; inoltre, Mae-Wan Ho, Living with the fluid genome, London, UK, Penang, Malaysia, Third World Network, 2003; Mae-Wan Ho, Sam Burcher, Rhea Gala e Vejko Velkovic, Unraveling AIDS: the independent science and promising alternative therapies, Ridgefield, CT: Vital Health Pub., 2005.

[11] Susan Wright, Biological Warfare and Disarmament, cit.

[12] Ernesto Burgio, Bioterrorismo e Impero Biotech, cit.


ANGELO BARACCA
Professore ora in pensione dell'Universita di Firenze. Saggista specializzato nelle tematiche legate al nucleare civile e militare e attivista pacifista e ecologista.
Ha svolto ricerche in varie aree della fisica e in storia e critica della scienza. Ha pubblicato lavori scientifici e vari libri, tra cui manuali scientifici per l’Università e per la Scuola Secondaria, e saggi generali sulla scienza e la sua storia. Scrive regolarmente su riviste impegnate su questo fronte. È membro del «Comitato Scienziate e Scienziati Contro la Guerra» (www.scienzaepace.it).



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L’Alleanza atlantica nello spazio. Costi alle stelle

Vertice Nato a Londra. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leader dei 29 paesi membri «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale.

Un articolo di Manlio Dinucci pubblicato su Il Manifesto del 03.12.2019

Si svolge a Londra il Consiglio Nord Atlantico dei capi di stato e di governo che celebra il 70° anniversario della Nato, definita dal segretario generale Jens Stoltenberg «l’alleanza di maggiore successo nella storia».

Un «successo» innegabile. Da quando ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava nel 1999, la Nato si è allargata da 16 a 29 paesi (30 se ora ingloba la Macedonia), espandendosi ad Est a ridosso della Russia. «Per la prima volta nella nostra storia – sottolinea Stoltenberg – abbiamo truppe pronte al combattimento nell’Est della nostra Alleanza». Ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è andata oltre, estendendo le sue operazioni belliche fin sulle montagne afghane e attraverso i deserti africani e mediorientali.

Ora la Grande Alleanza mira più in alto. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leader dei 29 paesi membri «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale. «Lo spazio è essenziale per il successo delle nostre operazioni», sottolinea il segretario generale lasciando intendere che la Nato svilupperà un programma militare spaziale. Non fornisce ovviamente dettagli, informando però che la Nato ha firmato un primo contratto da 1 miliardo di dollari per modernizzare i suoi 14 aerei Awacs. Essi non sono semplici aerei-radar ma centri di comando volanti, prodotti dalla statunitense Boeing, per la gestione della battaglia attraverso i sistemi spaziali.

Certamente quasi nessuno dei leader europei (per l’Italia il premier Conte), che il 4 dicembre «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», conosce il programma militare spaziale della Nato, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali. Tantomeno lo conoscono i parlamenti che, come quello italiano, accettano a scatola chiusa qualsiasi decisione della Nato sotto comando Usa, senza preoccuparsi delle sue implicazioni politico-militari ed economiche.

La Nato viene lanciata nello spazio sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dal Pentagono lo scorso agosto con lo scopo, dichiarato dal presidente Trump, di «assicurare che il dominio americano nello spazio non sia mai minacciato». Trump ha quindi annunciato la successiva costituzione della Forza Spaziale degli Stati Uniti, con il compito di «difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra». Russia e Cina accusano gli Usa di aprire così la via alla militarizzazione dello spazio, avvertendo di avere la capacità di rispondere. Tutto ciò accresce il pericolo di guerra nucleare.

Anche se non si conosce ancora il programma militare spaziale della Nato, una cosa è certa: esso sarà estremamente costoso. Al Summit Trump premerà sugli alleati europei perché portino la loro spesa militare al 2% o più del pil. Finora lo hanno fatto 8 paesi: Bulgaria (che l’ha portata al 3,25%, poco al di sotto del 3,42% degli Usa), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Romania, Lituania, Lettonia e Polonia. Gli altri, pur rimanendo al di sotto del 2%, sono impegnati ad aumentarla. Trainata dall’enorme spesa Usa – 730 miliardi di dollari nel 2019, oltre 10 volte quella russa – la spesa militare annua della Nato, secondo i dati ufficiali, supera i 1.000 miliardi di dollari. In realtà è più alta di quella indicata dalla Nato, poiché non comprende varie voci di carattere militare: ad esempio quella delle armi nucleari Usa, iscritta nel bilancio non del Pentagono ma del Dipartimento dell’Energia.

La spesa militare italiana, salita dal 13° all’11° posto mondiale, ammonta in termini reali a circa 25 miliardi di euro annui in aumento. Lo scorso giugno il governo Conte I vi ha aggiunto 7,2 miliardi di euro, forniti anche dal Ministero per lo sviluppo economico per l’acquisto di sistemi d’arma. In ottobre, nell’incontro col Segretario generale della Nato, il governo Conte II si è impegnato ad aumentarla stabilmente di circa 7 miliardi di euro annui a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019).

Al Summit di Londra saranno richiesti all’Italia altri miliardi in denaro pubblico per finanziare le operazioni militari della Nato nello spazio, mentre non si trovano i soldi per mantenere in sicurezza e ricostruire i viadotti che crollano.

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Raccolta fondi per la ricerca sul glifosato

Crowdfunding per la ricerca sul glifosato

Pesticidi. Un progetto pilota dell’Istituto Ramazzini ha dimostrato alterazioni del patrimonio genetico nei topi. Al via una raccolta di fondi per proseguire.
Un articolo di Emanuele Giordana pubblicato su Il Manifesto del 28.11.2019

Si scrive glifosato ma qualcuno ci legge cancro. È l’erbicida più famoso del mondo e la battaglia per sapere quanto è veramente dannoso è lunga come la storia di Bayer e Monsanto – che ne aveva il brevetto fino al 2001 – i due colossi che nel 2018 si sono fusi. Ora una nuova ricerca internazionale potrebbe dire l’ultima definitiva parola sui prodotti a base di glifosato (GBHs), di cui Roundup è il più famoso.

BAYER E MONSANTO SI SONO SPOSATE nel 2018. Il 7 giugno, giorno della fusione, le due multinazionali, ora uniproprietario Bayer, la vedevano così: «Oggi è un grande giorno per i nostri clienti… per i nostri azionisti… e per i consumatori e la società in generale, perché saremo ancora in una posizione migliore per aiutare gli agricoltori del mondo a coltivare alimenti più sani e convenienti in modo sostenibile». Il comunicato dice due cose sostanzialmente vere: un buon affare per gli azionisti di Monsanto, che si sono visti pagare 128 dollari per azione, e forse anche per gli agricoltori, visto che Monsanto e Bayer sono due colossi del settore agricolo e sanitario e che la fusione migliorerà certamente l’incidenza dei loro prodotti sui raccolti. Ma la terza affermazione lascia perplessi: i consumatori e la società in generale ne trarranno davvero un vantaggio? E gli alimenti saranno davvero più sani, convenienti e sostenibili? Cominciamo dai soldi. Bayer, intanto, quanto ci ha guadagnato?

IN SETTEMBRE L’AGENZIA TEDESCA DEUTSCHE WELLE sintetizzava così gli effetti dell’operazione sull’azienda farmaceutica tedesca fondata nel 1863 (100 mila dipendenti e 35 miliardi di euro di fatturato prima della fusione): «Un anno dopo l’acquisizione, la compagnia di Leverkusen – ora anche responsabile dei problemi legali del passato e delle migliaia di cause pendenti del colosso americano – fa i conti con l’immagine negativa di Monsanto… Roundup, un erbicida che contiene glifosato e che la Monsanto vende in tutto il mondo, è stato a lungo sospettato di provocare il cancro e un tribunale della California ha appena assegnato oltre due miliardi di dollari per danni a una coppia (è una delle migliaia di azioni legali che Monsanto deve affrontare in tribunale). L’anno scorso il prezzo delle azioni Bayer si è ridotto della metà… e nei prossimi anni verranno aboliti circa 12.000 posti di lavoro in tutto il mondo, gran parte dei quali in Germania…».

A parte tutte le considerazioni che si possono fare su Bayer e Monsanto – da tempo nel mirino degli ambientalisti – Roundup, prodotto di punta dell’azienda statunitense di biotecnologie agrarie (18 mila dipendenti e fatturato di oltre i 14 miliardi di dollari nel 2017), sembra essere il maggior problema. È un erbicida sistemico micidiale per le erbe infestanti ma che, come tutti i prodotti sistemici, che entrano cioè nel circolo vitale della pianta, è una pessima notizia per animali e insetti impollinatori. E per l’uomo? È cancerogeno, come ha sostenuto qualche sentenza o, se ben dosato, può essere tollerato senza problemi?

DOMANDA CHIAVE PERCHE’ IL GLIFOSATO è l’erbicida più usato della storia: 8,6 miliardi di chilogrammi di erbicidi a base di glifosato (GBHs) sono stati utilizzati nel mondo a partire dal 1974. Il suo uso è inoltre aumentato di 15 volte a partire dall’introduzione nel 1996 delle coltivazioni geneticamente modificate. Ma l’erbicida più usato in agricoltura si spruzza anche nelle piazzole stradali o nei cortili delle scuole.

ALCUNI STUDI PRELIMINARI SUI RATTI hanno dimostrato che l’esposizione a GBHs è associata a diversi effetti negativi come l’alterazione del patrimonio genetico durante il periodo dello sviluppo, in particolare prima della pubertà. Uno degli ultimi studi è stato realizzato dall’Istituto Ramazzini di Bologna in collaborazione con una rete di partner scientifici italiani e stranieri. Il costo del recente studio pilota (300 mila euro) è stato coperto dal Ramazzini raccogliendo donazioni dai soci della sua Cooperativa Sociale, Onlus che garantisce l’indipendenza dell’Istituto. Ma in questi mesi sta per partire lo studio che potrebbe dire l’ultima parola sull’incertezza che circonda il glifosato e i GBHs e che – dicono all’Istituto – «ha determinato incertezza politica, come dimostrato dal rinnovo limitato a 5 anni della licenza che è stato concesso nel novembre 2017 dall’Ue». Ci vogliono però 5 milioni di euro.

L’ISTITUTO RAMAZZINI, CON IL SOSTEGNO di altri istituti e università europee e americane, ha lanciato una campagna di crowdfunding per finanziare il più grande studio integrato a lungo termine sugli effetti dei GBHs. Servirà a confermare le prime evidenze emerse nello studio pilota e a fornire risposte definitive sui possibili effetti cronici causati sulla salute dei GBHs, inclusi gli effetti cancerogeni. L’Istituto, situato in un castello rinascimentale proprietà comunale a pochi chilometri da Bologna, ha oltre 40 anni di attività e ha studiato oltre 200 composti per dare base scientifica alle regole e ai limiti nel loro uso. Sono nomi noti: cloruro di vinile, benzene, formaldeide, tricloroetilene e il pesticida Mancozeb. Ci vorrà tempo per mettere la parola fine alle domande sul glifosato ma vale la pena di aspettare. Magari tenendo il prodotto in stand by.

BAYER/MONSANTO COMUNQUE DIFENDE Roundup a spada tratta: «Il glifosato – scrive il sito della Monsanto che rimanda a quello di Bayer – è uno degli erbicidi più studiati al mondo ed è soggetto a rigorosi test e supervisione da parte delle autorità di regolamentazione. Esiste un ampio corpus di ricerche sugli erbicidi a base di glifosato, tra cui oltre 800 studi scientifici e recensioni che confermano che il glifosato e i nostri prodotti a base di glifosato possono essere usati in sicurezza… l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), la US Environmental Protection Agency (EPA) degli Stati Uniti e altre autorità di regolamentazione di tutto il mondo hanno rivisto in modo completo e sistematico gli erbicidi a base di glifosato per oltre 40 anni e le loro conclusioni sostengono costantemente la loro sicurezza se usati secondo le istruzioni».

E il cancro? «L’EPA statunitense, l’EFSA e altre autorità di regolamentazione in Canada, Giappone, Australia, Corea e altrove hanno costantemente ribadito che i prodotti a base di glifosato possono essere utilizzati in sicurezza e che il glifosato non è cancerogeno…» e così «il panel congiunto FAO / OMS sui residui di pesticidi (JMPR)… Health Canada ha inoltre sostenuto che nessuna autorità di regolamentazione dei pesticidi al mondo considera il glifosato un rischio di cancro per l’uomo ai livelli ai quali sono attualmente esposti gli esseri umani». Bayer si dimentica però di citare lo Iarc (l’Agency for Research on Cancer dell’Oms, la più autorevole), che ha definito il glifosato nel 2015 «probabilmente cancerogeno per gli esseri umani».

IN ITALIA? ROUNDUP SBARCA NEL BELPAESE nel 1977, ma nel 2016 un decreto del ministero della Salute lo vieta prima del raccolto e nelle aree «frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie». La Regione Toscana intende vietarlo da fine 2021. Comprarlo comunque è facile e senza controlli. Basta andare su Amazon. La spedizione è gratuita. Anche in Toscana.


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