"Senza lasciare traccia" alla sesta serata di "Cinema e Ambiente 2019"

MULTISALA VERDI - Vittorio Veneto
19 marzo – ore 21,00   ingresso €
5,00


 Senza lasciare traccia

film, U.S.A. 2018, 109’, colore
Regia di Debra Granik
con Ben Foster e Thomasin McKenzie

Gran Premio della Giuria all'Indipendent Film Festival of Boston, 2018
Premio Miglior regista a Debra Granik - Los Angeles Film Critics Association 2018

Debra Granik racconta con stile semplice la storia di persone che cercano di vivere una vita a modo loro, andando controcorrente, rovesciando le regole della società. Lo fa senza voler giudicare niente e nessuno, partendo da un nucleo familiare ridotto all’osso e inserito in una situazione limite, che segue con uno sguardo quasi documentaristico.
Francesco Ruzzier - Cineforum



LA STORIA
Will (il bravissimo Ben Foster che parla poco, ma di cui capiamo ogni pensiero) è un ex veterano affetto da disturbo post-traumatico che vive in una foresta vicino Portland con la dinoccolata figlia di tredici anni Tom (l’attrice si chiama Thomasin McKenzie e quant’è caratteristico il suo faticoso modo di camminare). I loro contatti con la società sono ridotti al minimo, giusto per procurarsi del cibo in più e talvolta denaro, finché i servizi sociali non li costringeranno a vivere, lavorare e andare a scuola, presso una comunità dell’Oregon. Lui cerca di adattarsi ma con molte difficoltà. Lei invece è incuriosita da questo nuovo stile di vita. Tutto ciò influirà sul loro rapporto.
 

DUE COMMENTI

Tratto dal romanzo L’abandon di Peter Rock, Senza lasciare traccia è l’ottimo risultato di una lunga ricerca, l'esempio di un cinema capace di catturare l’immediatezza della scoperta e mostrare l’interazione e la dipendenza dei personaggi con i luoghi. O, al contrario, la loro estraneità quando si confrontano con il progresso.
Il padre di Thomasin rifiuta il telefono, nasconde la tv quando gli viene affidata la nuova abitazione. A volte il film sembra quasi un documentario per come segue i personaggi, per la ricchezza di elementi e dettagli nel raccontare la storia. Thomasin e il padre non appaiono figure etere, hanno una solida consistenza e una storia addosso che non ha importanza di essere rivelata.
Senza lasciare traccia è un film sensoriale, che fa sentire addosso il freddo e la paura; è un viaggio senza meta, dove due punti di vista complementari si modificano gradualmente; è un film capace di aspettare i suoi tempi, diretto, carico di calore non esibito.
SIMONE EMILIANI (sentieriselvaggi.it)

Un film semplice e potente, che ci costringe a riflettere sull’opportunità e il diritto a una comunità “senza obblighi né sanzioni”. E nonostante la commozione per la scena cruciale, nonostante quanto possa essere contrario o incapace di emulare la decisione del protagonista, non riesco a non provare una profonda ammirazione, forse perfino invidia, per il coraggio che possiede chi lascia il sentiero tracciato dagli altri uomini e si addentra nel bosco, lontano dallo sguardo indiscreto della società e dalle lusinghe dei suoi feticci, scomparendo infine senza lasciare traccia.
JOE H. LESTER (comedonchisciotte.org)

 
LA REGISTA

 DEBRA GRANIK
. Regista statunitense, nata a Cambridge nel 1963 e cresciuta nei sobborghi di Washington. Esordisce alla regia nel 1998 con il cortometraggio Snake Feed, che vince il Short Filmmaking Award al Sundance Film Festival.
Sempre al Sundance Film Festival ottiene nel 2004 dei riconoscimenti per il suo primo lungometraggio Down to the Bone. Il suo secondo film Un gelido inverno (2010), basato sull'omonimo romanzo di Daniel Woodrell, ottiene numerosi riconoscimenti internazionali.
Senza lasciare traccia è il suo terzo lungometraggio.

Stampa Email

Altro materiale per l'incontro su "La crisi ecologica"

incontro
LA CRISI ECOLOGICA
venerdì 15 marzo ore 18,00
Piano-Terra, via Diaz, 71 - Vittorio Veneto



In vista dell'incontro di venerdì 15 marzo, pubblichiamo un breve estratto da un innovativo saggio di ecologia politica da pchi giorni in libreria: La natura è un campo di battaglia, di Razmig Keucheyan, pubblicato da ombre corte
Di fronte all’annunciato disastro ecologico, è largamente diffusa l’idea che l’umanità debba superare le sue divisioni e lavorare insieme per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Ma come mostra questo lavoro, la realtà è molto diversa: lungi dal cancellare gli antagonismi esistenti, la crisi ecologica tende invece a renderli ancora più incandescenti.

 Il capitalismo, afferma James O’Connor, ha delle «condizioni di produzione». Queste condizioni non sono propriamente merci, ma consentono che si possano produrre merci. Karl Polanyi, al quale qui O’Connor si ispira, le chiama «merci fittizie», per sottolineare che anche se sono considerate come merci, la loro ontologia è diversa da quella delle merci normali. Per esempio: il lavoro, la terra o la moneta. Man mano che il capitalismo si sviluppa, indebolisce e anche distrugge le sue condizioni di produzione. Se il petrolio – una merce fittizia, qualora ve ne fosse – a buon mercato ha permesso per più di un secolo il funzionamento di quella che Timotyh Mitchell chiama la «democrazia del carbonio», la sua diminuzione rende considerevolmente più costosa questa condizione di produzione. Questa spinta verso l’alto del costo delle condizioni di produzione, il fatto che il capitale abbia bisogno di queste ultime ma allo stesso tempo non possa far altro che esaurirle, è ciò che O’Connor chiama la «seconda contraddizione» del capitalismo, quella tra capitale e natura, la prima essendo quella che oppone il capitale e il lavoro.

Queste due contraddizioni si alimentano a vicenda. Il lavoro umano, in quanto crea plusvalore – valore – trasformando la natura, è la categoria che garantisce come la storia naturale e la storia sociale siano la stessa storia, in altre parole come queste due contraddizioni siano intrecciate. La prima contraddizione porta a una caduta tendenziale del saggio di profitto, vale a dire alla comparsa di profonde crisi del sistema capitalista; la seconda, invece, comporta un aumento dei costi per il mantenimento delle condizioni di produzione, che influisce inoltre sulla diminuzione del tasso di profitto, dal momento che crescenti volumi di capitali impiegati per questo mantenimento, per esempio alla ricerca di riserve di petrolio di sempre più difficile accesso, non sono trasformati in profitti. Lo Stato moderno deve essere inteso come l’interfaccia tra il capitale e la natura, è l’organismo che regola l’uso delle condizioni di produzione affinché queste possano essere sfruttate dal capitale. Senza questa interfaccia, la natura consegnata al capitale sarebbe rapidamente distrutta. Se il capitalismo ha bisogno dello Stato, è dunque innanzitutto per una questione di autolimitazione, ma anche, come abbiamo visto, per costruire la natura. È per questo che il problema centrale di ogni movimento ecologista degno di questo nome dovrebbe essere lo Stato.

Riducendo la scala temporale, la questione può essere affrontato un po’ diversamente. Per il capitalismo, la crisi ambientale non è solo un problema da gestire, che incide negativamente sul tasso di profitto. Può essere anche una vera e propria strategia di accumulazione. Come ha dimostrato Gramsci, le crisi sono sempre momenti ambivalenti per il capitalismo: se da un lato rappresentano un rischio per la sopravvivenza del sistema, dall’altro sono anche occasioni per creare nuove opportunità di profitti. La crisi ambientale non sfugge a questa ambivalenza. L’uragano Katrina ha per esempio distrutto colossali quantità di capitale, ma ha anche consentito l’espulsione e la messa a profitto di quartieri sino a quel momento popolari e dunque poco redditizi, come pure l’imponente privatizzazione dei servizi pubblici, in particolare le scuole. Ciò vale anche per lo tsunami del 2004 in Asia, che ha portato alla chiusura di numerose regioni costiere e prodotto l’insediamento di catene internazionali di alberghi e ristoranti. Tutti gli esempi citati in questo capitolo, dalle «obbligazioni catastrofe» ai derivati climatici, passando per i mercati del carbonio e gli species swap, dimostrano come il capitale tragga profitto dalla crisi ambientale in corso. Per il capitale, quindi, la crisi non produce solo effetti negativi. «Trarre vantaggio dal caos» è sempre una sua possibilità. Questo punto di vista, in fondo, non contraddice quello di James O’Connor. Si tratta di due prospettive diverse su uno stesso fenomeno. Nel breve periodo, il capitalismo riesce a trarre profitto dalla crisi, ma la costante pressione che si esercita sulle condizioni di produzione lascia presagire che in gioco ormai ci sia la sua stessa sopravvivenza.

Conclusione

Riassumiamo il percorso compiuto sin qui. Lo sviluppo industriale – il capitalismo – è all’origine della crisi e delle disuguaglianze ambientali. Ma questo sistema produce anche, nello stesso tempo, gli «anticorpi» per poterle affrontare. La finanziarizzazione è uno di questi: protegge l’investimento dalle conseguenze del cambiamento climatico, ammortizza l’aumento del costo delle «condizioni di produzione» cui dà luogo, e consente nel contempo di trarne profitto, in un contesto globale segnato da una crisi economica di lunga durata. La finanziarizzazione è dunque una prima reazione del capitalismo di fronte alla crisi ecologica.

Si tratta ora di occuparsi di un secondo meccanismo che permette al sistema di premunirsi di fronte agli effetti di questa crisi: la guerra. A causa dell’aumento delle disuguaglianze che crea, la crisi ecologica origina nuovi tipi di conflitti armati e nuovi modi di esercizio della violenza collettiva, che inaugurano una nuova era nella storia della guerra. Oltre a finanziarizzarsi, la crisi ecologica si militarizza. I militari sono del resto consapevoli di questa evoluzione. Da alcuni anni, infatti, nelle loro analisi strategiche inseriscono le conseguenze del cambiamento climatico…

Stampa Email

Materiali per l'incontro su "La crisi ecologica"

incontro
LA CRISI ECOLOGICA
venerdì 15 marzo ore 18,00
Piano-Terra, via Diaz, 71 - Vittorio Veneto

COMUNICAZIONE: Luigi Pellizzoni, per improvvisi impegni non potrà partecipare all'incontro.
Se non l'avete fatto, ricordatevi che è possibile prenotarsi scrivendo a  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

In vista dell'incontro di venerdì 15, pubblichiamo due brevi estratti: il primo, dal libro di Salvo Torre - Contro la Frammentazione. Movimenti sociali e spazio della politica, Ombre Corte, Verona 2018.


 Da diversi anni ormai i movimenti sociali che sono emersi in tutto il pianeta hanno dimostrato di poter rappresentare una grande novità politica e di possedere la capacità di agire in modo determinante in grandi contesti di trasformazione. Il mio ragionamento parte dal presupposto che nella fase storica attuale si stia realizzando una transizione di lungo periodo determinata dalla crisi irreversibile del sistema economico globale e dall’apertura di prospettive inedite per l’organizzazione della vita sul pianeta. Si tratta di un assunto, condiviso da molti, che deriva dal grande dibattito che da qualche decennio considera l’insieme di ciò che sta avvenendo come un complesso tracollo che segna la fine della modernità e di quel sistema economico che ha determinato una radicale trasformazione della biosfera e della storia delle società umane.

Negli ultimi anni, seguendo i tanti pensatori che rappresentano una parte consistente della critica alla società globale, mi sono posto il problema di inquadrare all’interno di questa fase alcuni dei processi che coinvolgono relazioni ecologiche, differenti soggetti politici e modelli di organizzazione sociale, cercando di identificare, quando possibile, gli elementi di novità e di conflitto. Specificamente quelle tensioni che, secondo una lettura marxista tradizionale, possono essere individuate come i «semi della dissoluzione», quegli elementi che partecipano alla destrutturazione dei rapporti sociali consolidati e che rappresentano al contempo i luoghi in cui si inizia a costruire la società futura. Secondo un principio analogo, anche l’analisi decostruzionista, che guida i metodi di applicazione degli studi postcoloniali, presuppone che nella loro successione storica le società si trasformino a partire da elementi che emergono al loro interno, per poi disseminarsi e concorrere alla loro trasformazione.

[...]  La potenza espressa nelle esperienze attuali concorre alla definizione generale di un nuovo territorio, il pianeta, e di nuove forme dell’articolazione sociale, le comunità ecologiche. La potenza insita nell’idea del vivente si contrappone certamente al puro dominio del potere necropolitico analizzato da Mbembe. I conflitti socioecologici non sono dunque una categoria specifica, così come non lo possono più essere i movimenti per la giustizia ambientale, tutti i movimenti hanno una caratterizzazione socioecologica, perché tutti i processi in atto comportano ormai crisi ecologiche e soprattutto perché l’unica alternativa rimasta prevede la riformulazione di un’etica politica del vivente, in opposizione ad un progetto di dissoluzione che non potrà prevalere a lungo.

Il secondo estratto è tratto dalla recensione a Contro la frammentazione, scritta da Emanuele Leonardi.

  [...]  Credo che dal punto di vista della teoria politica l’ipotesi formulata in Contro la frammentazione sia tra le più interessanti degli ultimi anni. Andrà approfondita, certo, ma segna una soglia al di qua della quale non val più la pena di sporgersi. Mi limito dunque, in conclusione, a proporre un rapido elenco di questioni che mi auguro possa accompagnare lo sviluppo di quest’ipotesi del vivente come progetto di ricomposizione: il mutevole rapporto tra produzione di valore e produzione di natura; l’analisi delle affinità e frizioni tra crisi finanziarie e crisi ecologiche, nonché tra territorialità urbana e sostenibilità; le politiche della materia messe in atto dai nuovi movimenti contadini; la connessione tra welfare del comune (commonfare) e salvaguardia ambientale; l’emergere di una dimensione quotidiana ed esistenziale dell’ecologia politica; la nuova centralità – a ogni livello – della sfera della riproduzione sociale.

La recensione è stata pubblicata su Effimera del 20.07.2018, per leggerla tutta CLICCA QUI




Stampa Email

"The Milk System", alla quinta serata di "Cinema e Ambiente 2019"

 MULTISALA VERDI - Vittorio Veneto
12 marzo – ore 21,00   ingresso €
5,00

SERATA DEDICATA A "RETE CONTADINA"

The Milk System (Il sistema latte)

documentario, Italia/Germania 2017, 91’, col. - sottotitoli
Regia di Andreas Pichler

Menzione speciale di Legambiente all’edizione 2018 del festival Cinemambiente di Torino e vincitore di premi e menzioni speciali in numerosi festival in Germania, Francia e Belgio. Riconosciuto dal ministero dell’Economia tedesco per la capacità di spiegare i meccanismi economici (Deutscher Wirtschaftsfilmpreis 2018).

Nota finale di Valter Giora, agronomo, ex direttore del Centro Caseario Cansiglio, allevatore, membro del Consiglio di Rete Contadina.


Non ero consapevole del fatto che beviamo il latte di vacche perennemente gravide. Senza vitello niente latte e senza latte nessuna ragione di esistere.
Andreas Pichler

Vedendo The milk system di Andreas Pichler si è profondamente toccati. Non solo dagli esiti di un documentario d’inchiesta che unisce rigore e vastità di indagine ma da un film cinematograficamente potente, capace di andare ben oltre i limiti talvolta obbligati e un po’ noiosi del genere, rilasciando immagini di rara sensibilità umana e registica.

Maria Grosso - il Manifesto




Il documentario parte da un assunto largamente condiviso: da 8 mila anni il latte è sinonimo di salute e benessere, è considerato un alimento naturale e ricco di nutrienti. Tutte qualità che lo rendono un prodotto ideale per il mercato. “Ma il latte è veramente così salutare? – si chiede il regista – Per rispondere abbiamo esaminato da vicino il sistema produttivo del latte, incontrando contadini, politici, lobbisti, ong, imprenditori e scienziati. Perché ciò che un tempo si considerava naturale e innocente, da non molto si è trasformato in una merce capace di fatturare cifre da capogiro”. Solo in Europa si tratta di un mercato da 100 miliardi di euro e una produzione di quasi 2 milioni di tonnellate di latte l’anno. Ma da quando un miliardo di cinesi ha cominciato a consumare latte, il mercato è definitivamente esploso: “In questo contesto, fattori come la sostenibilità o il rispetto dei metodi di produzione tradizionali sono totalmente irrilevanti. Guardando al suo ciclo di produzione, tutte le perversità della produzione alimentare di massa emergono in materia palese. Volevo raccontare questo sistema di produzione micidiale che distrugge animali, ambiente e i piccoli contadini in Europa e in Africa”.

Ambra Notari (di Redatore Sociale.it)

Nel 2018 le proiezioni di THE MILK SYSTEM erano state sospese dopo un esposto ad AGCOM (autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e AGCI (autorità garante della concorrenza e del mercato) di Coldiretti e Assolatte con pesanti accuse di "diffamazione e danno economico all’intero settore lattiero italiano per 2-3 miliardi di euro". Un esposto che aveva indotto la casa di produzione Miramonte Film e il distributore Movieday a sospendere le proiezioni italiane già programmate «per ragioni di prudenza». “Si tratta di un’iniziativa chiaramente intimidatoria” aveva affermato Andreas Pichler, “un pesante e completamente infondato attacco alla libertà di stampa e al diritto di espressione del pensiero in questo paese.” 




ANDREAS PICHLER

 Nasce nel 1967 a Bolzano (Italia) dove frequenta la Zelig – Scuola di documentario, televisione e nuovi media. Studia Filosofia e Cinema prima presso l’Università degli Studi di Bologna, poi dal 1991 presso la Libera Università di Berlino, dove si laurea nel 1996. Durante gli studi realizza numerosi cortometraggi, video di danza e installazioni che trovano riconoscimento presso festival e mostre. Dalla fine degli anni 90 si concentra sul lavoro di scrittura e regia per il film documentario.
Nel 2004 vince come autore e regista di “Call me Babylon” il prestigioso premio tedesco Adolf Grimme . Oggi lavora come autore e regista in Germania, Italia, Austria e Svizzera.
Tra i suoi documentari: Teorema Venezia (2012), Europe for Sale (2014).









Stampa Email

Incontro su "La crisi ecologica"


 incontro
LA CRISI ECOLOGICA
venerdì 15 marzo ore 18,00
Piano-Terra, via Diaz, 71 - Vittorio Veneto

Il concetto di "Crisi ecologica" è centrale nell'attività della redazione di Piano-Terra che si propone di partecipare e contribuire al ripensamento delle categorie di "ecologia" e "socialismo". Questo lavoro, riscontrabile nei vari articoli pubblicati su piano-terra.net, sarà al centro dell'incontro che si terrà il 15 marzo con relazioni e riflessioni su crisi ecologica e conflitti.

All'incontro parteciperanno anche Luigi Pellizzoni, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Pisa e Salvo Torre, docente di geografia presso l'Università degli Studi di Catania.

L'attuale struttura della produzione di merci, a causa della sua dipendenza intrinseca dai pesticidi, dalla petrolchimica, dalla produzione di energia elettrica nucleare e da carbone, e del trattamento che riserva agli habitat esterni - come fossero territori di sua proprietà - tende a massimizzare la tossicità complessiva della produzione e a favorire la distruzione accelerata degli habitat, creando problemi di sostenibilità ecologica di gra lunga superiori all'effetto entropico generale. [...] I costi pagati dall'ambiente si ripercuotono sull'economia in moltissimi modi imprevedibili, secondo quella che Engels ha definito "la vendetta della natura", che segue ogni "conquista umana della natura".
da La legge assoluta, generale del degrado ambientale nel capitalismo di John Bellamy Foster (1992)

La crisi ecologica, inscindibilmente intrecciata con la crisi sociale, si va sempre più approfondendo, minando le basi su cui poggiano gli equilibri naturali del Pianeta e le condizioni di vita, o addirittura di sopravvivenza, dell’umanità.
da Crisi ecologica e crisi della politica di Marino Ruzzenenti (2018)


IMPORTANTE
I posti disponibli sono 20. Prenotatevi, scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.








 

 


Stampa Email

La donna elettrica, alla quarta serata di "Cinema e Ambiente 2019"

  MULTISALA VERDI - Vittorio Veneto
5 marzo – ore 21,00   ingresso € 5,00


La donna elettrica (Titolo originale Kona fer í stríð)
film, Islanda, 2018, 101', colore
Regia di Benedikt Erlingsson
con Halldóra Geirharðsdóttir, Jóhann Sigurðarson, Jörundur Ragnarsson

Semaine de la critique, Cannes 2018
premio SACD (Société des Auteurs e Compositeurs Dramatiques), 2018

Un messaggio di speranza più che di cinica disillusione. Un manifesto di lotta ironico ma concreto, che non crolla mai in una scontata retorica. Alberto Savi - Cineforum

La donna elettrica, uno dei film più ribelli, divertenti e politici del 2018.
Davide Turrini - Il Fatto Quotidiano


Benedikt Erlingsson si conferma un talento prezioso per chi ama ogni tanto concedersi qualche ghignata intelligente, scatenata da una satira graffiante, condita del giusto quantitativo di cattiveria. Daria Pomponio - Quinlan




Accolto  con  entusiasmo  all’ultimo  Festival  di  Cannes, La  donna  elettrica è una commedia travolgente e fuori dagli schemi, capace di unire emozione, impegno e divertimento. La protagonista, Halla, sembra una donna come le altre, ma dietro la routine di ogni giorno nasconde una vita segreta: armata di tutto punto compie spericolate azioni di sabotaggio contro le multinazionali che stanno devastando la sua terra, la splendida Islanda. Quando però una sua vecchia richiesta d’adozione va a buon fine e una bambina si affaccia a sorpresa nella sua  vita, Halla dovrà affrontare la sua sfida più grande... Già regista dell’acclamato Storie di cavalli e di uomini, Benedikt Erlingsson colpisce al cuore con un ritratto di donna memorabile e un omaggio al paesaggio islandese di struggente bellezza.


BENEDIKT ERLINGSSON

 Regia, sceneggiatura. Considerato uno dei maggiori uomini di spettacolo islandesi, nella sua carriera ha lavorato per il teatro, la televisione e il cinema riscuotendo in ogni campo un grande successo. Formatosi come attore inizia a calcare le scene giovanissimo e manterrà con il teatro un rapporto privilegiato: i suoi monologhi in particolare sono celebri a tal punto  che rimangono in cartellone per anni. Negli anni 2000 comincia a lavorare per alcune serie televisive, poi per il cinema (recitando tra gli altri ne Il grande capo di Lars von Trier) e già nel 2007 passa dietro la cinepresa dirigendo il suo primo cortometraggio, Thanks, a cui segue Naglinn (2008). L’esordio nel lungometraggio avviene nel 2013 con Storie di cavalli e di  uomini, che ottiene oltre 20 premi nei festival internazionali e lo consacra come autore di punta del cinema europeo. La donna elettrica, sua opera seconda, viene presentata in anteprima alla Semaine de la critique a Cannes, dove ottiene grandi consensi  e il premio SACD (Société des Auteurs e Compositeurs Dramatiques). Il film, come già il precedente, è stato candidato islandese agli Oscar.


NOTE DI REGIA

C’è una connessione forte tra i due film che ho realizzato, Storie di cavalli e di uomini e La donna elettrica. Si tratta di qualcosa di cui sono diventato davvero consapevole solo dopo aver ultimato quest’ultimo, ossia l’idea fondamentale che i “diritti della Natura” dovrebbero essere di fatto considerati allo stesso livello dei “diritti umani”. I diritti  della  Natura dovrebbero  essere protetti con forza in ogni costituzione e difesi da leggi internazionali.

Tutti noi dobbiamo capire che la natura incontaminata ha un diritto intrinseco a esistere, una necessità che va al di là dei bisogni dell’uomo e del nostro sistema economico. A volte succede invece che lo stesso Stato, che nei paesi democratici si dà per scontato che sia uno strumento creato dal popolo per il popolo, possa essere facilmente manipolato da interessi particolari contro il bene comune.
Quando guardiamo alle grandi sfide che dobbiamo affrontare sulle questioni  ambientali, questo ci appare perfettamente chiaro. Ne La donna elettrica questo tema diventa terreno fertile per una commedia, ma nella realtà, in alcuni paesi, è piuttosto l’argomento per una tragedia. Vorrei citare a proposito due donne che considero delle eroine: Berta Cáceres in Honduras e Yolanda Maturana in Colombia. Entrambe attiviste per l’ambiente, sono  state assassinate da chi aveva grandi interessi nelle terre che esse provavano a difendere.

Diverse persone hanno definito La donna elettrica una commedia, un dramma o addirittura un eco-thriller...! Insieme allo sceneggiatore Ólafur Egill Egilsson, volendo a tutti i costi trovare una definizione del film, siamo stati d’accordo nel considerarlo piuttosto una fiaba. È una parola molto seducente e anche d’aiuto quando si costruisce una storia.

Stampa Email