Cile: dichiarazione del Partito Comunista de Chile

( fonte pcchile.cl)
Questo 23 ottobre, in manifestazioni e proteste di massa, centinaia e centinaia di migliaia di cileni in tutto il paese e all'estero, hanno espresso il loro legittimo malcontento e hanno respinto la repressione e le briciole che il governo di Piñera ha annunciato alcune ore prima.

Queste sono manifestazioni senza precedenti negli ultimi decenni e forse senza precedenti nell'ultimo ciclo storico del Cile.

Milioni di persone si sono mobilitate pacificamente per diversi giorni e tutto indica che le proteste e il malcontento non si fermano. Crescono

Il Cile esige e chiede cambiamenti adesso. E non misure cosmetiche.

Salutiamo e sosteniamo la chiamata fatta dalla TAVOLO  DELL'UNITÀ SOCIALE a uno sciopero generale che continua domani giovedì. La giornata odierna è stata la massiccia risposta al pacchetto di misure annunciato da Piñera e che non ha avuto eco in pubblico.

Riteniamo che i partiti politici che devono veramente ascoltare il popolo debbano sostenere questo spazio ampio, democratico e plurale di movimenti e organizzazioni sociali.

L'unico spazio per un dialogo legittimo e democratico è quello che considera, a parità di condizioni, la TAVOLO  DELL'UNITÀ SOCIALE. Il governo deve porre fine all'esclusione che cerca di imporre.

Fino ad oggi, il governo ha escluso ed emarginato il mondo sociale e popolare. È giunto il momento per me di ascoltare davvero le maggioranze nazionali.

Il Cile respinge i tentativi di imporre accordi cupolari; esclusiva; settaria; che cercano di imporre misure cosmetiche e antipopolari.

Da parte nostra, riteniamo che le richieste concrete e urgenti che devono essere considerate siano le seguenti:

Nuovo sistema pensionistico che garantisce la piena dignità. Niente più AFP.

Salari dignitosi, che superano la soglia di povertà e che rientrano nel quadro di 40 ore settimanali, non 45 come il governo cerca di imporre.

Nuova costituzione politica, tramite assemblea costituente.

Congelamento delle bollette che favoriscono solo i più ricchi, come la riforma fiscale; delle pensioni; e le leggi sul lavoro.

Nuovo sistema parlamentare, unicamerale, migliorare la pluralità e la rappresentanza dei cittadini, con stipendi a livello del sistema dei funzionari pubblici.

Termina ora allo stato di emergenza. Fine della repressione criminale, i reclami relativi alle violazioni dei diritti umani devono essere chiariti. Grave indagine sulle azioni repressive e presenza in Cile, con estrema urgenza, di organizzazioni e osservatori internazionali per la difesa dei diritti umani delle Nazioni Unite.

Piñera deve rispondere. Lui e il suo governo sono responsabili di questa crisi. Promuoviamo un'accusa costituzionale per grave abbandono dello stato giusto, con gravi conseguenze per la società e la democrazia.

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Articolo nove, che cos'è?

Stampa e social network hanno diffuso recentemente gli allarmanti dati Istat riguardanti: infortuni e morti per causa e nei luoghi di lavoro dal 1° gennaio al 31 agosto. Più di 700 decessi nei primi mesi dell'anno, con 416.894 denunce d’infortunio. Di questa vera e propria campagna di guerra, il Nordest detiene il non invidiabile primato delle circa 133.000 denunce d’infortunio finora accumulate. Ma va ricordato che i dati Istat non comprendono le malattie professionali né le morbilità da esposizione a sostanze nocive dagli esiti spesso fatali. A questi, dedica l'attenzione ARTICOLO NOVE Esperienze di medicina del lavoro a Nordest, un'opera meritoria coordinata da Alfio Boschiero, protagonista del sindacalismo veneto e studioso di problemi del lavoro  e Gilda Zazzara esperta studiosa di storia del lavoro.

 
L’articolo nove dello Statuto dei lavoratori
sancisce il diritto di chi lavora a controllare e intervenire in prima persona sul proprio ambiente quotidiano, a tutela di salute e sicurezza. Quella norma raccoglieva e rilanciava esperienze di medicina del lavoro partecipata tra operai, medici e sindacalisti, nate dal basso e praticate tra conflitti durissimi con le direzioni aziendali.

ARTICOLO NOVE Esperienze di medicina del lavoro a Nordest è la parte monografica del n. 56 (1/2019) della rivista «Venetica», pubblicata recentemente da Edizioni Cierre, che riunisce testimonianze dirette e interviste ad alcune delle persone che diedero corpo a questo nuovo diritto in Veneto e Friuli Venezia Giulia, tra grandi e piccole fabbriche e nelle istituzioni locali.




Di seguito un estratto della recensione di ANGELO TONNELLATO  (www.ilponterivista.com)

Articoli e interviste di medici militanti si intrecciano a esperienze e lotte sindacali; testimonianze di lavoratori dal di dentro di storie industriali che hanno sconvolto territori, ecosistemi, vite di operai e di loro familiari. Qui si parla del Veneto, con una estensione anche alla «Slavia friulana»; d’un Veneto ch’è il caso di studio su cui si fa il punto, ma senza esclusivismi o rimpicciolimenti prospettici. Vale la pena di leggere non per indignarsi, ma per ribadire e ritrovare ed eventualmente aggiornare e rafforzare un impegno e difendere un principio di consapevolezza, coinvolgimento e controllo per quello che già Giuseppe Branca – con riferimento all’art. 9 dello Statuto dei lavoratori, frangiflutti e simbolo al tempo stesso del diritto alla salute nei luoghi di lavoro e purtroppo anche intorno ai luoghi di lavoro – aveva definito «un diritto collettivo». Un diritto che è un diritto-quadro, perché viene da lontano – in quanto costruzione di consapevolezza sociale elitaria, addirittura dai primi decenni dell’Ottocento, dalle micidiali condizioni di lavoro e di vita delle donne e degli uomini che lavoravano nelle risaie e vivevano nei villaggi malsani ai bordi del mondo della risicoltura – e che oggi si tende a dimidiare, alternativamente, tra «partecipazione o controllo»: partecipazione e controllo è ancora l’unica risposta possibile.

Scrive Boschiero che nei primi anni settanta, in difesa della salute e della sicurezza, sono gli operai a trascinare il sindacato, a smuoverlo dal torpore delle infinite mediazioni e monetizzazioni. Nello specifico del Petrolchimico, al quale da un decennio dedica studi importanti, Zazzara osserva che la lunga consuetudine di ricerca e la diretta conoscenza di molti dei protagonisti delle lotte degli anni settanta del Novecento non le sono bastati a esplorare a fondo – ossia ad attingere la struttura pienamente storicizzante – di certi contrasti: «più mi ci addentravo, più mi scontravo con memorie contrapposte e ancora infuocate»; e che anche quando la fabbrica «era cambiata» – anzi «quasi non esisteva più», perché «era stata smontata, svenduta e dismessa a pezzi» – «le memorie restavano sospese e irreconciliate, fuori dal tempo, in una sorta di attesa armata»: «su quello che era venuto dopo i gloriosi anni Settanta si aprivano voragini».


Segnaliamo, purtroppo, che l'esposizione a sostanze nocive oggi non riguarda più solo gli operai, l'industria del vino, sorretta dal massiccio uso di pesticidi, sta scaricando su tutti i cittadini del Nordest quei problemi di sicurezza e di salute un tempo confinati nelle fabbriche. Ma, mentre l’articolo 18 del Dlgs 81/2008 (testo unico sulla sicurezza sul lavoro) obbliga le aziende ad “Aggiornare le misure di prevenzione in relazione ai mutamenti organizzativi e produttivi che hanno rilevanza ai fini della salute e sicurezza del lavoro o in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione, i comuni cittadini che abitano la "fabbrica diffusa", sono privi di qualsiasi effettiva tutela. Hanno come insufficente risorsa il proprio medico curante ed inesistenti addetti al controllo dei Regolamenti di Polizia Rurale.










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La Fao: «Il sistema alimentare mondiale è al collasso»

«Oggi, 16 ottobre, non dovremmo celebrare la Giornata mondiale dell’alimentazione ma la Giornata mondiale della Fame: il rapporto Fao 2019, infatti, spiega che il numero delle persone che soffrono la fame è tornato a crescere dopo anni di calo. 2 miliardi di persone nel mondo hanno difficoltà nell’alimentarsi, 820 milioni non sanno se oggi mangeranno, 700 milioni sanno che di certo non avranno cibo per sé e la propria famiglia. Un sistema alimentare al collasso anche in termini di impatto ambientale, visto che provoca circa il 40% dei cambiamenti climatici in atto spingendoci ben oltre i limiti del pianeta».

COSÌ PAOLA DE MEO, dell’ong Terra Nuova, introducendo l’incontro tra i delegati della società civile protagonisti del Comitato per la sicurezza alimentare Fao convocato in questi giorni a Roma, i giovani dei Fridays for Future e i parlamentari italiani. Un saluto istituzionale è stato inviato dal presidente della commissione Agricoltura della Camera Filippo Gallinella e dalla vicepresidente della commissione Agricoltura del Senato Elena Fattori. Sono intervenuti alla presentazione il capogruppo di LeU Federico Fornaro, i deputati LeU Rossella Muroni e Stefano Fassina e le deputate del Gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti.

Nel progetto «Nuove Narrazioni per la Cooperazione» l’osservatorio Fairwatch ha prodotto un report sulla coerenza delle politiche italiane su sviluppo rurale e migrazioni, e il quadro emerso è desolante. Riduzione dei fondi di cooperazione, iniziative scoordinate tra governo e del Parlamento, mancanza di valutazione e di visione complessiva che si riflette nell’ultimo Def. A parte alcune iniziative di semplificazione burocratica, per l’agricoltura non ci sono fondi né previsioni di investimento in quella transizione ecologica non rinviabile, se siamo seri nel voler avviare un Green new deal. Anche il Dipartimento sviluppo dell’Ocse il 14 ottobre scorso ha richiamato l’Italia ai suoi impegni internazionali rispetto molte di queste stesse criticità.

«IL MIO PAESE, il Mozambico, lo scorso anno è stato devastato da due cicloni: i giovani e le donne nei campi hanno lavorato per riportare il cibo in tutte le case – ha spiegato Silvia Diwily della World March of Women del Mozambico che rappresenta i giovani nella delegazione non governativa alla Fao -. Noi donne e giovani siamo protagonisti della produzione familiare di cibo a livello globale, portiamo sulle spalle la maggior parte delle aziende, lottiamo per far capire che bisogna affrontare la lotta alla fame in una chiave più ampia di agroecologia e lotta ai cambiamenti climatici. Eppure non ci ascoltano. Esigiamo un cambiamento perché non c’è più tempo da perdere».

«Noi ragazze e ragazze siamo molto preoccupati per il nostro futuro perché fino ad adesso la società umana globale ha avuto una sempre maggiore disconnessione dalla terra – ha rivendicato Riccardo Nanni, portavoce dei Fridays for Future di Roma, che torneranno in piazza per il quarto Sciopero globale per il clima il 29 novembre -. Chiediamo che vengano potenziati i canali di distribuzione alternativi al supermercato, migliorato l’accesso al mercato dei piccoli produttori locali e incentivato il consumo di prodotti stagionali anche grazie alle mense di scuole e ospedali. Vogliamo anche che vengano bocciati in Parlamento tutti gli accordi commerciali come Ceta, nuovo Ttip e Mercosur e protesteremo fino a quando non verranno vincolati alle convenzioni internazionali su ambiente, lavoro e clima».

«Contrariamente a quanto si crede, solo tra il 12%-13% della produzione agricola si muove sul mercato globale (essenzialmente mais e soia) e oltre il 63% del cibo prodotto nel mondo viene consumato entro i 100 km da dove viene prodotto – ha ricordato Mamadou Goita, della rete contadina africana Roppa -. Quindi i mercati locali sono la chiave non solo per combattere la povertà migliorando il reddito dei produttori, ma anche per rendere le filiere agroalimentari più ecologiche e ridurre gli impatti ambientali».

Una prima risposta è arrivata da Fornaro: «Nel mese di novembre la Commissione Agricoltura dovrebbe cominciare l’esame di alcuni progetti di legge sull’Agricoltura contadina, tra cui uno a mia prima firma, per coglierne le peculiarità attraverso il suo riconoscimento. Un segnale che va nella direzione giusta». «Un’ottima notizia – ha commentato la deputata Cunial, firmataria di un Pdl sul tema che raccoglie gli esiti di un’iniziativa popolare partita nel 2009 – spero che possa essere lo spazio in cui fare almeno un primo passo verso la transizione non solo delle aziende, ma anche dei territori italiani tutti verso l’agroecologia».

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