Venezia: non è maltempo ma cambiamento climatico

Un articolo di Riccardo Corsivieri pubblicato su dinamopress.it - 16.11.2019

 Novembre è da sempre un mese in cui a Venezia avviene il fenomeno dell’acqua alta, come molti hanno scritto in questi giorni.  Quanto è successo invece nella notte tra martedì e mercoledì, è però un fenomeno dalla portata eccezionale che solo chi è in malafede può ricondurre al meteo autunnale. Non è questione di meteo, è questione di cambiamento climatico o, come meglio hanno definito i movimenti ambientalisti, di emergenza climatica.



Perché l’acqua alta dipende dal cambiamento climatico?

La ONG statunitense CoastalClimate monitora costantemente il rischio di innalzamento del livello del mare causato dai cambiamenti climatici. Nel suo ultimo report con mappe interattive dettagliate, dimostra gli scenari agghiaccianti della pianura padana nei prossimi 20 e 30 anni. Venezia, ovviamente, è tra i luoghi più esposti e sommersi.

Questo accade per svariati motivi, tra i quali lo scioglimento dei ghiacciai artici, ma pure l’elevazione delle temperature medie del mare che aumenta il volume della massa acquatica. La bassa pressione prolungata e il fortissimo vento di scirocco di questi giorni (anche questi fenomeni atmosferici straordinari dovuti ai cambiamenti climatici) hanno poi fatto il resto, causando danni enormi in tutta la città.

Nello specifico poi, come spiegato in questo factcheck, vanno considerate pure le attività antropiche che aumentano la subsidenza del terreno in cui si fonda la città lagunare. In particolar modo va ricordata l’estrazione di acqua per finalità industriali (il petrolchimico e l’area industriale di Marghera sono prospicienti la laguna) e l’estrazione di gas in Adriatico, che, a seguito delle scelte scellerate del governo Renzi, nei prossimi anni è programmato debba addirittura aumentare.

Ma il MoSe?

La storia del sistema di dighe mobili fortemente voluto dall’elite economica finanziaria di Venezia è pluridecennale. Fin dagli anni ’70 si iniziò a parlare di un sistema di dighe fisse (enormi cassoni di metallo conficcati al suolo), collocate alle tre bocche di porto, cioè i varchi tra la laguna e il mare. Il MoSe era costosissimo ma avrebbe difeso e protetto la città dalle acque alte presenti e future.  Il progetto è però invecchiato, la scienza e la tecnologia lo hanno ampiamente superato, non esiste in alcun altro luogo al mondo un progetto di sbarramenti mobili che in caso di riposo rimangono adagiati sul fondo marino. “Il MoSe serve solo a chi lo fa” recitava uno slogan dei comitati No MoSe dei primi anni 2000, ripreso da un poster con uno squalo che in molti affiggevano alle vetrine e alle finestre. Eppure, il progetto è andato avanti, sostenuto dal Consorzio Venezia Nuova, una delle entità economiche più potenti della città, e, nonostante numerosi comitati negli anni abbiano dimostrato la sua inconsistenza, la sua debolezza e problematicità, i costi esosi, i rischi ambientali, il MoSe è stato approvato in via definitiva, e i lavori sono iniziati nel 2005 malgrado le tante iniziative di protesta.

Nel 2014 si scoperchia la pentola della corruzione, e i giornali raccontano di un sistema di tangenti clientele e malaffare che ha determinato l’approvazione e la costruzione dell’opera, coinvolgendo tanto il Consorzio Venezia Nuova quanto l’amministrazione comunale e regionale, tutto in puro stile italiano. Partono gli arresti, le denunce e i processi, alcuni dei quali ancora in corso.

Il MoSe oggi non è ancora in funzione, tuttavia vi sono dubbi seri sul suo futuro funzionamento. Alcune stime dicono che non proteggerà da maree superiori a 110 cm, (quella di martedì notte è stata di 187 cm) anche se il Consorzio Venezia Nuova dice di aver fatto prove fino a 300 cm. Non è chiaro quali siano stati i risultati di queste prove.

Inoltre il MoSe è stata un’opera impattante e violenta in un ecosistema fragilissimo quale è la laguna di Venezia. Per realizzarla si è scavato e sbancato, squilibrando canali e cambiando il corso alle correnti. Alle tre bocche di porto sono stati poi posizionati dei “lunate” cioè massicciate di sassi artificiali per contenere l’afflusso e proteggere la diga, ma queste potrebbero essere un trattenitore naturale dell’alta marea, peggiorando anziché migliorare la situazione o quantomeno rendendola più imprevedibile.

Venezia e Belluno, vittime del cambiamento climatico

L’acqua alta eccezionale arriva a poco più di un anno dalla tempesta Vaia che ha sconvolto le foreste del nordest e del Veneto bellunese, provocando lo sradicamento di milioni di alberi. Ancora una volta, ad un anno di distanza, un ecosistema delicato è gravemente danneggiato dagli effetti del cambiamento climatico. E non è solo una questione di cripte marciane o di scantinati. Sono andate sott’acqua librerie, aule universitarie, negozi di alimentari. La storia e il presente della città ne sono gravemente feriti.

Venezia è una città delicatissima. Costantemente colpita dal calo demografico e svuotata dal turismo mordi e fuggi, sempre più costretta al ruolo di Disneyland senz’anima per turisti di tutto il mondo, la città lagunare oggi mostra ancora di più il suo essere sull’orlo del baratro davanti all’avanzare impetuoso dell’emergenza climatica.

Il movimento per il clima lo denuncia da tempo, non c’è salvezza possibile se non cambiando il sistema economico predatore e devastatore in cui viviamo. La politica però sembra ancora una volta girare le spalle. Una riprova è stata la tragicomica scena al Consiglio Regionale del Veneto di mercoledì sera scorso (12 novembre), Dopo essere rimasto fino all’ultimo a discutere e alla fine a respingere un emendamento a favore delle energie rinnovabili per scelta della maggioranza leghista, i consiglieri sono stati mandati via in emergenza e la sala si è riempita d’acqua: metafora inquietante del presente e del futuro a cui andiamo incontro.

Il 29 Novembre si riscende tutti in piazza per il global strike for climate, anche per Venezia.

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Ilva: una trappola insostenibile


Greta si è fermata a Taranto

di Marco Bersani, pubblicato su il manifesto dell'11.11.19

  Ogni volta che Greta parla in sede pubblica, leader politici di ogni estrazione culturale si sbracciano per tributarne la saggezza, per applaudirne le dichiarazioni o, più pragmaticamente, anche solo per fare un selfie che male non fa. Salvo poi rimuoverne totalmente tanto il messaggio quanto l’indignazione non appena le contraddizioni s’inverino in carne e ossa e diventino realtà. La realtà di Taranto e dell’impianto siderurgico più grande d’Europa. Eccoli allora di nuovo tutti inginocchiati al sacro altare del Pil, che decresce da cinquant’anni ma guai a farsene una ragione; eccoli di nuovo a riscoprire, soprattutto a sinistra e dentro comode sedi con l’aria condizionata, il mito prometeico dell’operaio che sfida l’altoforno; eccoli di nuovo proni al profittatore di turno travestito da imprenditore.

Nessuno che trovi neanche un barlume di coraggio per dire alcune sacrosante verità.

L’Ilva è un mostro climatico. Nelle statistiche della Commissione Europea, occupa il 42esimo posto  in Europa – e il quarto in Italia – nella classifica delle principali fonti di emissione di CO2 (4.700.000/tonn/anno). Ma, se consideriamo anche le due centrali termoelettriche CET2 e CET3 asservite al suo ciclo siderurgico, le tonnellate/anno diventano 10.688.650 e l’Ilva balza al primo posto in Italia ed entra nella top ten continentale.

L’Ilva uccide. Sono almeno 90 all’anno i morti direttamente attribuibili all’inquinamento prodotto dall’impianto siderurgico. Il paradosso è che molti di questi sono in primo luogo i lavoratori dell’azienda, che si ammalano tanto dentro la fabbrica, quanto dentro le proprie case nei quartieri a ridosso dell’impianto. E muoiono i bambini, in percentuali superiori del 54% rispetto alla media.

L’Ilva non garantisce occupazione. In un contesto di sovrapproduzione mondiale dell’acciaio, ArcelorMittal l’ha comprata solo per garantirsi il profitto dettato dal vantaggio competitivo derivante dal cosiddetto “scudo” – ora finalmente rimesso in discussione – che permetteva all’azienda di gestire uno stabilimento senza fare alcun investimento per la riconversione tecnologica e chiamandosi fuori da ogni obbligo su sicurezza ed inquinamento.

Questi dati sono tanto incontrovertibili quanto rimossi nella discussione pubblica, dove tutto pare incentrato sulla necessità della riconferma dello status quo di un modello che ha da tempo fatto cortocircuito.

E’ una rimozione non priva di fondamento. Perché prendere atto delle verità sopra descritte obbligherebbe tutti gli attori politici e sindacali a dover fare i conti con un altro nodo di fondo: la trappola del debito e la gabbia di Maastricht.

Cosa servirebbe infatti oggi a Taranto? Il coraggio di dire che l’Ilva non è sostenibile da nessun punto di vista, che va portata alla chiusura in sicurezza e che l’intera area deve essere coinvolta in un progetto di bonifica e di riconversione produttiva, in grado di garantire occupazione e reddito a tutti gli attuali lavoratori.

Ma chi può finanziare un progetto di tale dimensione? Naturalmente solo lo Stato. Ma, per poterlo fare, deve prendere di petto la trappola del debito che ogni anno ci obbliga a pagare 60 miliardi di interessi, quando ne basterebbero tre per ridare un futuro ai bambini di Taranto; e deve ribaltare le regole di Maastricht, che impediscono al pubblico di perseguire l’interesse generale, costringendolo a fare il vigile urbano degli interessi finanziari privati e multinazionali.

Da qualsiasi parte la si prenda, ogni contraddizione che attraversa il paese rimanda sempre allo stesso nodo: possiamo continuare a sacrificare vita, salute, diritti e futuro sull’altare dei sacerdoti del Pil e dei fanatici del pareggio di bilancio?

Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” diceva Robert Kennedy. E’ già passato più di mezzo secolo.


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Vietato partecipare. La storia di Fabio Vettorel

Esce in questi giorni il libro di Jamila Baroni e Margherita D'Andrea intitolato: “Vietato partecipare- Amburgo G20- Storia di un processo”.

I libro contiene una breve ma intensa presentazione di Christian Raimo, noto scrittore e giornalista romano, la cronaca della storia di Fabio Vettorel, giovane feltrino arrestato nel corso delle manifestazioni contro il G20 nel luglio 2017 raccontata dalla madre Jamila Baroni e un saggio sull'evoluzione dei sistemi repressivi del dissenso nella società moderna di Margherita D'Andrea membro dell'Associazione Giuristi Democratici, che nel processo di Amburgo ha svolto la funzione di osservatore internazionale.

Fabio Vettorel, poco più che diciottenne viene arrestato ad Amburgo ancora prima dell'inizio delle manifestazioni contro il G20 e rinchiuso in carcere dove rimarrà in stato di detenzione preventiva per più di 4 mesi, per essere finalmente rilasciato a novembre del 2017, il relativo processo è stato sospeso a gennaio 2018 e probabilmente riprenderà nei prossimi mesi.

Fin da subito risultò evidente la sproporzione tra le accuse mosse al giovane feltrino e quanto da lui fatto, l'atteggiamento draconiano della Procura Tedesca, tale evidenza portò il sistema informativo italiano a denunciare come la gestione del processo evidenziasse la volontà di utilizzare Vettorel come capro espiatorio e punirlo per i disordini avvenuti successivamente al suo arresto che evidenziarono l'assoluta incapacità degli organi di polizia tedeschi a gestire l'ordine pubblico nel corso del G20 di Amburgo.

Fabio è dunque diventato il simbolo, come vittima, della volontà indiscriminata di punizione dello stato moderno, con evidenti tratti di continuità tra la repressione dei fatti di Genova e Seattle e, 20 anni dopo, Amburgo.

La parte centrale del libro è il racconto fatto dalla madre di Fabio dall'arresto del figlio e dal suo arrivo ad Amburgo per seguire da vicino la vicenda detentiva e processuale fino al loro ritorno in Italia dopo la sospensione del processo.

Lo definirei un diario di viaggio, scritto con meticolosità e apparente distacco, frutto di note scritte dall'autrice di giorno in giorno, dunque un bollettino che vorrebbe apparire (e forse lo è) oggettivo ma da cui invece traspaiono con con forza i sentimenti, le paure, le delusioni di una madre che assiste ad un procedimento kafkiano nei confronti del figlio. Jamila non racconta direttamente le sue emozioni, ma le fa uscire da una cronaca serrata e scarna ma anche rabbiosa per tutte le piccole e grandi ingiustizie che il figlio sta subendo.

Ma non è una cronaca solo intima, infatti racconta anche il di fuori: il tratto pubblico e politico della vicenda del figlio, delle manifestazioni a suo sostegno, delle altre vicende processuali correlate al G20 di Amburgo.

Jamila non fa solo la madre, ma rivendica con orgoglio le scelte politiche e processuali fatte in autonomia dal figlio anche quando queste erano difficili e costose e hanno portato ad un prolungamento della sua detenzione. Infatti, ove Fabio avesse “ammesso” le proprie asserite colpe e chiesto scusa per aver manifestato il suo dissenso, dopo pochi giorni dall'arresto sarebbe stato scarcerato. Ha invece scelto di affrontare il processo per rivendicare il suo diritto a manifestare in modo pacifico e non violento anche contro i grandi del mondo, allora riuniti ad Amburgo, accettando così il rischio dell'abnorme prolungamento della sua detenzione preventiva come in effetti è avvenuta.

Il saggio conclusivo di Margherita D'Andrea parte proprio dall'elemento politico e giudiziario che accompagna il processo a Fabio, fa una analisi lucida dei percorsi repressivi in atto negli stati moderni della gestione del dissenso e dell'ordine pubblico, i riferimenti filosofici e giuridici alla migliore cultura penalistica e sociologica contemporanea e moderna sono evidenti ed espliciti e usati con efficacia e portano ad un saggio agile, di facile lettura ma non per questo banale che è utile corollario della cronaca proposta da Jamila Baroni.

Penso sia un libro che merita di essere acquistato e letto per ricordare una storia che è emblematica dei tempi bui che stiamo attraversando, in cui la compressione dei diritti individuali non ha solo ricadute personali ma anche collettive e importanti sulle vite di tutti e non solo del momentaneo imputato o detenuto.
Gino Sperandio- Presidente ANPI Belluno

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