Antonio Gramsci a 129 anni dalla sua nascita

Agitatore culturale, usava la penna come una spada, segretario di partito, filosofo, linguista, rivoluzionario, organizzatore politico infaticabile. Secondo molti suoi contemporanei Antonio Gramsci era «il capo della classe operaia». A 129 anni dalla sua nascita lo ricordiamo con le voci di chi lo ha conosciuto e amato.


Gramsci in carne e ossa


di LORENZO ALFANO pubblicato su JACOBIN ITALIA il 22.01.2020


  Torino, via dell’Arcivescovado. Notte fonda, primissimi anni Venti del Novecento. Alla porta dell’Ordine Nuovo si presenta un signore dall’accento meridionale che chiede di parlare con Antonio Gramsci. Il signore dall’accento meridionale è insistente, pretende subito un colloquio col direttore della rivista (perché l’Ordine Nuovo non era solo il giornale degli operai torinesi, era anche il giornale di Antonio Gramsci).

Ma a Torino nei primi anni Venti il clima politico è teso e all’ingresso dell’Ordine Nuovo ogni sera i lavoratori delle fabbriche fanno i turni a difesa del giornale; tutti si aspettano che prima o poi le squadre fasciste si presenteranno per devastare la sede. La struttura è stata fortificata, gli operai hanno in spalla il fucile e tra il portone e le stanze della redazione si trovano un lungo corridoio, un cortile, un cancello, filo spinato, cavalli di Frisia, bombe a mano e mitragliatrici – o almeno così si dice… La guardia di turno squadra il signore (forse napoletano) per capire se si tratti di una spia della Fiat, di un fascista o di un poliziotto (o tutte e tre le cose), e gli dice che per parlare con Antonio Gramsci si dovrà mettere una benda sugli occhi, così da non poter scoprire nulla riguardo la difesa militare del giornale. A quel punto il tipo sospetto va su tutte le furie, gira i tacchi e fa per andarsene, ma dopo pochi passi si volta e urla: «Dite a Gramsci che è venuto Benedetto Croce!».

Quando Gramsci seppe dell’incidente avvenuto ne fu dispiaciuto ma ne rise anche, perché proprio non riusciva ad immaginare il più importante personaggio della cultura italiana bendato e barcollante in cerca di Gramsci. Ne rideva perché Antonio era un uomo dall’umore semplice: socievole, sorridente, che esplodeva spesso in allegre risate giovanili che mettevano tutti di buon umore. Risate buffe che «saltellavano a scatti», le risate di un uomo che «non si impermaliva mai». Un uomo abituato alle barzellette, alla compagnia e agli scherzi (fatti e ricevuti). Questa è l’immagine di Gramsci che ci arriva nitida dai suoi amici e compagni, le cui testimonianze (che compongono il corpo di fonti all’origine di questo articolo) non solo arricchiscono di dati biografici, ma ci aiutano a comprendere meglio il contesto (duro ma spesso felice) in cui si sviluppò il suo pensiero. Insomma, non l’eroe tragico e serioso che di solito si immagina. E anche se il poeta Corrado Alvaro lo definì «l’immagine di un Leopardi passato per la Val Padana col socialismo», Gramsci con Leopardi condivideva ben poco se non un’intelligenza viva, vorace e universale. In Gramsci non c’era traccia di pessimismo se non il famoso «pessimismo dell’intelligenza», che però secondo lui doveva servire per prevedere di volta in volta la peggior situazione possibile, «di modo da poter mettere in movimento tutte le riserve di volontà e ottimismo, per essere in grado di abbattere l’ostacolo». Com’è noto però Gramsci con Leopardi condivideva un corpo segnato dalla stessa malattia, il morbo di Pott. Una malattia che spesso gli procurò lo scherno da parte dei poveri d’animo e di coloro che non sapevano cosa rispondere di fronte a una schiacciante superiorità dialettica. Come quella volta nel 1925, quando i fascisti interruppero il suo unico discorso tenuto alla Camera dei deputati urlandogli: «Taci Rigoletto!». O ancora, quando durante il periodo dell’Università alcuni compagni del corso di Filosofia teoretica dissero al professor Annibale Pastore: «Si guardi da Gramsci non è che un gobbo» – «Sì, lo è ⎯ rispose lui ⎯ ma che gobbo!». Proprio come Cezanne diceva di Monet: «Non è che un occhio, ma che occhio!».

La malattia perseguitò Gramsci per tutta la vita, aggravandone le sofferenze carcerarie che lo portarono alla morte e complicandogli non poco la quotidianità. Ci si potrebbe quindi interrogare a lungo su cosa ne sarebbe stato di Gramsci se non fosse stato affetto dal morbo di Pott, ma probabilmente, come disse Giuseppe Amoretti con parole d’affetto: «Antonio non poteva essere altrimenti e un Antonio Gramsci diverso o migliore non era pensabile. Egli doveva essere quello che natura e società avevano fatto fiorire, e la sua sorte fisica e umana doveva essere una gran sorte singolare, come le sorti dei geni e degli eroi, per i quali non vi può essere né gioia, né dolore ma solo una gran via fiorita da percorrere sino in fondo».

Ma a Torino, in quei primi anni Venti, non c’era tempo da perdere e gli interrogativi esistenziali per Gramsci passavano spesso in secondo piano. Era un lavoratore infaticabile e aveva un solo datore di lavoro: la classe operaia. Ma avere a che fare con gli operai delle fabbriche torinesi non era affatto semplice, perché Gramsci (a differenza di molti intellettuali di ieri e di oggi) non pensava ai lavoratori come a dei soggetti passivi. Come dirà Umberto Calosso, in una seduta dell’Assemblea Costituente, per Gramsci la classe operaia era «l’aristocrazia del genere umano» e come tale andava trattata. Il rapporto tra intellettuali e masse doveva essere sì «educativo» ma l’insegnamento e la cultura dovevano muoversi in entrambe le direzioni: dai lavoratori agli intellettuali e viceversa, andando a costruire una reale pedagogia politica di massa. Per Gramsci non «si andava» alla classe operaia, non «si scendeva» tra i lavoratori a portare il verbo: per Gramsci «si saliva alla classe operaia». La prospettiva era quindi ribaltata in partenza e le parole di Giuseppe Ceresa (allievo di Antonio in carcere) spiegano perché Gramsci fosse percepito come un intellettuale diverso da tutti gli altri: «Vicino a lui non sentivamo quel peso, quel distacco che quasi sempre avverte un operaio quando parla con un intellettuale. Egli non ci trattava né ci considerava come dei semplici strumenti materiali dello sconvolgimento sociale, incapaci di assurgere a protagonisti coscienti e intelligenti della rivoluzione».

E fu per mettere in moto quella pedagogia politica di massa che Gramsci, nel 1919, si inventò l’Ordine Nuovo. Oltre a Gramsci c’erano altri tre redattori: Angelo Tasca, convinto pacifista della prima ora, il futuro segretario del Pci Palmiro Togliatti e Umberto Terracini che nel 1948 firmerà la Costituzione italiana in qualità di presidente dell’Assemblea costituente. Tutti meno che trentenni e tutti perseguitati in seguito da Mussolini: Tasca e Togliatti saranno costretti all’esilio mentre gli altri due riceveranno, nel 1928, condanne per 45 anni di galera dal Tribunale fascista. E tutti e quattro, come dirà Terracini, accomunati solamente da una vaga passione per la cultura proletaria: «Volevamo fare, fare, fare».

E il lavoro da fare certo non mancava. Il grande massacro del ’15-’18 si era concluso solo pochi mesi prima e non aveva portato nulla alle classi popolari se non un milione di morti. Torino era una polveriera, la rabbia proletaria si toccava con mano e gli operai non credevano più al “radicalismo parolaio” del Psi, un partito che col termine rivoluzione riempiva i propri roboanti comizi, ma che non era capace di indicare la via per passare dalla teoria alla pratica. Nel frattempo però, nel 1917, la Russia aveva suonato il campanello: Marx era grande, Lenin il suo profeta, «Pane, pace e terra» era la parola d’ordine. L’Ottobre Rosso era la speranza degli oppressi e i bolscevichi l’esempio da seguire per i settori più politicizzati della classe operaia italiana e mondiale. E in Italia i più bolscevichi di tutti erano proprio i quattro redattori torinesi dell’Ordine Nuovo.

La scintilla non poté che scoccare e nel giro di un paio d’anni il movimento operaio divampò: gli scioperi si susseguivano in un clima pre-insurrezionale, le fabbriche venivano occupate, gli operai si armavano tramutandosi in Guardie Rosse e, soprattutto, la produzione nelle fabbriche proseguiva anche durante le occupazioni. Quella che fino ad allora era nota come la città dell’automobile diventava la città dei Consigli di fabbrica, la città che i giornalisti di tutto il mondo andavano a visitare: la «Mecca del comunismo italiano», la «Pietrogrado d’Italia». Il potere operaio si affermava, quindi, non solo sul piano “militare” ma anche, e soprattutto, sul piano dell’intelligenza collettiva di una classe lavoratrice capace di sostituirsi ai padroni. E i padroni ne rimasero, giustamente, terrorizzati. Quel mondo alla rovescia era infatti uno scandalo intollerabile e solo il fascismo riuscirà a riportare l’ordine che le istituzioni liberali non erano più in grado di costruire a partire dal consenso. Un ordine e un consenso che le classi dirigenti seppero ri-ottenere solo con l’uso del bastone.

Ma nel ’19-’20 la marcia su Roma era ancora lontana, e l’Ordine Nuovo era un pullulare di attività. La redazione del giornale era ormai l’epicentro della lotta politica cittadina e ogni giorno, ogni pomeriggio, vi si svolgeva la “processione”. Dall’ufficio di Gramsci passavano tutti: compagni di Sezione e della Frazione comunista; i dirigenti del movimento giovanile e femminile; i capi sindacali. Passavano intellettuali, guardie rosse, ex docenti universitari di Antonio, compagni di base, semplici senza partito. Come si può immaginare, questo quotidiano lavorìo serviva affinché l’Ordine Nuovo non perdesse mai il contatto col movimento politico reale, però il continuo via vai creava anche qualche problema a Gramsci, che spesso non riusciva neanche a terminare gli articoli che gli venivano richiesti. E certe volte, come racconta Mario Montagnana (redattore del giornale), Gramsci andava letteralmente obbligato a scrivere: «Alle 9 o alle 10 di sera, in un momento in cui non vi erano ‘visitatori’, un redattore andava da Gramsci e gli diceva a bruciapelo: ‘Adesso non entra più nessuno fino a quando non sia pronto l’articolo’. Un giro di chiave alla porta; un compagno nel corridoio per allontanare gli ‘scocciatori’ e dopo un’ora o un’ora e mezza Gramsci ci consegnava finalmente in due o tre foglietti grandi come il palmo della mano, un articolo tracciato con una scrittura fitta, nitidissima, quasi senza una correzione».

Però, fatta eccezione per questi piccoli inconvenienti, quel continuo via vai pomeridiano permise di concretizzare l’obiettivo che la rivista si era posta sin dal suo primo editoriale: diventare una palestra di «volgarizzazione intelligente», come più tardi dirà Pia Carena, di tutte le tendenze politico-culturali più avanzate dell’epoca. E tale volgarizzazione servì a realizzare quella che più avanti diventerà una delle ossessioni di Gramsci: la formazione dei quadri di partito. Gramsci infatti cominciava a intuire che costituire un ristretto gruppo di alti dirigenti era di gran lunga più semplice che formare una vasta massa di dirigenti intermedi. Dirigenti che dovevano rappresentare il fior fiore della classe lavoratrice andando a costituire la spina dorsale di una grande organizzazione rivoluzionaria. E in questo processo di formazione si esprimevano tutta la pazienza, e la potenza, pedagogica di Gramsci, il quale continuamente spronava i compagni allo studio per convincerli che non esistevano i rivoluzionari da barricata e i rivoluzionari da tavolino ma che tutti dovevano impossessarsi della cultura in quanto essa è la più grande alleata dell’azione. E nel procedere in quest’opera «maieutica» Gramsci criticava sempre gli errori dei compagni, ma nella sua critica – racconta Montagnana – «non vi era mai nulla di negativo, nulla di scoraggiante, nulla che facesse perdere ai compagni la fiducia nelle proprie forze»: quella di Gramsci era una severità rivoluzionaria profondamente umana, sempre impersonale e che si sviluppava nella quotidianità.

Non bisogna però illudersi del fatto che Gramsci fosse solo un Socrate dal cuore dolce; egli era infatti estremamente severo e impietoso non solo con gli avversari ma anche con tutti quei compagni che, una volta raggiunta la maturità politica erano tenuti a essere sempre impeccabili diventando a loro volta maestri per gli altri. Particolarmente significativa a riguardo è una lettera che Gramsci spedì nel 1924 a Vincenzo Bianco, nella quale ricordava come a uno dei suoi primi allievi di redazione (Andrea Viglongo) facesse «riscrivere gli articoli da capo fino a 3-4 volte, di modo che passassero da otto colonne di lunghezza a una e mezzo», per giungere poi all’impietoso epilogo: «e Viglongo, che prima era un pasticcione, finì per scrivere abbastanza bene, tanto che poi immaginò di essere diventato un grand’uomo e si allontanò da noi. Perciò non farò più il pedagogo ai giovanotti del suo tipo: se potrò ancora, lo farò solo con gli operai, che non aspirano a diventare grandi giornalisti della borghesia».

Ma per noi, che siamo abituati a pensare Gramsci quasi esclusivamente come un intellettuale, potrebbe suonare strana l’affermazione di Giovanni Parodi, secondo il quale la scrittura fu la parte minore dell’attività storica e pratica di Gramsci, mentre «il suo più grande contributo è stato dato attraverso l’insegnamento orale e pratico». Parodi era appunto la perfetta incarnazione del dirigente operaio, entrato in fabbrica a 14 anni, che elevò la sua cultura politica (e il suo sapere tecnico) fino al punto di poter condurre la produzione dello stabilimento Fiat Centro durante l’occupazione delle fabbriche. E a testimonianza di quel «mondo alla rovescia» che fu la Torino del primo dopoguerra, rimane una celebre foto che ritrae gli operai seduti alla scrivania di Giovanni Agnelli. E tra di loro, a dirigere il consiglio di fabbrica, c’è proprio Giovanni Parodi.

Arrivati a questo punto si potrebbero scrivere molte pagine per cercare di spiegare quale fosse l’irripetibile alchimia che si creò attorno all’Ordine Nuovo. Quale trucco si celava dietro la figura mitica di Antonio Gramsci? Come fu possibile che una rivista che trattava temi altissimi e complessi sia diventata «il giornale degli operai»? Per quale motivo le Guardie Rosse si sarebbero fatte uccidere pur di difendere l’Ordine Nuovo dai fascisti? Ma soprattutto: come si creò quel circuito di affetti, solidarietà e lotte durissime per cui un trentenne d’oltremare, occhialuto, mingherlino e scapigliato divenne rappresentante e interprete degli interessi della classe operaia?

Se dovessimo limitarci a dare una sola risposta questa dovrebbe prendere le mosse proprio dalla biografia di Gramsci. Gramsci infatti, pur provenendo da una famiglia della piccola borghesia, visse in gioventù anni di estrema miseria a causa della carcerazione del padre condannato per peculato nel 1900. E anche se un’intelligenza eccezionale trasformò Antonio in una delle menti più luminose della cultura europea, questo non cancellò la memoria di una vita caratterizzata dagli stenti e dalle privazioni materiali, causate da un repentino declassamento sociale. Basta inoltrarsi un po’ nella biografia di Gramsci per scoprire che arrivò all’Università di Torino con una borsa di studio talmente misera da obbligarlo a scegliere tra l’acquisto della legna per la stufa e la cena. Oppure, come ci racconta Camilla Ravera: «Gramsci non aveva mai molti soldi, e quelli che aveva li spendeva in libri. A volte, ne aveva così pochi che non poteva comperare neanche i calzini e andava al giornale con ai piedi solo le scarpe». Lo stesso Togliatti, orfano di padre, pur essendo di origini modeste, non doveva pagare l’affitto perché viveva in famiglia, mentre la madre di Antonio doveva indebitarsi per mandare i soldi al figlio. Inoltre, in Gramsci, sardo fino al midollo, restava vivissimo il ricordo della vita miserabile, solitaria e incerta di molti suoi conterranei. E proprio nei ricordi di Teresa, la sorellina prediletta di Antonio, si può trovare una delle immagini più significative dell’infanzia sarda di Gramsci. Un’infanzia in cui, non potendosi permettere di comprare alcun giocattolo, Nino e Teresina i giocattoli avevano imparato a costruirseli: «Io facevo delle bambole di canna che rivestivo con piccoli pezzi di stoffa colorata, Nino faceva barche, velieri, o dei buffi uccellini col pennacchio in testa. Poi organizzavamo delle lotterie. Ogni pezzo aveva un numero e tutti i ragazzi del vicinato, figli di proprietari benestanti, venivano a tentare la fortuna. Invece dei soldi ci davano una mela o una pera».

Per cercare però di sfuggire al puro sentimentalismo si potrebbe dire che la capacità di ascolto e l’empatia di Gramsci furono certamente fondamentali, ma probabilmente il segreto del piccolo sardo si nascondeva nel rarissimo allineamento di una testa prodigiosa, di una forma mentis da intellettuale e di un vissuto materiale tanto simile a quello di un proletario. Forse fu solo questo il segreto di Antonio, che permise di portare al mondo colui che Sandro Pertini definì: «L’uomo politico di più forte ingegno incontrato sul mio cammino, la cui morte lasciò, non solo per il Partito comunista (ma per tutto il movimento operaio italiano e internazionale) un vuoto profondo, un vuoto che non è stato più colmato da nessuno».



LORENZO ALFANO è laureato in Storia contemporanea. Appassionato lettore di Antonio Gramsci, durante l’anno passato ha avuto modo di collaborare con la Fondazione Gramsci potendo riordinare, impaginare e studiare un vasto corpo di testimonianze inerenti la vita di Antonio Gramsci. L’autore ha potuto accedere a questo materiale grazie al lavoro pregresso di Maria Luisa Righi e Francesco Giasi, lavoro senza il quale non sarebbe stato possibile scrivere neanche una riga di questo articolo. L’autore ringrazia inoltre Fabio Dei per averlo introdotto per primo alla lettura dei Quaderni del carcere.

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Tre cose da fare dopo la morte di Pansa

Negli ultimi vent'anni l'ex vicedirettore di Repubblica è stato tra coloro che hanno compromesso l’argine antifascista, giungendo piano piano a equiparare le due parti della guerra di Liberazione.


Un articolo di Luca Casarotti - da JACOBIN ITALIA

In una celebre pronuncia sul reato di diffamazione, la Cassazione una volta ebbe a scrivere: «non è obbligatorio stimare qualcuno». Ora che Gianpaolo Pansa è morto, è bene tenere a mente questa laconica sententia, tanto benefica per la salute del dibattito pubblico. Ed è giusto dire, senza cliché e perifrasi da coccodrillo, che in pochi sono stati all’altezza (ma si dovrebbe scrivere «bassezza») del Pansa degli ultimi vent’anni nel compromettere la tenuta dell’argine antifascista, giungendo passo dopo passo a equiparare le due parti della guerra di Liberazione, con il risultato di far apparire sempre più normale l’agibilità politica concessa ai post e neofascisti. Operazione a cui non di rado si è volentieri prestata la sinistra istituzionale.

Ora che Gianpaolo Pansa è morto, bisogna fare tre cose. In primis, ricordare di cosa parliamo, quando parliamo del «ciclo dei vinti» (iperonimo coniato dallo stesso Pansa), ossia dei libri sulla lotta di Liberazione e sul secondo dopoguerra che il de cuius ha scritto negli anni 2000, da Il sangue dei vinti (2003) in avanti. Diversamente da quanto in genere si crede o si vuole far credere, quelli del Ciclo dei vinti non sono libri di storia: vale a dire che non sono scritti seguendo i fondamenti del metodo storiografico. 

E questo Pansa lo sapeva bene, essendosi laureato, relatore Guido Quazza, con una tesi sulla guerra partigiana tra Genova e il Po. Quella tesi è il nucleo del libro che il futuro giornalista avrebbe pubblicato presso Laterza nel 1967. Per formazione, dunque, Pansa era uno storico. Tra i suoi maestri amava annoverare, oltre a Quazza, anche Alessandro Galante Garrone: entrambi storici, entrambi partigiani azionisti, entrambi poi animatori, negli anni in cui Pansa studiava sotto la loro guida, della rivista Resistenza. Giustizia e libertà. Storico per formazione, quindi, e orgogliosamente allievo di antifascisti. 

Le mistificazioni costruite sui suoi libri di maggior successo si devono in buona parte alle credenziali che Pansa ha acquisito negli anni giovanili, per poi brandirle contro chi ne ha messo in discussione l’opera tarda. Ripetiamolo: Pansa sapeva benissimo cosa volesse dire scrivere un libro di storia. E scrivendo il Ciclo dei vinti, ha scelto consapevolmente di non farlo. Quelli del ciclo dei vinti non sono libri di storia soprattutto per tre motivi: 

1) i riferimenti alle fonti sono sistematicamente omessi, il che rende ardua la verifica delle tesi sostenute dall’autore; 

2) l’onere della prova è costantemente rovesciato: per «onere della prova» si intende che chi fa un’affermazione deve dimostrarla. È una regola elementare, che vale nei processi tanto quanto in storiografia. Invece Pansa era solito affermare senza provare. Sollecitato a farlo, ribaltava sui suoi critici il compito di dimostrare la falsità delle sue affermazioni;

3) Per mettersi al riparo da queste due fondamentali obiezioni di metodo, Pansa sosteneva le sue tesi antipartigiane da dietro lo schermo della fiction narrativa: ad esempio, Il sangue dei vinti è una conversazione tra Pansa e un personaggio d’invenzione, la bibliotecaria Livia Bianchi; Eia eia alalà è costruito sul trito espediente narrativo del memoriale ritrovato: in questo caso, anzi, consegnato a Pansa da un altro personaggio femminile d’invenzione, la figlia d’un finanziatore di squadristi. Nel battage pubblicitario e in generale nella ricezione dell’opera di Pansa, però, gli elementi di fiction sono scomparsi, e i libri del Ciclo dei vinti passano per ciò che non sono, cioè saggi. Di più: saggi che raccontano verità scomode, di cui nessuno parla, la bildung antifascista dell’autore a fare da garante della loro veridicità. In retorica si parlerebbe di argumentum ex auctoritate: se Pansa, «che è antifascista», scrive che i partigiani hanno commesso quell’eccidio, pianificato quella strage, ammazzato senza motivo quei poveri civili inermi, vuol dire che dev’essere vero. 

Come ha scritto Wu Ming 1: i libri di Pansa, «presentati come inchieste storiche, sono in realtà, in gran parte, opere di fiction. È stato dimostrato, più volte si sono sviscerate le tecniche e gli stratagemmi a cui Pansa ha fatto ricorso da Il sangue dei vinti in poi. […] Ma finora è servito a poco: Pansa se ne frega(va), tira(va) diritto e continua(va) a scodellare quasi-romanzi spacciati per tutt’altro».

Ecco la seconda cosa da fare dopo la morte di Pansa. Per qualche tempo, il suo nome resterà nelle tendenze dei social, sarà sulla bocca dei colleghi, che tesseranno le lodi del cronista del Vajont e dello scandalo Lockheed, del vicedirettore di Repubblica dai tempi del sequestro Moro e per tutti gli anni Ottanta, ma relegheranno fra parentesi il suo revisionismo, antistoriografico oltreché antipartigiano, magari definendolo con un eufemismo: «controverso». Peccato che sia proprio questo Pansa, il Pansa che nelle agiografie occupa lo spazio di una parentetica, il più conosciuto dall’opinione pubblica. Bisogna sfruttare questa finestra temporale per far circolare gli studi più seri sul Ciclo dei vinti, quelli che ne segnalano sotterfugi e aporie, e che in questi anni sono stati letti da relativamente poche persone, se rapportate al numero di quelle che hanno letto i libri di Pansa. 

Meritano senz’altro di essere citati, lo ha fatto anche Nicoletta Bourbaki commentando a caldo la morte dell’autore del Sangue dei vinti, il saggio di Ilenia Rossini, l’uso pubblico della Resistenza. Il caso Pansa tra vecchie e nuove polemiche, e quello di Gino Candreva, La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa, quest’ultimo apparso sul n. 39 (gennaio-aprile 2016) della rivista Zapruder. Di Nicoletta Bourbaki si possono vedere le pagine che il gruppo di lavoro ha dedicato agli scritti di pansa in Questo chi lo dice? E perché?, la guida su come riconoscere le bufale storiografiche dentro e fuori l’internet. Sergio Luzzatto e Giovanni De Luna sono stati tra gli storici che con più tempestività hanno decifrato l’operazione di Pansa, e messo in guardia dagli esiti a cui avrebbe poi effettivamente condotto. Luzzatto ha riunito una buona parte dei suoi interventi sul tema nella raccolta Sangue d’Italia, Manifestolibri, Roma 2009. I molti articoli in cui De Luna si è occupato del Pansa revisionista si possono recuperare dall’archivio de La Stampa.

La terza cosa da fare dopo la morte di Pansa è imparare la lezione. Manutenere con cura gli attrezzi critici che abbiamo messo a punto misurandoci con il Ciclo dei vinti, e averli sempre pronti all’uso. Pansa è morto, ma non è morto il pansismo. C’è abbondanza d’aspiranti nuovi Pansa in rete, nelle redazioni dei giornali e nei dipartimenti delle università. Si tratta, nell’individuarli e sconfiggerli, di essere ancora una volta all’altezza teorica e pratica del compito che ci spetta.


Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale.

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Guido Dalla Casa: «La grande attualità dell’ecologia profonda»

(Fonte, Terranuova 13/11/19)
Impera, oggi, anche mosso dalle migliori intenzioni, un approccio all’ecologia che si può definire superficiale, tutto finalizzato al benessere dell’uomo, visto come distinto dalla biosfera. «L’ecologia profonda è tutta un’altra cosa»: nelle parole di Guido Dalla Casa la portata provocatoria del suo messaggio.

Guido, lei è uno dei principali esponenti in Italia di quella che viene definita ecologia profonda, molto differente da quell'ecologia superficiale che vede comunque l'uomo al centro di tutto. Ci spiega la differenza tra i due approcci?

L’approccio dell’ecologia superficiale è quello attualmente in atto e portato avanti dall’ecologismo classico: tenere pulito l’ambiente, preservare qualche pezzetto di mondo naturale (i Parchi), cercare di contenere i cambiamenti climatici, mantenere l’aria respirabile, e così via. Ma tutto resta finalizzato al benessere dell’uomo, visto ancora come al di fuori e al di sopra della Biosfera. Nulla viene cambiato della filosofia di fondo dell’Occidente.  

Il linguaggio dei movimenti “di superficie” tende a restare quello dell’economia. Questi movimenti spesso vogliono far credere che, passando alle energie alternative e con qualche riciclo, si possa andare avanti con gli andamenti di oggi, o quasi. Le espressioni sviluppo sostenibile, crescita verde, green economy, economia circolare sono state inventate per questo scopo, cioè dare solo una verniciata di verde al mondo attuale, e andare avanti con “la crescita”.

Secondo una definizione ufficiale, lo “sviluppo sostenibile” è “lo sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità, per le future generazioni, di soddisfare i propri bisogni”. Tale definizione è completamente antropocentrica e non tiene in alcun conto la vita degli altri esseri senzienti e tutte le relazioni che li collegano, cioè la buona salute dell’Organismo di cui facciamo parte. Anzi, considera l’uomo ancora “al di fuori” e “al di sopra” della Natura. Il termine “sviluppo” significa ancora in realtà “crescita economica”.

La visione dell’ecologia superficiale è completamente antropocentrica. Inoltre continua ad usare un linguaggio economico e a valutare ogni azione su base monetaria. Salvo qualche eccezione, non rinnega l’idea che lo sviluppo economico costituisca il benessere.

L’approccio dell’ecologia profonda è completamente diverso ed è basato su questi punti essenziali:

  • Dobbiamo renderci consapevoli fino in fondo che siamo una specie animale anche facilmente classificabile (Classe Mammiferi, Ordine Primati). Siamo come un tipo di cellule in un Organismo, cioè l’Ecosfera, o la Terra. Pertanto il primo valore deve essere la buona salute di tutto l’Organismo;
  • Le entità naturali hanno un valore “in sé” e non in funzione umana.  Tutti gli esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi) hanno diritto ad una vita degna.
  • Questo Pianeta può supportare un numero di umani molto inferiore a quello attuale. Inoltre, per il bene del Complesso, dobbiamo essere quasi-vegetariani come gli altri Primati;
  • Tutti i ragionamenti sui processi possibili vanno condotti nel quadro di un paradigma sistemico-olistico e non lineare;
  • La Natura va considerata nel suo aspetto profondamente spirituale e quindi l’etica deve riguardare tutti gli esseri senzienti: non è un’esclusiva umana.

La visione dell’ecologia profonda è ecocentrica. Il benessere è sostanzialmente la serenità mentale.

Come liberarsi, dunque, da questa visione antropocentrica? Ed è necessario secondo lei farlo per attuare una vera rivoluzione ecologica?

Ci possiamo liberare da questo folle antropocentrismo prendendo consapevolezza della situazione attuale e delle conoscenze che ci vengono da molte culture umane (orientali e native) oggi fagocitate dall’Occidente con violenza fisica o psicologica. Possiamo anche chiedere aiuto alla scienza, ma solo alla scienza che confina con la filosofia e non a quella scienza (l’unica divulgata) che confina con la tecnologia e diviene subito schiava dell’economia e dell’industria. Infatti, la scienza conosce la posizione della nostra specie in Natura da circa due secoli (Lamarck, 50 anni prima di Darwin) ma non se ne è ancora accorta: dopo due secoli, si può dire che la Scienza non crede più neanche a sé stessa. Per quanto riguarda l’economia, non dobbiamo dimenticare che troppo spesso assieme allo sviluppo economico, aumentano le psicopatie, l’infelicità, i suicidi, il disagio sociale. Inoltre, ricordiamo che lo sviluppo economico è un’anomalia nata solo in una cultura umana in un determinato momento della sua storia: ha poi invaso tutto il mondo.

Per la sostenibilità, una definizione corretta dovrebbe essere di questo tipo: “L’andamento di un sistema è sostenibile se può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l’evoluzione del Sistema più grande di cui fa parte”. Questa definizione tiene conto della vita dell’Ecosfera, non ha riferimenti antropocentrici, ed ha anche connotazioni etiche e spirituali se consideriamo che nei sistemi complessi si manifestano fenomeni mentali.

Un aiuto può venire anche dalla constatazione che sono esistite 5000 culture umane e ben poche avevano la mania dell’economia e della crescita. Non voglio dire che si deve copiare o ritornare ai tempi passati, ma semplicemente constatare che si può vivere anche senza queste ossessioni, con modelli culturali completamente nuovi, ma compatibili con la Vita dell’Ecosistema complessivo, di cui siamo parte.

A mio parere, abbandonare l’antropocentrismo è assolutamente necessario per ottenere una vera rivoluzione ecologica, cioè pervenire a modelli culturali compatibili con il sistema totale (l’ecosfera, o la terra, o Gaia) e quindi in grado di persistere a tempo indefinito.

Che messaggio si sente di dare ai giovani che oggi si mobilitano nelle piazze con grande partecipazione per chiedere misure a tutela del clima e del pianeta?

Innanzitutto: consapevolezza. Occorre rendersi conto fino in fondo della vastità e della gravità della situazione. Forse non molti si rendono completamente conto che la pretesa della crescita economica è quella di rifare il mondo, cioè mettere strade, impianti, fabbriche al posto di foreste, paludi, savane, ecosistemi marini, cioè sostituire sostanza vivente con materia inerte.

I ragazzi che si occupano di questi problemi di solito non hanno mezzi per poter fare qualcosa di pratico su larga scala. Tuttavia, hanno già ottenuto un grande risultato: la gente si sta accorgendo della situazione, almeno in parte. Inoltre, il mondo ufficiale non si aspettava una simile partecipazione alle manifestazioni e sta tentando di rimediare “inglobando” il movimento. In sostanza gli industrialisti-sviluppisti (multinazionali, politicanti, filo-economicisti, industriali, sindacati) dicono: “Bravissimi! Continuate così! Siamo con voi!” Poi non fanno niente e continuano come prima. Bisogna riuscire ad evitare che il movimento finisca in questo modo.

Poi, attenzione alle quantità. Solo come esempio: le quantità attuali di rifiuti (plastica, rifiuti industriali, scarichi vari, gas-serra) sono assolutamente ingestibili e in crescita continua. È come sperare di fermare un allagamento portando via dei secchi d’acqua, ma lasciando aperti i rubinetti che lo provocano. Per ottenere qualcosa di duraturo, è necessario un cambio radicale di mentalità, di paradigma, di pensiero di fondo. E deve sparire il primato dell’economico, che ci sta perseguitando. Le azioni di “ecologia superficiale”, come la sola decrescita o la sostituzione delle fonti energetiche, sono utili per attenuare i guai, ma sono insufficienti senza una modifica molto più profonda del pensiero generale, del paradigma in cui vengono inquadrate le nostre azioni e le nostre ricerche.

A chi accusa questi giovani di “catastrofismo” bisogna rispondere: i veri catastrofisti sono coloro che vogliono continuare con i valori e gli andamenti di oggi, visto che la crescita economica significa: sovrappopolazione, estinzione di specie, perdita di biodiversità, cambiamenti climatici, inquinamento, aria irrespirabile, distruzione di ecosistemi (foreste!), sofferenza per tutti gli esseri senzienti, insomma è la fine di quanto c’è di bello nel mondo. E questi sarebbero gli ottimisti?

È utile ricordare questo avvertimento, che nel 1969 ha dato Maha Thray Sithu U Thant, all'epoca segretario generale dell'Onu: “Non vorrei sembrare troppo catastrofico, ma dalle informazioni di cui posso disporre come segretario generale si trae una sola conclusione: i Paesi membri dell’ONU hanno a disposizione A MALAPENA DIECI ANNI per accantonare le proprie dispute e impegnarsi in un programma globale di arresto della corsa agli armamenti, di risanamento dell’ambiente, di controllo dell’esplosione demografica, orientando i propri sforzi verso la problematica dello sviluppo. In caso contrario, c’è da temere che i problemi menzionati avranno raggiunto, entro il prossimo decennio, dimensioni tali da porli al di fuori di ogni nostra capacità di controllo”.

Cinquant’anni sono passati invano!

Si può azzardare qualche previsione per il futuro?

Ognuno può fare le ipotesi che crede, ma tenterò di schematizzarle in tre voci:

  • Lo sviluppo economico continua ad oltranza fino a manifestazioni palesi di impossibilità, in un mondo terribilmente degradato;
  • Il sistema ha un periodo di transizione (con probabili eventi traumatici), seguìto dalla nascita di culture con filosofie diverse, non-antropocentriche e non-materialiste;
  • Il sistema si porta gradualmente e dolcemente verso una situazione stazionaria con la fine delle premesse di pensiero che l’hanno generato (antropocentrismo e materialismo).

La prima ipotesi è la più tragica, ed è quella perseguita dalle autorità “ufficiali”. La seconda mi sembra la più probabile. La terza è la più ottimista, ma è assai poco probabile, perché non c’è più tempo. Il nostro sforzo dovrebbe essere quindi quello di rendere meno traumatico possibile il periodo di transizione della seconda ipotesi. Non è un impegno da poco.

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