Non siamo tutti sulla stessa barca

Vi invitiamo alla lettura dell'articolo di Vincenzo Forino, militante di Stop Biocidio e responsabile campano dell’organizzazione A Sud Onlus e del Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali (Cdca).
L'articolo è stato pubblicato su Jacobin Italia, il 20 dicembre 2019.

Il 10% delle persone più ricche al mondo è responsabile del 50% delle emissioni climalteranti mentre il 50% più povero è responsabile soltanto del 10%. Chi ha inquinato deve pagare.


« Siamo tutti sulla stessa barca, e senza scialuppe di salvataggio».
«Non esiste un pianeta B pertanto dobbiamo lavorare tutti insieme per salvare il nostro di pianeta».
«Siamo tutti responsabili delle devastazioni ambientali e dei cambiamenti climatici perciò ognuno deve fare la propria parte».

Quante volte abbiamo letto e ascoltato queste affermazioni apparentemente innocue? A un primo sguardo sembrano giusti argomenti, la base per creare un movimento ecologista ampio e trasversale dal quale far partire il cambiamento. Si tratta invece di narrazioni tossiche, volte a convincere l’opinione pubblica che tutte e tutti abbiamo le medesime responsabilità, come se non ci fosse differenza tra un operaio che lavora all’ex Ilva di Taranto e chi trae profitto dal suo lavoro. O come se tutte e tutti potessero ricevere lo stesso tipo di cure mediche – basta guardare Parasite, il nuovo film di Bong Joon-ho vincitore della Palma d’Oro 2019, per capire che non è così.

La volontà politica, per altro neanche troppo celata, è quella di individualizzare le responsabilità. Di convincerci che l’unico modo per cambiare il sistema sia quello di apportare dei cambiamenti nei nostri stili di vita. Questa logica è rappresentata perfettamente dalle dichiarazioni del 2017 dell’allora Ministra della Salute Lorenzin, quando affermò che «in Terra dei Fuochi si muore di più perché vengono condotti cattivi stili di vita». Cioè a dire che se i campani si ammalano di patologie tumorali, anche rare, più che in altre regioni d’Italia è perché non fanno jogging, mangiano troppo ragù, troppe fritture di pesce.

Un’uscita del genere può sembrare dettata esclusivamente da ignoranza e inettitudine, ma il tentativo è far passare l’idea che non esista un nesso di causalità tra devastazione ambientale e incremento di patologie tumorali, e quello di portare la discussione da un piano collettivo, e quindi politico, a uno individuale. Smarcandosi così da ogni responsabilità istituzionale e dal conseguente onere di soluzione. Non avremmo bisogno dunque di mappature delle criticità ambientali, di bonifiche dei territori devastati, di una sanità gratuita che funzioni, ma di metterci a dieta.

Il movimento ambientalista degli anni Settanta e il pensiero green hanno risentito notevolmente di questo racconto dominante. Di fatto hanno incentrato il proprio discorso politico su concetti come l’impronta ecologica e la riduzione degli sprechi, subordinando (o addirittura accantonando) la necessità di costruire un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista.

Non è un caso dunque se questa era geologica sia stata definita «antropocene». O meglio non è un caso che tale definizione scientifica venga utilizzata politicamente per creare un immaginario che giustifichi il fatto che coloro che si propongono  di risolvere i problemi sistemici connessi all’attuale modello di sviluppo siano gli stessi che li hanno creati, e che lo facciano con gli stessi strumenti che il modello capitalista mette a disposizione così da ricavare profitto anche dalle devastazioni ambientali.

Questo piano del discorso va rifiutato, contrastato, sovvertito. Il concetto di antropocene va sostituito con quello di «capitalocene», come suggerito da Jason Moore, per evidenziare che non è l’uomo in quanto tale ad aver portato la specie umana sull’orlo dell’estinzione ma che la responsabilità è del capitale, di chi detiene i mezzi di produzione.

Non è vero, dunque, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca, e se è vero che non esiste un pianeta B è anche vero che non siamo tutte e tutti responsabili nella stessa misura né subiamo tutte e tutti le stesse conseguenze di biocidio e mutamenti climatici. I responsabili sono coloro che per decenni si sono arricchiti e hanno acquisito sempre maggiore potere speculando, devastando, depredando interi ecosistemi. Il responsabile è chi mette a profitto la natura togliendola con la forza alla proprietà collettiva. Il responsabile è il maschio bianco, cristiano, borghese, occidentale che per secoli ha soggiogato, colonizzato e stuprato luoghi e corpi.

In un testo del 2014 che si intitola La Natura è un Campo di Battaglia il sociologo svizzero Razmig Keucheyan dimostra, tra le altre cose, l’esistenza di un diffuso razzismo ambientale, e cioè di come per decenni negli Stati uniti l’impiantistica legata al ciclo dei rifiuti (discariche, inceneritori ecc.) sia stata installata sempre in territori con forti privazioni socio-economiche, dove vivono per lo più comunità di nativi, ispanici e afroamericani.

Un’indagine Oxfam del 2015 sulle disuguaglianze climatiche dimostra come il 10% delle persone più ricche al mondo sia responsabile del 50% delle emissioni climalteranti e viceversa il 50% più povero sia responsabile soltanto del 10% delle emissioni. Inoltre evidenzia come siano le donne dei Sud del mondo a subire maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici dal momento che sono loro a occuparsi, la maggior parte delle volte, dell’approvvigionamento idrico e dell’agricoltura.

Infine va citato Sentieri, uno studio condotto dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità (a dimostrazione del fatto che finalmente anche le istituzioni riconoscono le conseguenze delle devastazioni ambientali) nel quale viene palesato come nei Sin (i siti di interesse strategico nazionale per le bonifiche) una fetta di territorio della penisola, tra le più povere, che coinvolge 320 Comuni per un totale di 6 milioni di persone, ci sia un incremento esponenziale di diverse patologie tumorali e di conseguente mortalità.

Questi tre testi dimostrano due aspetti fondamentali: il primo è che il biocidio e i mutamenti climatici sono una questione di classe, di genere e di etnia; il secondo è che il modello di oppressione del sistema capitalista è assolutamente interconnesso, pertanto è necessario rispondere attraverso una lotta che sia davvero intersezionale, provando a costruire dei percorsi condivisi che siano sintesi delle varie istanze della Rete 23M, quella cioè dei comitati contro le devastazioni ambientali e le grandi opere inutili, di Non Una di Meno, di Fridays For Future e di Extinction Rebellion. E che non siano banalmente la somma di esse.

Una delle rivendicazioni storiche dei comitati campani che nel 2013, durante la mobilitazione di Fiume in Piena, si sono uniti nella Rete Stop Biocidio è «chi ha inquinato deve pagare», dunque per contrastare la favola autoassolutoria secondo la quale avremmo tutte e tutti le stesse responsabilità è necessario, innanzitutto, indicare chiaramente chi sono i veri responsabili, quale sia la controparte politica che deve essere costretta, attraverso l’acquisizione di un sempre maggiore potere contrattuale, a pagare per rimettere in sesto il nostro pianeta. Così come i profitti sono di pochi, devono esserlo anche gli oneri.

Non è un caso, infatti, che Stop Biocidio nella piattaforma rivendicativa consegnata al Ministro dell’ambiente Sergio Costa inserisca la necessità di «far pagare la messa in sicurezza e le bonifiche attraverso la costituzione di un megafund di risorse alimentato da associazioni imprenditoriali, dalle imprese che hanno inquinato e dai beni confiscati alle organizzazioni criminali, affinché non siano i cittadini a pagarne il costo in termini di salute, ambiente ed economici». Cioè a dire: imprenditori ed ecomafie hanno inquinato e quindi è con i loro profitti che deve essere risanata la nostra terra.

A tal proposito già esistono alcune esperienze di costruzione di saperi dal basso e di contronarrazione, che vanno replicati ovunque possibile, messi in campo da A Sud Onlus, assieme ai comitati: il primo di questi è l’Atlante dei Conflitti Ambientali, una piattaforma web georeferenziata di mappatura partecipata, grazie alla quale è possibile innanzitutto avere una visione di insieme di quelli che sono i conflitti ambientali in Italia (e nel mondo). Inoltre è funzionale alla messa in rete dei comitati territoriali che alimentano tali conflitti, e utile ad acquisire consapevolezza di quali siano le imprese che devastano i territori in cui vanno a operare per ragioni legate al profitto.

Il secondo è Veritas, un progetto di monitoraggio sanitario indipendente, incentrato sull’analisi del sangue dei malati oncologici della Terra dei Fuochi, che ha l’ambizione di porre le basi per la dimostrazione del nesso di causalità tra salute e contaminazione ambientale. Tale progetto è stato realizzato assieme alla Rete di Cittadinanza e Comunità e grazie al partenariato scientifico dello Sbarro Health Institute of Philadelphia, ed è un importante elemento di confutazione di tutte le argomentazioni volte a sminuire la gravità delle condizioni ambientali in cui alcuni territori campani versano e degli enormi rischi sanitari, argomentazioni che i negazionisti del biocidio ancora agitano, tra tutti il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Infine Giudizio Universale è una campagna sostenuta da numerosi comitati, movimenti e cittadine e cittadini nata per dare gambe a una causa contro lo Stato italiano, che verrà depositata a inizio 2020, il quale non avrebbe tutelato i diritti umani dal momento che non ha contrastato i mutamenti climatici attraverso atti legislativi concreti. Questa causa prova a mettere le cose in chiaro sulle responsabilità di ciò che accade al nostro pianeta e, nel caso specifico, al nostro paese non soltanto indicando lo Stato italiano come uno dei corresponsabili dei cambiamenti climatici (e quindi non tutta l’umanità in quanto tale) ma ponendo le condizioni per far sì che «chi ha inquinato paghi» e chi doveva agire e non ha agito ne subisca le conseguenze.

Il percorso di lotta del movimento ecologista dovrebbe focalizzarsi sul mantenimento di una mobilitazione continuativa e radicale e, contemporaneamente, sulla costruzione di alternative dal basso volte a strutturare un’opposizione sociale in un Paese in cui non esistono governi amici ma neppure opposizioni amiche. Riappropriarsi dei propri territori, praticando umanità nei luoghi vissuti quotidianamente, prendendosi cura delle proprie comunità, smontando un pezzo alla volta, svitando un bullone alla volta. Sostituendo, riempiendo. Finché il grande marchingegno capitalista non avrà più sostegni solidi e inevitabilmente crollerà.

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Il pensiero e l’impegno di Giorgio Nebbia

L'omaggio di Pier Paolo Poggio in onore di Giorgio Nebbia, pubblicato sul n. 2 della Rvista on-line: “Altraparola


 Giorgio Nebbia è stato l’animatore della rivista Altronovecento , nata su suo impulso, con una fisionomia volutamente eclettica, con prevalente ma non esclusiva vocazione divulgativa, sorretta dalle sue scelte e convincimenti, impostazione e lavoro. Così il mescolare l’alto e il basso, la scienza con le tecniche, la critica con la curiosità per qualsivoglia scoperta, racconto, vicenda riguardanti l’uomo e l’ambiente, ogni forma di vita, tutto ciò che agita il piccolo pianeta, la navicella spaziale, per usare un’immagine a cui era affezionato, proiettata verso l’ignoto.

Pur con tutti i limiti tenteremo di continuare l’intrapresa voluta da Giorgio, anche se, senza la sua energia e la rete di contatti che animava, non sarà facile. La sua scelta teorica e politica di fondo, centrata sull’indagine in chiave storica della questione ambientale, esito maggiore e ad ora non padroneggiabile dell’industrializzazione, è ribadita attraverso il nucleo più consistente di contributi comparsi in Altronovecento, che si soffermano sulle varie coniugazioni e ricadute del concetto di ecologia, anche quando tale termine non viene usato, e però sono evidenti le connessioni sia con le matrici teoriche della riflessione e conoscenza della natura sia con i risvolti politici delle condizioni di lavoro, di costruzione degli spazi urbani e delle forme di agricoltura.

Non manca chi ritiene il dibattito intellettuale e le scelte pratiche originate dalla questione ambientale o ecologica un episodio del passato – e non penso alle patetiche liquidazioni  in nome delle magnifiche sorti progressive-, un’occasione perduta per sempre.  Richiamo queste posizioni perché Giorgio Nebbia conveniva sul fatto che tra gli anni 60 e 70 del secolo scorso c’era stata una “primavera dell’ecologia” e che per un breve giro d’anni fu possibile tradurre gli esiti e gli avvertimenti della ricerca non asservita in azione politica e, ancor prima culturale, realizzando, come auspicato da Alex Langer, una conversione ecologica della società. Nulla di tutto ciò avvenne, semmai l’opposto, e però Giorgio era lontano dal pessimismo radicale di un Guido Ceronetti, per citare un intellettuale, che, tra i pochi in Italia, aveva capito la portata di un passaggio d’epoca.  La tesi di Ceronetti è precisamente che la svolta risalga agli anni 70, la breccia che si era aperta viene rapidamente richiusa, e la possibilità perduta; lo fa con un richiamo a Cornelius Castoriadis, teorico della politica mai entrato nell’italico pantheon degli intellettuali di riferimento, interprete tra i più acuti del Sessantotto. Scrive Ceronetti: «Oggi, come Alce Nero dalla collina solitaria, posso vederlo chiaramente, senza vani progetti di frustrazione, quello che fu il decennio delle Termopili ecologiche,  ed è bello esserci stati e aver perso. Capito no, non ancora. Quando scrisse nel 1995 che la questione ecologica era la prima, la più profonda e importante che l’umanità contemporanea aveva davanti a sé, Cornelius Castoriadis, uno dei grandi pensatori del secolo, aveva già l’orologio in ritardo: venti anni prima una svolta (però enorme, di tipo messianico) era ancora possibile. Con questo piatto razionalismo tecnologico verde come bagaglio siamo soltanto ad una stazione dove non passano più treni» (in La Repubblica, 26.02.2007, poi in Carte vive, dicembre 2017, p. 107).

La visione di Ceronetti è espressione della riattivazione del filone apocalittico di fronte all’illimitatezza della Tecnologia. Un nodo cruciale ci pare essere la  potenzialità distruttiva dell’uomo rispetto alla natura, ovvero rovesciando di segno e di valore lo stesso fenomeno, la capacità dell’uomo di costruire un ambiente puramente artificiale, tecnologico. In entrambi i casi: distruzione pura e semplice oppure artificialismo totale, si pecca di antropocentrismo acritico, facendo dell’uomo, secondo tradizione, la misura di tutte le cose, Tanto per il singolo individuo che per le collettività vale l’invito a tornare a Leopardi per mantenere o riconquistare un minimo di sobrietà.

In grande maggioranza sia i pensatori che le persone comuni, per non dire politici e giornalisti, sono in estasi di fronte alla Tecnologia, di cui parlano molto, anzi al netto di ciò che è pura routine, le innovazioni tecnologiche nei più diversi ambiti sono l’argomento principale, il contenuto esplicito o sotteso di ogni scambio – sicuramente nell’universo maschile –, con netta prevalenza di giudizi entusiastici. Esattamente l’opposto vale per l’Ecologia, con forte prevalenza di giudizi liquidatori – specie nella fascia adulta maschile, la base elettorale di Trump e assimilabili. Il concetto base è che le ragioni dell’industria non possono che prevalere su utopie vaghe o irrealizzabili. Perché abbandonare la vecchia strada che sancisce i rapporti di forza tra gli Stati e nelle varie forme di vita sociale – a partire dalla famiglia – per un cambiamento rischioso e destabilizzante ? Ci sono problemi veri, non quelli inventati dagli ambientalisti, la Tecnologia li risolverà.

La Tecnologia è l’alfa e l’omega, l’unica vera religione degli uomini contemporanei, decide del bene e del male, della vita e della morte. Il pensiero critico novecentesco si è ripetutamente confrontato con tali argomentazioni e atti di fede. Uno dei percorsi più rigorosi e senza speranze è quello tracciato da Gunther Anders, sollecitato da manifestazioni distruttive estreme come la bomba atomica e i campi di sterminio. La visione di Anders sfocia nella radicale asimmetria uomo – macchina e inadeguatezza antropologica della specie umana. Il giudizio di valore è ribaltato ma l’assolutezza della Tecnologia, in forme disumane, permane.

È necessario esplorare altre strade. Alcune molto concrete e di grande fascino intellettuale le suggerisce Luciano Gallino in un libro del 2007 da leggere o rileggere, Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni comuni (Einaudi). Il tema più interessante che esplora è quello del Nichtwissen, vale a dire del non sapere nel cuore stesso dell’ambiente tecnico-scientifico:

«L’ignoranza tecnico-scientifica, che propongo di chiamare per brevità tecno-ignoranza, designa ciò che gli addetti ai lavori – ricercatori, scienziati, tecnici, esperti – per primi non sanno, al meglio delle loro collettive conoscenze professionali; non già quella del pubblico che ignora, o si suppone ignori, quasi tutto di tecnologia e di scienza. Si riferisce a due grandi aree: l’area in cui i tecno-esperti non sanno nemmeno che cosa non conoscono (ignoranza a-specifica), e l’area in cui essi posseggono invece una nozione, pur vaga, di quel che non si conosce (ignoranza specifica). Ambedue queste aree di ignoranza abbracciano tanto il passato – il caso in cui quel che non si conosce è già accaduto – quanto il futuro; in questo caso quel che non si conosce deve ancora accadere.” (p. 8). “Il velo di ignoranza sotto il quale gli esperti operano non consente loro di formulare nemmeno domande appropriate circa le conseguenze che potrebbero già essersi verificate in passato, ma che non si sanno dove cercare, o quelle che potrebbero verificarsi in futuro» (p. 10).

Le analisi e l’approccio di Gallino ci riportano coi piedi per terra, sia dal lato delle tecnica che dell’uomo. Quanto alle donne è innegabile che sono riuscite a incrinare il modello maschile, il loro apporto potrà essere risolutore ma è una transizione enorme in tempi brevi, ferocemente contrastata. Il conflitto senza mediazione tra Ecologia e Tecnologia (a cui si può assimilare l’Economia) è tra limite e illimitato. Nel caso del singolo individuo il limite è inaggirabile, per superarlo o fronteggiarlo sono state create le religioni, un’altra dimensione del reale. Nel tempo storico, qui e ora, egli oscilla tra limite (Ecologia) e illimitato (Tecnologia).

Avendo evocato l’antropocentrismo è opportuno un cenno al tema, ultimamente sotto i riflettori, dell’ Antropocene, anche avendo presenti alcuni scambi di opinioni con Giorgio Nebbia. Nel 2000 il chimico olandese Paul Crutzen e il biologo statunitense Eugene Stormer hanno resa popolare la proposta di introdurre una nuova era geologica, l’Antropocene appunto, caratterizzata dalla rapida modificazione di ogni aspetto dell’ambiente planetario, dal suolo al clima, alla distruzione e trasformazione delle forme viventi, con spinte in direzione extraterrestre. È la descrizione sintetica di un dato di fatto, anche se la periodizzazione – la data d’inizio – resta controversa. Ma se l’attività umana, con tutte le specificazioni necessarie, a partire dalla generalizzazione dell’economia capitalistica, ha creato la Tecnologia, inaugurando una nuova era geologica, come opporsi ad un tale salto di scala nel tempo storico oltre che in quello personale ? E, ancor prima, perché opporsi ? Contro una nuova era geologica ?!

Al G20 di Osaka il 28-29 giugno scorso, il presidente del più potente e tecnologicamente avanzato Stato del mondo, seppure isolato nel suo oltranzismo, ha respinto ogni accordo sul clima, rivendicando la leadership mondiale degli Stati e popoli, che di fare una qualsiasi autocritica sulla ben collaudata via dello sviluppo, costi e guadagni inclusi, non ci pensano nemmeno. Siamo quindi in presenza di una radicalizzazione delle posizioni, forse anche ad una chiarificazione dei termini essenziali, rispetto a cui l’Europa può svolgere un ruolo, nonostante lo stato confusionale in cui versa, la crisi di identità culturale e politica che la sta scuotendo. Situare l’Europa nel mondo e l’uomo di fronte a ciò che ha costruito : la tecnica, sono i due punti nodali su cui ha offerto contributi illuminanti Romano Guardini (1885-1968) principale ispiratore della “Laudato sì” di papa Francesco.

L’Europa, abbandonato l’eurocentrismo, ha un senso, una missione si sarebbe detto: prefigurare l’avvenuta unificazione del mondo, il compimento dell’Oikouméne, in cui ogni popolo e ogni cultura possono coesistere e cooperare – piuttosto che distruggersi reciprocamente. «Prima – senza essere sfiorata dal minimo dubbio – l’Europa considerava la propria cultura come misura in base alla quale valutare e criticare tutte le altre. Ora essa è già arrivata ad accettare critiche formulate dall’Asia e dall’America, poiché sente che sono giustificate. Il tempo del puro europeismo è passato. In tutti i campi, sia in quello artistico che in quello sociale e religioso, proviamo una singolare incertezza. La sicura compiacenza di sé dell’uomo europeo è scossa. Si è destata per contro la coscienza di sé dell’orientale. La coscienza e l’opera di ogni singolo popolo sono esaminate e giudicate alla luce di una critica fondata sulla coscienza del mondo intero».

Non meno puntuali e strettamente collegate sono le riflessioni di Guardini sul rapporto uomo – tecnica, in cui da filosofo e teologo anticipa in qualche modo i temi analizzati da Gallino, a partire dai percorsi della Tecnologia: “Queste vie corrono nell’oscurità, questo lavorio avviene nell’incoscienza; spesso va avanti senza una regola apparente, va «come vuole». Cosa accadrà quando prenderemo bruscamente coscienza delle formule razionali, quando ci troveremo davanti al prevalere degli imperativi della tecnica ? La vita, ormai, è inquadrata in un sistema di macchine, Essa si difende, aspira all’aria  libera e cerca un rifugio al sicuro. Ma che giovamento trae da questa lotta ? In un tale sistema la vita può rimanere vivente ?».

«Procedendo per investigazioni razionali, la conoscenza moderna scopre le leggi e le formule degli avvenimenti: essa le converte in tecnica,  in apparecchi, in metodi;  e mentre l’uomo perde tutti i legami interiori che gli procuravano un senso organico della misura e delle forme di espressione in armonia con la natura, mentre nel suo essere interiore egli è divenuto senza contorni, senza misura, senza direzione, egli stabilisce arbitrariamente i suoi fini e costringe le forze della natura, da lui dominate, ad attuarli».  E ancora «ho l’impressione che il nostro patrimonio sia stato preso tra gli ingranaggi di una macchina mostruosa, capace di triturare tutto (…) Tutto è costruito partendo dall’uomo e perciò tutto è assolutamente umano. E tutto trae origine da un’ unione con la natura e perciò è così profondamente naturale. Ma questo appunto è ciò che va perdendosi».

Questi passi di Romano Guardini sono tratti da Lettere dal lago di Como. La tecnica e l’uomo nell’edizione pubblicata da Morcelliana nel 1993, al centro del contributo di Francesco Miano “Il tempo come compito” in Agalma n. 37, aprile 2019, di cui riporto la conclusione: «Guardini aveva già intravisto le forme nuove che andava assumendo il compito del pensiero nel volgere vorticoso dei tempi: sostenere la responsabilità dell’uomo, nella concretezza del tempo, per non perdere completamente se stessi, per non consegnare totalmente l’umano al non-umano» (p. 100). I termini essenziali delle questioni, nel caos del presente, sono piuttosto chiari. Poter contare su punti fermi è un’indispensabile aiuto; si possono trovare in tempi e contesti del tutto diversi, con lo stimolo dell’esempio di Giorgio Nebbia continueremo a cercarli.



Pier Paolo Poggio (1944), è stato fino al '90 consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli di Milano per la sezione russa. Dagli anni '70 si è occupato contnuativamente di organizzazione delle fonti per lo studio dell'età contemporanea e di archeologia industriale. E' responsabile scientifico della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia.

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"Ilva a denti stretti" - Un documentario da vedere

E' visibile su YouTube: Ilva a denti stretti, il film-documentario del regista e giornalista Stefano Maria Bianchi sulla tragedia ambientale di Taranto, andato in onda su Rai2 il 7 novembre 2019. Un film a più voci, su una città e i suoi abitanti, realizzato con il rigore del doc di inchiesta e la forza drammatica della “presa diretta” che entra senza filtri nelle vite dei protagonisti. A tenere insieme il racconto, la storia di Chiara, 4 anni, del quartiere Paolo VI, uno dei due quartieri popolari più vicini al siderurgico: è la paziente numero zero del reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Taranto. Da lei partiranno le statistiche future dell’oncologia infantile a Taranto.

Dura un’ora, ma bastano i primi 4 minuti per capire che siamo di fronte a qualcosa che farà male, che colpirà sotto la cintura del linguaggio accomodato e concordato dell’informazione mainstream.



L’infernale visione della Fabbrica di notte, con i camini che scaricano morte dai camini, sottolineata dalle musiche delle processioni della settimana santa: perché Taranto è prigioniera in un eterno venerdì santo, nel quale, come la Madonna in cerca del figlio, cerca invano una speranza vagando di strada in strada. Dalla processione a Floriano Dandolo, il padre di Chiara, una bambina di 4 anni che lotta contro una leucemia linfoblastica di tipo T. Dalla tragedia di Chiara a quella delle mamme di Taranto in corteo, aperto dalle foto dei figli morti, ciascuna accompagnata dalla scritta “Io dovevo vivere”, e seguito dalle croci bianche. E di seguito, scorie e rifiuti, sbuffi di fumo che fuoriescono dai fanghi di produzione accanto ai campi di grano. Il chimico già responsabile di laboratorio all’Ilva che spiega come il controllo e monitoraggio farlocco continui pari pari con Arcelor Mittal, e racconta del benzoapirene presente nelle falde acquifere ben oltre il limite consentito. Il maquillage della copertura dei parchi minerari fatto senza bonificare il terreno, e anzi scavando per porre le fondamenta delle coperture, senza che si sappia dove sono finiti i materiali di scavo inquinati. Il camino E 312 privo degli elettrofiltri. Le coltivazioni di cozze nel primo seno del Mar Piccolo che non dovrebbero più esserci e invece sono ancora lì. La voce di don Diana: per amore del mio popolo non tacerò.

Estratto dell'articolo di Girolamo De Michele, pubblicato su il manifesto del 15 novembre 2019.



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