Le ragioni cattoliche in favore del comunismo

di Dean Dettloff (pubblicato sulla rivista dei Gesuiti americani)
 
“E’ quando i comunisti sono buoni che sono pericolosi”
 
È così che Dorothy Day comincia un articolo su America, pubblicato poco prima del lancio del Catholic Worker il Primo maggio del 1933. Contrariamente alle reazioni di molti cattolici del tempo, la Day tracciò un quadro comprensivo, sebbene critico, dei comunisti che aveva incontrato a New York, nell’epoca della depressione. Il suo profondo personalismo le aveva permesso di intravedere le storie umane attraverso la lotta ideologica; e, tuttavia, concluse che il cattolicesimo e il comunismo non solo erano incompatibili, ma anche reciproche minacce. Dal tempo della sua riflessione è passata un’intera Guerra fredda, e vale oggi la pena chiarire alcuni punti.

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La “generazione Greta” e l’antropocene: alcune riflessioni

Dal 20 al 27 settembre si tiene la climate action week, una settimana di manifestazioni per il clima che culminerà con lo sciopero globale del 27. Nell'articolo che segue, alcune riflessioni pubblicate il 16.09.2019 sul blog: militant-bolg.org.


  Come molti già sapranno il prossimo 23 settembre nel palazzo di vetro dell’ONU si celebrerà il Climate Action Summit. Il vertice, convocato dal segretario generale Antònio Guterres, chiude idealmente un anno che ha visto ritornare prepotentemente la questione del cambiamento climatico al centro del dibattito pubblico, e questo mentre le piazze delle capitali occidentali venivano riempite da folle di giovani e giovanissimi appartenenti a quella che è già stata ridefinita come la “generazione Greta”. Un fenomeno mediatico, prima ancora che sociale o culturale, quello dell’attivismo climatico, che nel giro di poche settimane è esploso fino a diventare mainstream. Per rendersene conto basterebbe leggersi la mole di tweets ecosensibili pubblicati dalle star hollywoodiane “progressiste”, che quasi quotidianamente dalle loro ville con piscina si dichiarano preoccupate per le sorti del pianeta, oppure soffermarsi sulle ormai innumerevoli operazioni di “greenwashing” messe in campo in questi mesi dagli esperti di marketing delle principali multinazionali. Per non parlare poi dei maldestri tentativi di cavalcare l’onda verde da parte della politica ufficiale nel tentativo di catturare qualche consenso e/o rifarsi una verginità elettorale.

Si pensi alle accuse (ipocrite) lanciate dai vari Macron o Trudeau a Bolsonaro durante l’emergenza incendi in Amazzonia, oppure, senza andare troppo lontano, alle comparsate nelle piazze di “Friday For Future” dei burocrati del PD. Qualche giorno fa perfino il principe Henry d’Inghilterra, dopo essere stato stigmatizzato pubblicamente per aver utilizzato un jet privato, si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per assicurare di “compensare sempre le sue emissioni di anidride carbonica”. Ormai quasi non si contano più le pubblicazioni in cui viene calcolata al milligrammo la nostra “impronta carbonica”. Sappiamo che se mangiamo una mela che non proviene dal nostro orto produciamo 150 grammi di CO2, che se facciamo 10 Km in macchina la nostra produzione sale a 3,23 Kg, mentre con l’autobus scenderebbe a 1,04 kg. Una sorta di feticismo molecolare per l’anidride carbonica che finisce, però, per spostare inevitabilmente l’attenzione dalla causa all’effetto. Come scrive puntualmente Paul Kingsnorth:

“La mia impressione è che il movimento ecologista abbia sabotato sé stesso coi numeri. La sua ostinata ossessione per il cambiamento climatico e la sua insistenza nel considerarlo una sfida ingegneristica e tecnologica guidata dall’immobile neutralità della scienza, l’ha portato in un ghetto da cui rischia di non uscire. All’interno del pensiero comune odierno, molti ecologisti passano il loro tempo discutendo cosa preferiscono tra centrali eoliche e canali ondogeni, energia nucleare o estrazione del carbone. Essi offrono considerevoli e convinte predizioni di cosa accadrà se facciamo o meno questo o quello, sulla base di sconvolgenti dati numerici, selettivamente scelti da questo o quello “studio”, come se il mondo fosse un gigantesco foglio di calcolo che ha solo bisogno di essere correttamente bilanciato.”

Prima di procedere oltre col nostro ragionamento occorre però sgomberare il campo da possibili equivoci o fraintendimenti. Non intendiamo assolutamente iscriverci qui alla lista dei relativisti o dei negazionisti climatici. Il surriscaldamento del pianeta è un fenomeno acclarato e scientificamente incontrovertibile i cui effetti, potenzialmente disastrosi per l’ecosistema-mondo, sono oggi sotto gli occhi di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Né tantomeno può essere negata l’urgenza di azione che quelle piazze, sia pur tra qualche ingenuità, giustamente esprimono. Ciò che proprio non ci convince, piuttosto, è l’individuazione delle cause del fenomeno che oggi sembrano prevalere all’interno del pensiero ecologista, anche quello radicale, e che indicano nella coppia carbone/vapore, ossia nel cosiddetto “capitalismo fossile” inaugurato con la rivoluzione industriale, l’alfa e l’omega di ogni male. Un approccio che si porta dietro un’ambiguità di fondo, ovvero che possa davvero esistere un altro capitalismo, magari “green” o “ecofriendly”, e che invece  di guardare ai rapporti di produzione rischia di soffermarsi fin troppo sugli “stili di vita”, sostenibili o inquinanti, e sui comportamenti individuali e/o collettivi. Come se preferire la doccia al bagno in vasca o il treno all’aereo bastasse di per sé a risolvere i problemi del riscaldamento planetario.

C’è un neologismo che in questi ultimi anni ha catturato sia l’attenzione accademica che quella del grande pubblico, e che a ben vedere racchiude in sè questa ambiguità interpretative, ed è quello di Antropocene. Ovvero, secondo la definizione che ne diede nel 2002 Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995), l’epoca geologica in cui viviamo. Quella in cui l’umanità diviene essa stessa una “forza geofisica” capace di trasformare il pianeta, modificandone il territorio e l’atmosfera, alterandone irreversibilmente l’equilibrio.

Tanto per fornire un’idea di massima sulla portata di queste trasformazioni: l’agricoltura e l’allevamento industriale, che sono oggi ritenuti responsabili del 25% delle emissioni di gas serra, consumano terreno fertile in misura cento volte superiore a quanto non ne venga ricostituito dai normali processi di decomposizione organica. Ciò significa che nel girò di 20 anni viene “consumato” uno strato di terreno fertile che necessita tra i 200 e i 1000 anni per essere ricostituito. Tra le varie interpretazioni che vengono date del concetto di Antropocene quella oggi dominante rintraccia le sue origini, e quindi quelle del mondo moderno, nell’Inghilterra del XIX secolo e nella sua rivoluzione industriale. Tanto che lo stesso Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu (l’IPCC) misura l’aumento del riscaldamento globale proprio a partire dall’era preindustriale.

Un primo elemento fuorviante di questo modello interpretativo è che già a livello semantico viene indicato nell’Anthropos la forza motrice di questo cambiamento epocale. Non nel Capitale, non nella società divisa in classi e nemmeno nell’imperialismo o nel colonialismo, ma nell’attività di un’umanità che si fa indistinta, astratta ed omogenea, e in cui le diseguaglianze, l’alienazione e la violenza dei rapporti di produzione scompaiono quasi completamente. La responsabilità del cambiamento globale viene così ascritta agli uomini e alle donne nel loro complesso e non alle forze del Capitale, agli Stati o agli imperi che hanno dato forma alla storia mondiale moderna. Da questa “interpretazione” della crisi ecologica ne discende inevitabilmente una prospettiva politica “umanista”, interclassista e cosmopolita, secondo cui per governare il problema del cambiamento ambientale l’umanità non dovrebbe far altro che mettere da parte le proprie divisioni e sedersi intorno ad un tavolo per affrontare razionalmente la questione. Come sostengono alcuni ambientalisti proprio la crisi ecologica permetterebbe infatti di ipotizzare che il genere umano, e non una delle classi in cui è diviso, possa finalmente diventare il “soggetto” della storia”. Del resto, ed è questo il sottotesto semplificante del loro ragionamento, di fronte ai cambiamenti climatici ci troviamo, come “specie”, tutti su una stessa barca su cui non esistono scialuppe di salvataggio: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. In questo modo, però, finiscono per essere occultate, in un colpo solo e quasi senza rendersene conto, non solo le cause reali delle trasformazioni ambientali, ma anche le diseguaglianze ecologiche che ne derivano e la differenzialità degli effetti. Come ricorda Razmig Keucheyan affrontando il tema del razzismo ambientale in un volume pubblicato recentemente dai tipi di Ombre Corte, nel 2005, quando l’uragano Katrina colpì New Orleans, oltre l’80% della città venne sommersa dall’acqua provocando oltre 2000 morti e più di un milione di sfollati. Ma la furia della natura non colpì tutti allo stesso modo, piuttosto si concentrò su anziani e neri, ovvero sulle fasce deboli della popolazione che vivevano nei quartieri poveri. A dimostrazione che su una nave se dormi in stiva o in una suite le cose cambiano, eccome.

L’altro aspetto fuorviante risiede poi nella periodizzazione storica che di fatto viene imposta attraverso questo modello interpretativo. Far partire l’Antropocene dal brevetto della macchina a vapore di James Watt nel 1782 significa fornire un’interpretazione astorica dell’industrializzazione, come se si trattasse di una sorta di Big Bang della modernità, e non invece il prodotto e la cristallizzazione di secoli di evoluzione del modo di produzione capitalistico. Spostare la lancetta dell’inizio dell’Antropocene sul XIX secolo piuttosto che sull’ascesa e la progressiva affermazione della civiltà capitalista significa spostare l’attenzione sulle conseguenze piuttosto che sui rapporti sociali che le determinano. Ma soprattutto significa dare la priorità alla dismissione delle macchine e delle miniere, o delle loro incarnazioni nel XXI secolo, piuttosto che a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico nel suo complesso. Come scrive Jason W. Moore:

“spegnere una centrale elettrica a carbone può rallentare il riscaldamento globale per un giorno, trasformare i rapporti sociali che sottendono la miniera di carbone può fermalo per sempre (…) Stiamo dunque vivendo davvero nell’Antropocene? Oppure stiamo vivendo, invece, nel Capitalocene, l’epoca storica plasmata dai rapporti che privilegiano l’infinita accumulazione del Capitale?”

Se si accetta l’idea che il cambiamento climatico e la crisi ecologica siano il prodotto dal capitalismo allora è poco probabile che unire la specie umana attorno a degli obiettivi comuni sia una condizione della soluzione di questa crisi. Questa, al contrario, richiede probabilmente la radicalizzazione degli antagonismi, vale a dire la radicalizzazione della critica (e della lotta) al capitalismo: la natura è un campo di battaglia (Kheuchyan, 2019).


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La terra brucia - intervista con Naomi Klein

Il 19 settembre uscirà per Feltrinelli Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima l'ultimo libro di Naomi Klein.
Alessia Rastelli intervista l’attivista canadese, pubblicata su La lettura inserto del Corriere della Sera del 15.09.2019.

  «La Terra brucia e non possiamo spegnere l’incendio con una pistola ad acqua. Dobbiamo agire in fretta con un piano globale, radicale. Già i prossimi undici anni saranno decisivi». Naomi Klein, l’attivista canadese che nel 2000 scrisse No Logo — il saggio nel quale denunciava lo strapotere delle multinazionali, divenuto manifesto del movimento no global — è impegnata da almeno un quindicennio a combattere la crisi ambientale e a sostenere la sua correlazione con il sistema economico.
A «la Lettura» parla in occasione dell’uscita del nuovo libro, Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima (Feltrinelli). Per spegnere l’incendio, scrive, è necessaria «una guerra a tutto campo», non solo all’inquinamento ma anche «alla povertà e al razzismo e al colonialismo e alla disperazione, tutto d’un colpo». Un Green New Deal, un piano verde che smantelli «un sistema economico basato sul consumo illimitato e sullo sfruttamento di individui e natura», contando sulla spinta dei movimenti dal basso e di una nuova generazione di politici.

Perché i prossimi undici anni saranno già determinanti?
«Non lo dico io ma un rapporto del 2018 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, l’Ipcc. Il 2030 è l’anno limite per tagliare la metà delle emissioni mondiali, poi si dovrà eliminarle del tutto entro il 2050. Solo così possiamo sperare di mantenere l’aumento del riscaldamento globale rispetto all’era pre-industriale sotto gli 1,5 °C. Abbiamo già riscaldato la Terra di un grado e questo ha portato l’Amazzonia al punto di non ritorno, ha provocato lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico e la morte della Grande barriera corallina, un cimitero subacqueo. Il pianeta è al collasso. Non possiamo andare oltre».
Come spiega allora l’atteggiamento negazionista di alcuni leader come Donald Trump e Jair Bolsonaro?
«Penso che in realtà credano nella scienza. Ma che si sentano al sicuro: confidano che il denaro li tutelerà dal cambiamento climatico. Inoltre sono imbevuti di una visione del mondo nella quale potere e ricchezza, soprattutto maschili, controllano il pianeta e la maggior parte dei suoi abitanti. La battaglia per il pianeta richiede un enorme investimento nella sfera pubblica e il divieto per le aziende di fare ciò che vogliono, che si tratti delle società di combustibili fossili a Houston, in Texas, o degli allevatori di bestiame in Brasile. Gruppi ai quali, invece, i due presidenti hanno fatto promesse. Ecco perché licenziano gli studiosi e chiudono i dipartimenti dedicati alla crisi ambientale: la lotta per la Terra non può coesistere con la loro visione del mondo. Ancora più inquietante è vedere leader progressisti che predicano l’ambientalismo e agiscono al contrario».
A chi si riferisce?
«Emmanuel Macron in Francia e il premier canadese Justin Trudeau, ad esempio, hanno criticato Bolsonaro sull’Amazzonia ma ricoprono di sovvenzioni i giganti degli idrocarburi. Il problema è che la crisi climatica pone una profonda sfida al progetto economico neoliberista. Così come al culto del “centrismo”, incarnato da Trudeau e da molti leader europei ed esponenti democratici americani.
“Siamo la via di mezzo tra gli estremismi, non facciamo nulla di troppo veloce e radicale”, rassicurano. Ma di fronte all’emergenza la risposta deve essere radicale. In linea, piuttosto, con il Green New Deal proposto negli Stati Uniti da Bernie Sanders, tra i candidati democratici alle primarie: investimenti per oltre 16 mila miliardi di dollari che servirebbero tra l’altro per le energie rinnovabili e per trasformare l’agricoltura, creando anche nuovi posti di lavoro».
In che cosa consiste esattamente il Green New Deal che lei stessa sostiene?
«La definizione s’ispira al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, al suo imponente pacchetto di misure per uscire dalla crisi del 1929. Del Green New Deal esistono però diverse versioni, sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove appunto i vari candidati democratici stanno elaborando le proprie. E già nel 2009 all’Onu la negoziatrice boliviana Angélica Navarro Llanos usò un altro paragone storico quando chiese “un Piano Marshall per la Terra”. L’idea sottesa a tutte queste iniziative è un programma mondiale che affronti l’emergenza climatica e la povertà allo stesso tempo, che cambi il sistema economico per combattere tutte le diseguaglianze, incluse quelle razziali e di genere. Le crisi planetarie, di tipo finanziario, umanitario, sociale, ecologico, sono interrelate e vanno affrontate in modo olistico. Il capitalismo moderno, fondato sul consumo illimitato, nacque d’altra parte già con gli africani strappati alla loro terra e con gli espropri alle popolazioni indigene: gli stessi individui divennero materia prima da sfruttare, così come le foreste, i fiumi, gli animali. Le fiamme dell’Amazzonia ci mostrano tuttavia che siamo interconnessi e vulnerabili. Un punto che uomini-bambini come Trump e Bolsonaro faticano forse ad accettare».
Quali provvedimenti andrebbero presi nel nuovo corso verde?
« Negli ul t i mi t re decenni, c i oè da quando hanno iniziato a incontrarsi con gli scienziati per discutere la riduzione delle emissioni, i governi sono stati condizionati dal neoliberismo. Le rinnovabili sono finite nelle mani di società private, con l’effetto di aumentare i costi dell’energia per la classe operaia mentre scendevano le tasse per i milionari. Rispetto al passato, il Green New Deal dice chiaramente che la nostra economia non aiuta la maggioranza dei cittadini, che dobbiamo creare occupazione e migliorare i servizi e che dobbiamo farlo riducendo drasticamente le emissioni e creando milioni di posti di lavoro “verdi”. Potremmo ad esempio finanziare del tutto l’assistenza sanitaria e fare in modo che si realizzi con basse emissioni».
Per i critici è una linea utopistica, che comporterebbe una spesa pubblica insostenibile.
«Va ridefinito il concetto stesso di ciò che è possibile. Certo si tratta di una trasformazione difficile, ma è l’unica opportunità di abitare il futuro. E definirà anche il modo in cui lo abiteremo. Il clima, ad esempio, è — e diventerà sempre più — una delle cause della migrazione di massa, che a sua volta viene usata dalla destra xenofoba per aumentare i consensi. Dunque sì, siamo di fronte a una sfida difficile, ma l’alternativa è terrificante. Il neoliberismo ci ha abituato all’idea che il cambiamento collettivo non sia possibile, ci ha imprigionato nell’eredità di Margaret Thatcher. Ma la storia ci viene appunto in soccorso: la mobilitazione durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando cambiarono la produzione nelle fabbriche, la coltivazione del cibo, le politiche degli aiuti, così come l’esperienza del New Deal, testimoniano che si può cambiare, e in fretta».

Naomi Klein nel 2000 interpretò le aspirazioni del movimento no global. Ora condivide con «la Lettura» i temi del suo impegno, affidati al nuovo libro: una rivoluzione verde, un «Green New Deal» tanto ambizioso quanto ineludibile.

«Abbiamo bisogno di leader e l’Europa non ha saputo darceli. Trump e Bolsonaro sono come dei bambini, Macron e Trudeau si dicono ambientalisti ma fanno il contrario. Non bisogna lasciare soli i ragazzi, si deve scioperare ovunque. Utopia? No, va ridefinito quel che è possibile»
Se abbiamo undici anni per dimezzare le emissioni, quanto le presidenziali americane del 2020 saranno cruciali anche per il futuro del pianeta?
«Saranno decisive. Ecco perché mi sono trasferita per tre anni negli Stati Uniti. Resterò fino al 2020 perché voglio fare il possibile per non far vincere Trump. Sono figlia di americani, potrò votare».
Chi è il suo candidato?
«La prima scelta è Bernie Sanders perché il suo Green New Deal è appunto il più ambizioso. Prevede anche di aiutare i Paesi in via di sviluppo a convertirsi all’energia verde e a combattere il cambiamento climatico, il che è pure un modo per non costringere a migrare chi non lo vorrebbe. Il contrario di Trump, che ha tagliato milioni di dollari in fondi all’America Centrale, inclusi quelli ai contadini colpiti dalla siccità. Anche Elizabeth Warren ha un piano verde, in ogni caso chiunque vinca le primarie democratiche va sostenuto. Incluso Joe Biden, pure lui un neoliberista del quale non sono una fan, ma che aiuterei comunque, sperando che poi un forte movimento dal basso lo spinga al Green New Deal».
Lei ha fiducia nei movimenti dal basso. Possono davvero cambiare le cose?
«Devono trovare un’espressione politica. Negli Stati Uniti c’è una donna, la più giovane mai eletta al Congresso, Alexandria Ocasio-Cortez: nata nel 1989, l’anno scorso ha preso le idee dei giovani nelle strade e le ha trasformate in una proposta di legge per un Green New Deal. Oggi quelle idee sono entrate nella maggioranza dei programmi dei candidati alle primarie democratiche. Il cambiamento può avvenire in fretta se c’è una vera leadership. Ocasio-Cortez non può partecipare alle presidenziali, servono 35 anni, ma ha rifiutato di seguire la linea del partito e ha ridisegnato la mappa politica a una velocità incredibile. Il cambiamento, inoltre, avviene pure a livello locale: le città possano fare da modello».
Oggi l’emergenza ambientale riempie le piazze. Effetto Greta Thunberg?
«Il principale motivo è che il mondo è in fiamme. L’Italia ha ospitato alcune tra le proteste più partecipate. Il prossimo passo è non lasciare soli i ragazzi, scioperare in fabbrica, nei porti, nei municipi».
L’Europa può giocare un ruolo nella lotta per il pianeta?
«Abbiamo bisogno della leadership dell’Europa, deve fare da modello, ma finora non è accaduto. Il vostro ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, incarnava piuttosto quella che io chiamo “barbarie climatica”: le ideologie tossiche che si scatenano a seguito dei flussi migratori, dovuti come abbiamo detto anche al clima. Di fronte a questo, Salvini e altre forze di destra pensano solo al proprio Paese e lasciano morire i più deboli. È ciò che accade nel Mediterraneo e lo stesso Trump si è ispirato a Salvini. Non credo che questa politica rispecchi il sentire della maggioranza degli italiani. Il vostro Paese ha bisogno della sua rivoluzione politica, del suo Bernie Sanders».
Nel libro lei riconosce il coraggio di Papa Francesco nel «rinfacciare ai governi l’indifferenza ecologica» ma non nasconde una certa delusione.
«Ho grande rispetto per il Pontefice, in ambiti come clima e migranti è l’unico leader globale. Ma il Vaticano non ha dato finora una risposta forte sugli abusi sessuali. La profonda crisi del nostro tempo va affrontata su tutti fronti».
A quasi vent’anni da «No Logo» la destra si è appropriata della critica alla globalizzazione. Che cosa è successo?
«In Europa e Nord America quel movimento ha iniziato a crollare dopo l’11 settembre, mentre l’agenda contro cui protestavamo è andata avanti. Anzi, la crisi finanziaria ha compromesso ancora di più la sicurezza economica. Il punto non è che le nostre idee vengano usate dalla destra, ma che il centrosinistra non abbia saputo dare risposte. Si è creato un vuoto e lì si è inserita la destra».
La Rete è utile nella battaglia per la Terra?
«Perdiamo tempo prezioso a guardare i social, eccellenti per trovarsi rapidamente ma pessimi per capire che cosa fare dopo. I giovani che scioperano li usano mapo i fanno bene a vedersi faccia a faccia, a radunare i loro corpi. Meglio cercare un meccanismo democratico per prendere decisioni insieme che usare algoritmi programmati per scatenare invidia e rabbia. La crisi climatica smaschera ancora di più la crisi tecnologica».
Se tutto è in crisi, c’è speranza?
«Si conquista con il lavoro. Bisogna meritarsela. E tutti dobbiamo impegnarci, perché la posta in gioco è altissima».


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